Bose: Lettera agli amici - Trasfigurazione 2026
Cari amici e care amiche,
da troppo tempo ormai sentiamo “parlare di guerre e rumori di guerre” (cf. Mt 24,6) e fatichiamo sempre di più a “non lasciarci turbare”, rassegnandoci perché così avviene da che mondo è mondo. C’è troppo scialo di morte e ancor più abbondanza di disprezzo per la vita, di offesa alla dignità umana, di noncuranza verso il bene comune. Troppe ormai le vittime innocenti, colpevoli solo di appartenere a un determinato popolo o etnia, di abitare una terra contesa, di restare fedeli alla propria identità e alle sue dinamiche. Troppe le persone costrette a migrare in cerca di terra, casa e lavoro e della dignità che ne deriva. Troppo affollate le carceri sordide e disumane. Troppi gli ospedali impediti nella loro funzione di cura dei corpi e delle menti. Troppe le aspirazioni alla libertà soffocate nel sangue. Troppe le bambine e i bambini privati del futuro, quando non addirittura di brandelli del proprio corpo, di membri della propria famiglia, della loro stessa della vita.
Per i credenti poi vi è una ancor più amara constatazione: troppo spesso le fedi paiono contribuire o contribuiscono di fatto all’acuirsi dei conflitti, al procrastinare le soluzioni, al riaccendersi delle ostilità. Troppo spesso gli schieramenti contrapposti annoverano nelle proprie file persone che dovrebbero appartenere alla medesima comunità di fede o a visioni del mondo contrassegnate dalla solidarietà. In questo senso assistiamo sbigottiti a circostanze di autentico tradimento da parte di uomini religiosi e capi di chiese, al venir meno di voci profetiche capaci di onorare il proprio mandato etico universale. E verrebbe da dare ragione a Jan Assmann il quale afferma: “Sono finiti i tempi in cui si poteva interpretare la religione come oppio dei popoli. Oggi la religione si presenta piuttosto come dinamite dei popoli”.
Sappiamo che tutto questo è frutto di colpevolissime e indebite strumentalizzazioni delle religioni oltre che dei cuori e delle menti di tanti uomini e donne.
Strumentalizzazioni operate da chi propaganda uno pseudo-dio di cui rinnega la paternità universale, cui attribuisce i tratti di un dio pagano assetato di sangue, che benedice le guerre e si compiace di veder morire sue creature in preda al delirio di versare “per lui” il sangue fratricida.
Strumentalizzazioni indebite… che però rischiano di diventare sempre più un “sentire comune” condiviso e dilagante. È per questo che, alla vigilia della festa della Trasfigurazione del Signore, desideriamo condividere con voi due iniziative parallele che smentiscono questo sentire. Due iniziative che negli ultimi mesi sono giunte a una tappa di non ritorno nel loro cammino pluriennale di dialogo: il 23 gennaio scorso a Bari, nel corso del “1° Simposio della Chiese cristiane che sono in Italia”, è stato firmato un “Patto tra Chiese cristiane in Italia”, mentre il 25 giugno presso l’Ara pacis di Roma sono state le “Confessioni e tradizioni religiose che abitano in Italia” a siglare un Patto analogo, avente come titolo e tema “La via italiana del dialogo interreligioso. Le religioni nello spazio pubblico e per la coesione sociale”. Pur nella loro dimensione specifica – ecumenica per il primo e interreligiosa per il secondo – questi impegni sono entrambi il punto di arrivo di un lungo cammino condiviso e, al contempo, punto di partenza per un quotidiano impegno a favore della coesione sociale, della convivenza civile e del dialogo tra persone di fedi differenti.
Non era affatto scontato che si potesse giungere a tanto: da troppe parti vecchi e nuovi motivi di divisione lacerano le nostre società, proprio a partire dalla fede che si professa. Concezioni statiche e caricaturali della altrui identità, linguaggi e immaginari religiosi sfruttati per interessi di potere e di denaro, ripiegamenti su estremismi pseudo-religiosi e su semplificazioni escludenti l’altro, il diverso, l’estraneo inquinano il clima della convivenza anche nel nostro paese e ne minano sia la coesione interna sia l’anima etica.
Invece, grazie all’iniziativa intrapresa con fermo impegno dalla Conferenza Episcopale Italiana attraverso il suo Ufficio per l’Ecumenismo e il Dialogo interreligioso, un paziente lavoro di conoscenza reciproca, di fiducia accordata e ricevuta, di attento ascolto e franco parlare, e una comune sottomissione alla dimensione spirituale della condizione umana hanno prodotto due testi che potranno contribuire a disinnescare la violenza della conflittualità e di avviare percorsi di comprensione e di riconciliazione.
