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Creare e costruire comunità: la chiave per vivere da cristiani

Un ritratto in primo piano di Luciano Manicardi con lo sguardo rivolto verso l'obiettivo. L'uomo ha una barba bianca e folta, baffi e capelli castani spettinati. Indossa un cappotto scuro sopra una camicia azzurra e un maglione nero. Sotto l'immagine, una fascia nera riporta il testo in bianco: "CREARE E COSTRUIRE COMUNITÀ: LA CHIAVE PER VIVERE DA CRISTIANI - intervista a Luciano Manicardi".
In vista delle Giornate di Borca, che si terranno dal 18 al 20 settembre in forma residenziale, con la presenza del Vescovo, Enrico Trevisi, e nelle quali si affronterà il tema “La buona notizia del Vangelo oggi. Linguaggi, relazioni, strade per crescere verso la pienezza”, abbiamo raggiunto Luciano Manicardi, monaco di Bose – che sarà ospite proprio alla tre giorni per favorire l’approfondimento sul tema delle Giornate – per rivolgergli alcune domande. 

Colpisce sempre quanto si dice dei primi cristiani: “La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola …” (Atti 4,32). Questa testimonianza, queste relazioni erano la strada per annunciare la profonda realtà che li aveva conquistati e che stavano vivendo. Come attualizzare quell’esperienza in un momento storico in cui siamo spinti sempre più verso l’individualismo, per portare la buona notizia del Vangelo e dell’incontro con Gesù, sia come singoli che come comunità? 
La narrazione degli Atti è segnata da idealizzazione e generalizzazione che coprono le tensioni e i conflitti intra-ecclesiali e inter-ecclesiali che lo stesso Luca narra sempre negli Atti. Dovremmo cogliere quei testi come indicatori di una meta, e dunque di una via da percorrere. Infatti, il genio del cristianesimo sta nel creare comunità, ovvero nell’innestare nella fede nel Cristo Risorto e nel dare forma ecclesiale al bisogno antropologico dell’uomo che cerca la comunità perché è un essere relazionale, un essere parlante e un essere cosciente di dover morire. 
Questa dimensione antropologica viene risignificata evangelicamente rendendo possibile la convivenza dei diversi nel nome di Gesù Cristo. 
Questa costruzione comunitaria è la fatica perenne della vita cristiana. 
Quasi sessant’anni fa, Joseph Ratzinger scriveva: “Dalla crisi della chiesa che vediamo oggi verrà fuori domani una chiesa che avrà perso molto. Essa diventerà più piccola, dovrà ricominciare tutto da capo. Oltre che perdere numericamente degli aderenti, perderà anche molti dei suoi privilegi nella società … Come piccola comunità essa solleciterà molto più fortemente l’iniziativa dei suoi singoli membri … Ma, da tutto questo, da una chiesa interiorizzata e semplificata, uscirà una grande forza. Gli uomini, infatti, saranno indicibilmente solitari in un mondo totalmente pianificato. Essi scopriranno allora la piccola comunità dei credenti come qualcosa di totalmente nuovo”. 
L’individualismo è l’altra faccia della solitudine per cui oggi gli umani sono “solitudini connesse” che abbisognano di relazione concreta, fraternità, prossimità. Nello spazio cristiano si tratta oggi di creare piccole comunità, microcosmi, formati da persone convinte, che vi aderiscono per libera scelta e che con la qualità delle loro relazioni narrano la potenza del vangelo. Nel Nuovo Testamento le comunità cristiane non si chiamano solo “chiesa” (ekklesía), ma anche “fraternità” (adelphótes): è così nella prima lettera di Pietro (2,27; 5,9) dove ci si riferisce a comunità numericamente esigue e minoritarie nel contesto pagano. 
Si tratta di porre al centro della vita ecclesiale i legami e le relazioni di fraternità: infatti, “da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35). In questo modo, le comunità di fede, minoritarie, possono guadagnare in densità e intensità ciò che perdono in estensione. 

