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R. Virgili 'Il patriarcato non rappresenta la famiglia cristiana'


Il “patriarcato mediterraneo” evocato da Vannacci non coincide con la famiglia cristiana. Dalla Bibbia al Vangelo, la storia racconta piuttosto il passaggio dal potere del padre alla responsabilità della paternità: non dominio, ma cura, servizio e fraternità. 

Immagino che l’ex generale Vannacci quando nel suo Programma, in una parte dedicata alla famiglia e alla relazione uomo-donna, parla della necessità di difendere il “patriarcato mediterraneo” alluda ad una forma tradizionale di famiglia legata alle generazioni precedenti gli anni Cinquanta del Novecento. 

Intende probabilmente la famiglia contadina dell’alto Veneto, del Piemonte di Nuto - della Luna e i falò di Cesare Pavese - o dell’entroterra marchigiano, o quella dei “cafoni” marsicaninarrati da Ignazio Silone, dove essa abbracciava tre o quattro generazioni ed era governata dal nonno o dal bisnonno che teneva la borsa e prendeva le decisioni per tutti. Io che son nata alle pendici dei monti Sibillini posso dire che quello era un tipo di famiglia già sparito - a livello socio-economico oltre che culturale - negli anni Sessanta, ed allora oggi mi chiedo: le leggi si fanno per migliorare la realtà esistente o per imporne un’altra? 

Quella era una famiglia dove restavano celibi e nubili diversi componenti perché i beni materiali – i terreni, i pascoli, il bestiame – non potevano essere ripartiti per troppe nuove bocche da sfamare, nel caso in cui tutti si potessero sposare. Un modello familiare che – tanto per fare un esempio – in Orgosolo, terra di pastori, non esisteva nemmeno tre o quattro generazioni fa, quando, al contrario, vigeva il matriarcato e neppure in tante località della Sicilia dove ad accudire le creature restavano solo le donne, mentre i loro mariti erano all’estero come migranti economici. Intendere, dunque, con “patriarcato mediterraneo” solo un modello vigente in alcune famiglie, comunità e regioni d’Italia sino alla prima metà del Novecento, è troppo impreciso e vago. 

L’area mediterranea è, inoltre, molto più vasta di quanto non si estenda lo stivale e molti sono i modelli di famiglia anche tra quelli che Vannacci pensa o appella come “patriarcali”. 

Sul Mar Mediterraneo si affacciano - oggi come ieri - Paesi le cui culture hanno radici comuni ma sviluppi ben differenti. Così Vannacci cade in contraddizione: da una parte definisce e circoscrive la civiltà “greca, romana e cristiana” come la “nostra”, dall’altra vagheggia un patriarcato “mediterraneo” che include, invece, anche gli arabi, i mussulmani, i palestinesi, i marocchini, l’antica Africa proconsolare, e sino a Gibilterra, l’isoletta di Ceuta compresa. Delle due una: o si aprono le frontiere a tutti i popoli che si affacciano sul Mediterraneo e ci si unisce su di un modello familiare patriarcale o, al contrario, come pure vorrebbe Vannacci, si fanno “remigrare” quelli che sono irregolari in Italia e non condividono i nostri valori cristiani. 

Se, dunque, “il patriarcato mediterraneo va protetto e non criminalizzato” dovremmo considerare “nostri” anche i modelli matrimoniali islamici, poligamia e velo compresi. Quali sarebbero, allora, i “valori” cristiani e greco-romani cui gli immigrati mussulmani dovrebbero acconciarsi rinunciando ai propri? Dev’esserci qualcosa che Vannacci non spiega bene. 

Egli imputa, inoltre, alla scomparsa del patriarcato l’aver determinato un aumento della violenza sulle donne. Ed auspica che la legge sul femminicidio venga abolita prima possibile. 
La violenza sulle donne è allora oggi aumentata forse perché nel patriarcato quella violenza era legittimata ed il femminicidio si chiamava “delitto d’onore” che permetteva – sino al 5 agosto 1981 – di riservare pene ridotte a chi uccideva la moglie od anche la sorella e la figlia, per l’onore della famiglia?! 

