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La sfida di una chiesa nuova: incontro con Armando Matteo

Primo piano del teologo Armando Matteo con occhiali da vista e uno sfondo sfocato e luminoso. L'uomo, con capelli corti brizzolati, indossa un maglione scuro sopra una camicia grigia. Nella parte inferiore, una fascia nera contiene la scritta in bianco: "LA SFIDA DI UNA CHIESA NUOVA - incontro con Armando Matteo".
1 ottobre 2026
L’irrilevanza del cristianesimo che consegue a questo cambiamento d’epoca chiede, per il suo superamento, una nuova mentalità pastorale. Non possiamo dare le risposte di ieri alle domande di oggi. E in questo il cristianesimo ha molte carte da giocare. Ma ad un’unica condizione: quella di immaginare una Chiesa diversa. Ed è proprio a questa Chiesa diversa che con libertà e coraggio dobbiamo dare vita oggi, giocandosi fino in fondo la fortuna di essere irrilevanti!”. Queste le parole che don Armando Matteo, docente di Teologia fondamentale alla Pontificia università urbaniana di Roma e segretario per la Sezione dottrinale del Dicastero per la dottrina della fede, fanno da introduzione al suo ultimo libro edito da San Paolo La fortuna di essere irrilevanti. L’abbiamo incontrato. 

Don Armando recentemente hai scritto “La fortuna di essere irrilevanti”. Veramente come cristiani, è una fortuna essere irrilevanti? 
Ogni aspetto dell’esistenza umana possiede un carattere di ambivalenza, cioè offre sempre un altro lato rispetto a quello che ci viene immediatamente incontro quando lo osserviamo più da vicino. E questo vale anche per il tema dell’irrilevanza. 
Con questa parola, intendo innanzitutto registrare che, per il cittadino occidentale medio, Gesù e il suo Vangelo non rappresentano più una risorsa per una vita pienamente umana. Da decenni egli si rivolge ad altre fonti per apprendere come si vive felice mente la propria presenza umana al mondo. Ciò che per noi credenti è così rilevante per una vita pienamente fiorita – penso alla fede nel Signore Gesù, all’esperienza della preghiera, alla celebrazione eucaristica domenicale, all’appartenenza ad una comunità credente, all’attenzione ai poveri e agli svantaggiati – per la maggior parte di coloro che appartengono alle generazioni occidentali nate dopo la Seconda guerra mondiale rappresenta un elemento della storia della cultura diffusa, ma non più un ingrediente essenziale per un’esistenza compiuta. Il pensiero va ai giovani, per certa misura anche a quello delle persone anziane. Nel libro documento questo fatto con riferimenti non solo all’esperienza spicciola di chiunque abbia un minimo di dimestichezza con il cristianesimo diffuso nelle nostre parrocchie e movimenti ecclesiali, ma anche con riferimento ai dati delle più recenti indagini sociologiche sul sentimento religioso degli occidentali. 
Di fronte a tutto questo, non c’è certamente da essere felici. Questa situazione dispiace, ferisce, provoca pure risentimento. Ma – ed ecco qui l’ambivalenza di cui si diceva sopra – questa situazione può diventare “una fortuna”. Cioè può diventare un’occasione buona per attuare, con libertà e con coraggio, quella trasformazione pastorale di cui la Chiesa che opera in Occidente ha urgentemente bisogno. 
Nel tempo dell’irrilevanza, quando nessuno si aspetta alcunché da noi, possiamo permetterci il grande gesto del “poter deludere”. Si tratta della possibilità di mettere in atto tutto ciò che è necessario per rendere le nostre comunità quello che dovrebbero essere – luoghi in cui chiunque possa innamorarsi di Gesù e del suo Vangelo – senza dover sottostare ai placet di chi non vuole cambiare nulla perché si è sempre fatto così, di chi vuole tornare più indietro che più indietro non si può, di chi pensa che tutto è ormai perduto e dobbiamo inventarci qualcosa di super strabiliante. 

Papa Francesco ripeteva spesso che non siamo in un’epoca di cambiamenti, ma in un cambiamento d’epoca
Un cambiamento d’epoca… ci siamo accorti di questo cambiamento? 
Purtroppo, nessuno come i vescovi occidentali ha fatto e fa più fatica a entrare nella dinamica che il grande papa Francesco indicava con quella straordinariamente pertinente espressione. Il cambiamento d’epoca è una cosa davvero reale. Noi viviamo in un modo qualitativamente diverso rispetto a quello dei nostri genitori e dei nostri nonni. Abbiamo vite più lunghe e più sane, un apparato tecnologico straordinario, risorse mediche, farmaceutiche e psicologiche sempre di più in grado di eliminare ogni traccia di dolore e di sofferenza, cibo in abbondanza, informazioni senza numero e strumenti di comunicazione sociale efficaci e facili da utilizzare. Tutto questo ci ha portato nell’epoca dell’abbondanza e ci ha fatto definitivamente uscire da quella “valle di lacrime” di cui parla la Salve regina. Questo è il cambiamento d’epoca: una rivoluzione epocale e strabiliante dei fondamentali dell’esistenza umana. 
E il cristianesimo con cui i giovani, gli adulti e gli anziani occidentali oggi entrano ordinariamente in contatto è ancora del tutto parametrato per una vita condotta nell’antica valle di lacrime. E tanti credenti faticano – vescovi in primis – ad accettare questa nuova condizione dell’Occidente. 