Un’identica affermazione caratterizza i due Patti, sancendo l’irreversibilità degli impegni presi: “L’opzione per il dialogo è una scelta da percorrere con determinazione anche quando le posizioni divergono e quando le pressioni interne o esterne alimentano fratture e dissidi tra noi e potrebbero dividerci”. E il Patto interreligioso chiarisce ulteriormente: “Nella circostanza in cui lo sviluppo del dialogo dovesse apparire difficile da mantenere, ci si impegna comunque a che i valori fondamentali condivisi nel Patto vengano preservati”. E poco oltre il testo annovera tra gli impegni assunti quello a “contrastare ogni forma di pregiudizio, oppressione, discriminazione ed estremismo: prendere posizioni nette e chiare, sia all’interno delle nostre Comunità di fede che all’esterno, contro l’odio e le persecuzioni per motivi religiosi, come ad esempio l’antisemitismo, l’islamofobia e ogni altra forma. Allo stesso modo, promuovere narrazioni autentiche, responsabili e rispettose, impegnandosi a vigilare sull’uso del nostro linguaggio anche all’interno del Tavolo stesso”. Segno di sano realismo, di lucida lettura di quanto accade ogni giorno nel nostro paese, di consapevolezza che la tentazione dell’inimicizia è sempre in agguato. Ma anche ferma convinzione che il cammino percorso non è rivolto al passato bensì al presente e al futuro: se è stato possibile incontrarsi, capirsi e stimarsi in un clima di esasperata contrapposizione, sarà possibile custodire come tesoro prezioso il dialogo intrapreso.
Altro tratto comune ai due Patti è il riferimento esplicito all’art. 4, comma 2 della Costituzione della Repubblica italiana: “Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”. Il Patto tra le Chiese lega questo dettato costituzionale agli impegni “al rispetto della libertà di coscienza di ogni persona” e al perseguimento della “libertà religiosa per ogni persona”, mentre quello tra le confessioni e tradizioni religiose esplicita così la portata di coesione sociale auspicata dalla Costituzione: “Ci impegniamo a promuovere la libertà e la pari dignità di ogni confessione cristiana e religione di fronte allo Stato attraverso un dialogo critico e costruttivo sul rapporto tra religione, laicità e politica nel contesto italiano, nella consapevolezza del contributo che le religioni possono offrire al progresso materiale e spirituale della società”.
In questo spirito, le religioni che hanno siglato il Patto riconoscono che “ogni tradizione religiosa porta con sé valori, radici, esperienze, pratiche, comportamenti e una ricerca del Sacro nei quali si dà spazio alla centralità di Dio, ai messaggi profetici, ai testi sacri, all’esperienza della Trascendenza e alle diverse forme di senso ultimo dell’esistenza” e sono convinti che “il loro ascolto può contribuire a sviluppare un clima di rispetto e di reciproca comprensione e a creare occasioni di incontro e collaborazione”. La via intrapresa dilata il dialogo dai rapporti tra cristiani di diverse confessioni e tra i credenti di diverse fedi alla convivenza civile nella nostra società. Non a caso i firmatari condividono “il valore e la complessità di essere persone credenti e praticanti di diverse fedi in una società post-moderna secolarizzata, multiculturale e plurireligiosa, ferita da conflitti ed estremismi, anche pseudo-religiosi, derivanti da posizioni etnocentriche, prevaricanti, di chiusura e di colonizzazione culturale ed economica” nonché “l’importanza di agire insieme per il Bene comune”.
Sono parole che non intendono semplicemente “neutralizzare” il preteso potenziale bellico delle religioni. Il loro messaggio si spinge molto più in là: i due “Patti” affermano che queste hanno in sé stesse la capacità di operare in favore della coesione del tessuto sociale, e ciascuna di contribuire all’approfondimento del cammino di chi segue un’altra via religiosa. È in questa linea che da alcuni anni, come fratelli e sorelle di Bose, abbiamo iniziato a organizzare settimane di convivenza per giovani appartenenti a religioni e a chiese cristiane diverse. Si tratta di ragazzi e ragazze che ormai condividono un medesimo contesto culturale, quello italiano ed europeo, in tutte le sue espressioni e declinazioni: nel loro quotidiano studiano o lavorano fianco a fianco, conoscono fatiche analoghe, si divertono insieme, coltivano sogni che si assomigliano… mettono invece tra parentesi la loro esperienza religiosa, immaginando che in quello spazio non hanno nulla da condividere e, peggio ancora, credendo che qualsiasi tentativo di condivisione della propria fede potrebbe condurli a due rischi ugualmente pericolosi: un relativismo religioso che svilirebbe il proprio di ciascuna via; oppure l’esacerbazione di differenze che accenderebbero inutili conflitti. La condivisione di vita per una settimana li porta invece a scoprire come, lungi da qualsiasi sincretismo, l’ascolto dell’altro e della sua esperienza religiosa è dinamica essenziale per edificare un nuovo modo di vivere insieme e di alimentare quel tessuto sociale che loro, nuove generazioni, sono chiamate a edificare, diventando ancora più consapevoli della propria fede.
I fratelli e le sorelle di Bose
Bose, 30 giugno 2026
Collegio apostolico