Vorrei che Vannacci e tutti coloro – uomini e donne – che in Italia sono già od aspirano a governare, conoscessero e, quindi, maturassero rispetto verso l’arduo cammino della nostra civiltà, verso le sue radici e le sue conquiste, che si rendessero consapevoli di quanto impegno, quanto travaglio, quanto coraggio, quanta sapienza sia stata spesa proprio nel bacino del Mediterraneo sin dai tempi “biblici”, per dare un ruolo vitale alla famiglia, per regolare e rendere dignitosi e fecondi i rapporti uomo-donna, moglie-marito, padri, madri e e figli, nonni e nipoti. 

Il patriarcato, secondo eccellenti studiosi, si sviluppa nel Mediterraneo dopo l’ottavo secolo avanti Cristo, in Grecia con Omero e nella Bibbia con i testi dell’Antico Testamento che iniziano ad essere messi per iscritto dal sesto/quinto secolo in avanti. Originariamente esso ha avuto un grande valore quando rappresentò un salto di civiltà e i maschi smisero di essere “fecondatori” istintivi e girovaghi per assumere la responsabilità di custodire – insieme alle donne – la vita, la famiglia, la casa e la crescita dei figli che avevano, senza troppo impegno, generato (cf. Luigi Zoja, Il gesto di Ettore). 

Il patriarcato costringeva gli “eroi” a smettere di dedicarsi per lo più alla guerra trascurando - come fece anche Ulisse! – la vita dei suoi figli. Erano, infatti: le donne, i bambini ed i vecchi a non volere la guerra, dice Omero. Stupendo è l’addio di Andromaca ad Ettore che lo supplica di rinunciare alla battaglia e di farlo per il piccolo Astianatte! (cf. Iliade,VI,392-502). Il patriarcato esigeva che l’uomo desse non solo il nome ma garantisse anche il sostentamento e impartisse gli insegnamenti e i valori morali ai figli che avevano bisogno di un padre esemplare. 

In principio sono le donne, dunque, a desiderare quel tipo di “paternità” – più che di patriarcato – che coinvolgeva gli uomini nella cura dei figli di cui la madre da sola faticava ad occuparsi. In questo senso può davvero valere ancor oggi il “governo mediterraneo” del padre: come assunzione di responsabilità verso i figli, come servizio alla loro vita e al loro futuro. Se pensiamo che a Tor Bella Monaca, periferia di Roma, tra tanti bambini che vi abitano moltissimi non hanno il padre in casa ma solo la madre o se consideriamo che il trentotto per cento delle famiglie italiane sia mono-genitoriale (materno) dovremmo davvero preoccuparci di ri-educare i maschi alla responsabilità di diventare padri e di occuparsi sia della vita materiale (con il lavoro) sia morale (con l’educazione) dei figli, anziché di “maschilizzarli” ulteriormente somministrando loro dosi di testosterone! 

Vorrei dire a Vannacci che più maschilità non vuol dire più paternità, al contrario, più paternità vuol dire più umiltà, più ascolto, più educazione alla fratellanza, alla giustizia, alla mitezza, alla cooperazione, alla pace, più cura degli altri, più responsabilità verso il bene comune e, quindi, verso i figli di tutti, siano o non siano greco-romani, cristiani o mediterranei. 