Quali sono i luoghi in cui oggi ci si può formare per annunciare il Vangelo alla realtà odierna? 
I luoghi devono essere le concrete comunità cristiane. Se le chiese locali non adempiono questo compito, che ci stanno a fare? Chiediamoci: qual è la ragion d’essere di una chiesa, di una comunità cristiana? È quello di alimentare, sostenere, affinare la relazione con Dio Padre, nello Spirito santo, per mezzo di Gesù Cristo dei battezzati. Questo compito deve diventare la priorità di una comunità cristiana. A costo di sacrificare ad essa altre attività pastorali e iniziative diocesane. In tempi in cui ci si chiede se siamo gli ultimi cristiani e ci si interroga sulla problematicità della cosiddetta “trasmissione della fede”, occorre assumere coraggiosamente una priorità attorno a cui impostare la vita della comunità cristiana. 
Occorre dare ai battezzati gli strumenti per crescere nella fede. Ovvero, introdurre alla conoscenza delle Scritture e, tra le Scritture, massimamente i vangeli, “in quanto sono la principale testimonianza relativa alla vita e alla dottrina del Verbo incarnato, nostro Salvatore” (DV 18). I cristiani fondano la loro identità di fede su Gesù, centro dei vangeli e culmine della rivelazione. Su questa base, si tratta di iniziare alla preghiera personale, alla meditazione, alla lotta spirituale, al discernimento, così come ad abitare la solitudine e il silenzio per riconoscere la presenza del Signore in sé e negli altri. Il primato della trasmissione della vita spirituale è poi essenziale nei confronti di giovani che vivono una sorta di analfabetismo di fede e sono sprovvisti di strumenti per fondare antropologicamente il dinamismo della fede, per far aderire parole e gesti della fede alla loro concreta esistenza. 

Da dove partire per annunciare il Vangelo? Dalle domande presenti nella realtà personale della persona che abbiamo davanti? Dalla Parola stessa? Dalla realtà in cui vive? 
La fede cristiana è costitutivamente storica. La storia non è semplicemente lo scenario della rivelazione, ma essa stessa è portatrice di una parola di Dio. Parola che la fede deve discernere fino a interpretare la storia e cogliere in essa dei segni dei tempi e a rispondervi con azioni ispirate dal vangelo. Sempre dunque l’annuncio evangelico nasce dall’incontro tra la parola di Dio e l’oggi, tra il vangelo eterno e le contingenze storiche. Per questo occorre che il cristiano sia anzitutto una persona che assume sempre più lo spirito del vangelo con un assiduo ascolto della parola di Dio e che la comunità cristiana sia anzitutto il luogo della formazione alla conoscenza del Signore. Che passa necessariamente attraverso la conoscenza delle Scritture, “l’ignoranza delle Scritture, infatti, è ignoranza di Cristo” (DV 25). Ma questo ascolto si deve rivolgere anche al quotidiano, alla storia, agli altri, ai piccoli, perché in essi si presenta il volto di Cristo stesso (Mt 25,31-46). Se Dio parla a noi attraverso le pagine della Scrittura, egli ci raggiunge anche nell’altro uomo, nel povero, in coloro che incontriamo. 

Chi deve annunciare il Vangelo? Come formarsi per farlo? 
Il cristiano annuncia il vangelo vivendolo, con la sua testimonianza esistenziale. Questo è compito di ogni battezzato. Per formarsi ho già sottolineato che occorre che la comunità cristiana assuma come priorità nel nostro oggi la formazione alla vita spirituale e, unitamente ad essa, la formazione umana. Cioè, si tratta di insegnare a pensare, perché pregare implica il pensare la vita davanti a Dio. Agostino è lapidario sull’essenzialità del pensare per pregare: “Chi non vedrebbe che il pensare precede il credere? … È necessario che le cose che si credono siano credute per il precedente intervento del pensiero … Chiunque crede, pensa, pensa con il credere e crede con il pensare … la fede, se non è pensata, non è nulla (fides, si non cogitetur, nulla est)”. La formazione umana, richiesta da quel cristianesimo che nell’incarnazione, cioè nell’umano vissuto da Gesù di Nazaret, riconosce il proprio cuore rivelativo, comporta l’ introdurre all’arte dell’ascolto e delle relazioni, perché solo così si arriverà ad amare. Richiede l’iniziazione alla vita interiore e alla conoscenza di sé e comporta di aiutare i processi di riconoscimento e gestione delle emozioni per non farsene dominare. E questo è importante soprattutto per i giovani. 
Oggi molti ragazzi non sanno riconoscere le emozioni e da esse si lasciano trascinare a comportamenti dannosi per sé e per gli altri: non si riconosce l’emozione della collera e la si disregola in aggressività; non si riconosce l’emozione della tristezza e la si disregola in depressione. Anche qui l’insegnamento di Agostino è prezioso. Si tratta di considerare le emozioni come sintomi, di ascoltarle per imparare che cosa dicono di noi: “Nell’insegnamento cristiano non si chiede tanto se l’animo va in collera, ma perché va in collera, non se è triste, ma per quale motivo è triste, non se teme, ma che cosa teme”. Tenere unite formazione spirituale e umana è semplicemente non dividere ciò che Dio ha unito e dovrebbe costituire la priorità di una chiesa oggi. Interpreto così l’immagine della “scuola” che il teologo Tomáš Halík applica alla chiesa ritenendola una forma necessaria per il suo oggi e il suo futuro. 