La Chiesa è indietro di 200 anni ci ricordava il cardinale Martini, come mai questa affermazione non ci ha scosso e continua a non scuoterci? 
Come ricorderai su questa espressione di Martini ho scritto un libro dal titolo La Chiesa che verrà, nel quale cerco di offrire una risposta a questa tua domanda. Il punto è che cambiare non è facile. La mentalità pastorale che governa ancora la Chiesa che è in Occidente – quella che io chiamo “la pastorale della consolazione” – ha alle spalle 600 anni di storia e di successi. Rimboccarsi ora le maniche e mettersi a dare vita ad una nuova mentalità pastorale è un’impresa semplicemente notevole. Più facile pensare che, dopotutto, non siamo così indietro rispetto al cammino dell’umanità e che con qualche piccolo aggiustamento delle cose possiamo fare quello che abbiamo sempre fatto nell’ambito della formazione, della celebrazione e della testimonianza cristiane. 

Le nostre parrocchie, le nostre catechesi specialmente dell’iniziazione cristiana, la liturgia… e potrei continuare sono quelle di 50...60 anni fa, se non ancora quelle pre-Concilio. Perché non ci rendiamo conto che facciamo gesti e usiamo parole che sono incomprensibili all’uomo di oggi? Nonostante il Concilio noi siamo ancora spettatori, per esempio la celebrazione eucaristica… l’unica parte in i cui i fedeli posso dire una parola è la così detta “preghiera dei fedeli” che è di tutti purché dei fedeli, è una “caramella ciucciata da altri”, perché? 
Ripeto: cambiare non è mai un gesto facile. Devi prendere delle decisioni, abbandonare qualcosa a cui ti sei abituato e fare spazio a qualcosa che non hai ancora sperimentato. E poi devi avere il coraggio di affrontare la delusione degli altri. 
Noi siamo animali che hanno bisogno di abitudini, di attendibilità, di affidabilità. Di costanti. 
E questo vale anche a livello sociale e culturale. Ed ecclesiale. Ovviamente tutto questo poi può raggiungere un livello di inefficienza e di negatività molto alto e allora è tempo di darsi una mossa. Nella seconda parte del mio libro indico tutta una serie di “trasformazioni strutturali” che la Chiesa in Occidente deve mettere in atto per non diventare una specie di museo, una sosta per turisti, un luogo dove ci si prepara unicamente all’ultimo viaggio. E gli ambiti della futura necessaria trasformazione ecclesiale sono appunto quelli della formazione, della celebrazione e della testimonianza. Ed oggi proprio grazie alla stagione dell’irrilevanza che ci tocca in sorte, come credenti saremmo più liberi di cambiare, trasformare, deludere e contenere questa delusione. 

Le nostre messe festive, non parlo di quelle feriali, sono caratterizzate dall’assenza dei giovani, non riusciamo più ad essere attrattivi? La nostra fede è diventata insignificante per le nuove generazioni? 
L’espressione più efficace per dire tutto questo ce la offre Nietzsche, quando parla del cristianesimo del suo tempo come di un grande spazio di “monotonoteismo”. In questo senso la situazione, nel tempo che ci separa dal filosofo tedesco, è rimasta semplicemente immutata. I giovani ci guardano, ci annusano, sbirciano un po’ quello che mettiamo in atto nel nostro ritrovarci domenicale e l’unica constatazione che possono fare è quella della nostra quasi permanente depressione. Che cosa rimane in verità di “festivo” nelle nostre celebrazioni festive? Molto spesso ho la ventura di celebrare delle messe nelle quali vengono cantati i canti della mia prima comunione. Inutile ricordare che il giorno della mia prima comunione appartiene al secolo e al millennio scorsi! 

Non credi che il più grande lascito testamentario di papa Francesco sia stato papa Leone? 
L’immensa tristezza per la malattia grave e per la perdita di papa Francesco è stata per me alleviata proprio dall’elezione al soglio pontificio di papa Leone XIV. Due persone dai caratteri molto diversi, ma veri credenti, veri pastori, autentici “pontefici”. Lo Spirito di Dio guida la Chiesa. A noi tocca maggiore docilità.


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