Purtroppo il patriarcato mediterraneo antico – che è quello che auspicherebbe Vannacci? – si trasformò presto in potere del padre sui figli e del marito sulla moglie. E qui la Bibbia ci può dire molto. Nel matrimonio dei patriarchi biblici l’amore non interveniva – se non del tutto casualmente – nel matrimonio, ma lo scopo del prender moglie era quello di ottenere da lei una discendenza. I figli erano per i padri e non viceversa. La moglie doveva essere “acquistata” pagando un prezzo al padre che l’aveva generata e cresciuta e che di lei era proprietario sinché non venisse ceduta al marito. I figli di una donna erano appartenenti a suo marito che considerava la prole la sua prima ricchezza e proprietà e per questo nel patriarcato biblico era prevista la poligamia, come era previsto il ripudio (un diritto del marito e non della moglie, salvo in casi rarissimi) specialmente quando la donna risultava sterile. 
Non avendo ancora scoperto il cromosoma X gli antichi israeliti pensavano che a generare i figli fosse soltanto il maschio. La legge, poi, che regolava l’adulterio era terribile: se trovata in flagrante la moglie doveva esser lapidata, presa a sassate, appunto: “assassinata”. Questo era il patriarcato mediterraneo antico e biblico: è proprio sicuro Vannacci che “non dev’essere criminalizzato?”. Vorrei ricordare che il primo a farlo è stato proprio Gesù! (cf. Gv 8,7). 

Non soltanto, dunque, Vannacci per difendere il patriarcato dovrebbe poi abolire il vigente e riformato diritto di famiglia (la legge del 19 maggio 1975, n. 151) e cancellare molti articoli della Costituzione Italiana (Articoli 3,29,37,51, eccetera) nonché misconoscere i fondamenti delle carte dei Diritti Umani e Civili universali che gli Stati e le grandi Organizzazioni Internazionali hanno insieme prodotto, ma nessun italiano od italiana che fosse d’accordo con lui potrebbe dirsi “cristiano”. Gesù, infatti, abbatte i fondamenti antropologici, socio-economici, giuridici, e persino teologici del patriarcato biblico. Lo fa già con la sua Incarnazione quando nessun seme maschile interviene al suo concepimento ma solo lo Spirito di Dio! Lo fa quando chiarisce al suo padre adottivo Giuseppe che, insieme a Maria, lo cercava tra i dottori del Tempio: “non sapete che devo occuparmi delle cose del Padre mio?”, spazzando via ogni pretesa di “diritto patriarcale” sulla nuova umanità cristiana che sorgerà sul suo Corpo Risorto (cf. Lc 2,49). 

Per rendere Dio, l’unico “padre” dell’intera umanità, Gesù sradica gli pseudo valori che il patriarcato aveva fatto propri: il potere – anche violento – dei padri-mariti sulle mogli e sui figli e ancora più sulle figlie (“il padre-padrone”); la proprietà dei padri sui beni umani (figli e moglie) e materiali (economici); l’identità elitaria vale a dire la stirpe “eletta” dei figli di un unico uomo. Tutto quello che dal patriarcato familiare si sarebbe espanso in un patriarcato politico, sociale, antropologico e, purtroppo, anche ideologico e teologico. Laddove la stirpe di un “padre” diventa superiore a quella di un altro: quella bianca a quella nera, quella ricca a quella povera, quella dei primi a quella degli ultimi, quella di una religione versus tutte le altre. 
Un patriarcato - diremmo oggi - al servizio del “suprematismo” di uno su tutti, senza fratellanza, “senza speranza e senza Dio nel mondo”. (Ef 2,12). 

Proprio per evitare ciò il Figlio di Dio è “nato da donna” (Gal 4,4) da chi, cioè, non poteva mettere alcun nome proprio, ma solo quello dell’accoglienza e della diaconia al Dono della Vita; proprio per questo Gesù non fu mai patriarca nella sua vita terrena ma si fece eunuco per il Regno dei cieli: “figlio nel cuore del padre” in quanto amico e fratello, in virtù non di un potere né di una potenza, non della ricchezza, non della proprietà, non della differenza, ma di una Umanità che l’Amore trasforma. In un battesimo dove: “non c’è più giudeo né greco, schiavo né libero, maschio né femmina” (Gal 3,28).
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