Cosa dobbiamo modificare nei linguaggi ecclesiali attuali per annunciare il Vangelo? 
Le difficoltà del linguaggio ecclesiale, si pensi al linguaggio liturgico, sono la punta dell’iceberg che dicono la difficoltà, per certi versi la quasi improponibilità, dell’annuncio cristiano. Non credo che basti un lavoro di ammodernamento (?), aggiornamento (?), rinnovamento (?), cambiamento (?) del linguaggio. E poi, di che cosa? E come? La simbolica cristiana è in crisi, la struttura sacramentale stessa della chiesa “sta per affondare” (Elmar Salmann). 
Prima di pensare a un cambiamento del linguaggio che probabilmente porterebbe a operazioni di maquillage senza futuro, occorre un rinnovato sforzo di ascolto e comprensione, altrimenti il rischio è che, di fronte ai cambiamenti antropologici in atto, noi continuiamo a parlare a un uomo e a una donna che non esistono più. 

Su quali categorie puntare oggi per annunciare il Vangelo nella realtà antropologica contemporanea? 
Penso che si debba sottolineare la centralità dell’umanità di Gesù di Nazaret come pienamente rivelatrice di Dio. 
Sempre le immagini di Dio hanno conosciuto inculturazioni differenti nell’annuncio nelle diverse epoche storiche e nelle diverse regioni geografiche. Oggi siamo avvezzi all’immagine del Dio trinitario che è relazione in se stesso; siamo persino abituati all’immagine del Dio sofferente che in altre epoche cristiane appariva inimmaginabile. Penso che oggi cogliere la dimensione di Gesù come rivelatore di Dio nella sua umanità ci conduca a vedere i vangeli come scuola di umanizzazione, come portatori di una parola capace di trasformare la nostra umanità a immagine dell’umanità di Dio che è Gesù di Nazaret. Questa accentuazione è sì suggerita dal fatto che per l’uomo secolarizzato, il cui cielo è vuoto di divinità e che è sostanzialmente indifferente alle parole della fede, il messaggio evangelico è comprensibile – forse – solo come forma di umanizzazione, come pratica di umanità, come offerta di una possibilità sensata di vivere l’umano, ma soprattutto, perché questa ermeneutica, che coglie nella fede i vangeli come i testimoni dell’umanità di Gesù di Nazaret come rivelatrice dell’essere e dell’agire di Dio, non solo non è minimalistica, ma apre una prospettiva di conversione radicale per il credente e per la Chiesa nel suo insieme. Una conversione che ha a che fare non con pratiche religiose o rituali, ma che riguarda l’umanità stessa dell’uomo, di tutto l’uomo: il suo parlare e agire, il suo rapportarsi al mondo, agli altri e alla natura, il suo guardare e ascoltare, il suo amare e il suo pensare. Insomma, il suo modo di declinare l’umano, di vivere quell’umano che è il luogo dell’immagine e somiglianza con Dio. Non si dimentichi che ciò che Gesù ha di straordinario non si situa sul piano religioso, ma umano. 

La fatica di credere. Quando incontra persone che dicono “non riesco più a credere”, da dove comincia ad ascoltarle? 
Occorre un ascolto personalizzato. Un ascolto che si declina come domanda. E la domanda è apertura incondizionata all’altro, è offrirle la possibilità di essere se stessa e dirsi in totale libertà. L’affermazione “non riesco a credere” diviene per me occasione di domanda. Pongo domande che facciano emergere i vissuti profondi della persona e che, in modo delicato e discreto, consentano alla persona di andare a fondo di quella affermazione. 
Perché è così importante per lei credere? Che cosa le dà o le dava il credere? Cosa sente di aver perso? Concretamente cosa comportava e come incideva nella sua vita il credere? E mille altre domande che aiutino la persona a toccare, senza esserne schiacciata, la sofferenza da cui nasce quell’affermazione che assomiglia a un grido di aiuto. Ma le domande e l’ascolto dipendono dalla persona che hai davanti: è lei che le suscita. Non si decide a tavolino, come ora in un’intervista, bensì ascoltando e osservando la persona, il suo corpo, le sue emozioni, le sue parole e i suoi silenzi. Il fine è che la persona possa vedere in maniera più chiara in se stessa. 

La buona notizia nel quotidiano. In quali gesti quotidiani vede ancora affiorare il Vangelo, anche dove nessuno lo nomina? 
Il quotidiano è lo spazio della fede, il luogo del culto esistenziale. Se il quotidiano, con la sua ripetitività può ingenerare stanchezza e ottundimento, esso chiede di essere vivificato con la vigilanza. 
E proprio nella lucidità di chi non si appiattisce nel quotidiano fino a renderlo orizzonte totalizzante in cui annega “senza accorgersi di nulla” (Mt 24,39) come la generazione di Noè, ma resta vigilante e vede ciò che gli altri non vedono, osa la follia di gesti da molti incompresi ma che si riveleranno provvidenziali (come Noè che costruì l’arca), in questa dimensione profetica si vede la potenza del vangelo. Vi è una dimensione profetica e di santità nascosta, che non si esprime sui media e sui social, che non cerca visibilità, ma che si nutre di quotidiano e vi traduce lì il vangelo. Il vangelo vissuto nelle piccole cose di ogni giorno, che poi tanto piccole non sono se costituiscono il luogo in cui realizziamo la nostra umanità, ci edifichiamo come persone, costruiamo le relazioni che danno senso e sapore al nostro vivere: amicizie, amori, una famiglia. Si tratta di quella “santità della porta accanto” di cui parlava papa Francesco. Una santità non eclatante, che non assurge agli onori degli altari – come si dice – ma che innerva di umanità, di senso, di bellezza, di vivibilità l’esistenza di tante persone. 
Custodire la gioia e fuggire la disperazione anche in situazioni tragiche, perseverare con fedeltà in servizi estenuanti di carità, assistenza, accompagnamento di persone malate o segnate da disabilità, osare denunciare il male là dove si manifesta evitando il silenzio complice o il far finta di niente per quieto vivere. Questi e tanti altri atteggiamenti che sgorgano dalla fede, mostrano la vitalità della fede nel quotidiano. 

Le domande che arrivano. Quali domande spirituali le portano oggi le persone, magari senza usare parole religiose? 
Se intendiamo la parola “spirituale” in senso lato, non legato al religioso, la maggior parte delle domande e delle sofferenze che le persone presentano oggi riguardano la vita relazionale: la vita coniugale, il rapporto genitoriale, i rapporti sui luoghi di lavoro. E poi i problemi di senso della vita che nascono da un lutto, da malattie gravi proprie o di persone care, da dipendenze, da criticità vissute dai figli … Certo, vi è anche chi esprime una ricerca spirituale che va nel senso di discernere cosa il Signore stia chiedendo alla sua vita, ma la domanda per eccellenza riguarda l’umano, le relazioni, la vita intima, il lavoro. E la ricerca è quella di un punto di vista che possa illuminare di una luce diversa il problema che assilla. 
Così come di un ambito e di una persona “fuori dalla mischia” con cui poter attuare un’apertura del cuore radicale in un contesto di fiducia. Cioè, sentendosi accolti, ascoltati e non giudicati. 

La parola che consola. Quando una persona è ferita o scoraggiata, quale parte del Vangelo sente che può davvero toccarla? 
Il discernimento lo si fa davanti a un volto, a un corpo, a delle parole e a dei silenzi, non astrattamente. Non esistono ricette prefabbricate e il vangelo non è una raccolta di parole e racconti edificanti da utilizzare in diverse occasioni e per differenti necessità (anche se pure così lo si è usato, e così facendo forse se ne è anche abusato). Sono tante le parole e i testi evangelici che possono toccare una persona. Ma il discernimento da cui scaturisce un consiglio nasce solo dall’interazione tra le due persone. 

Il Vangelo nelle crisi. Come accompagna chi vive una crisi personale o familiare e non vede più un orizzonte? 
Anzitutto aiutandola a chiarire il contenuto concreto di ciò che lei chiama “crisi”. Che cos’è una crisi? Normalmente è una situazione in cui una persona deve passare dalle risposte su cui ormai contava e su cui procedeva tranquillamente alle domande. È allora importante ricordare che le affermazioni, le certezze, le risposte che davano sicurezza all’origine non erano altro che risposte a domande. Nella crisi sperimentiamo una perdita di equilibri: gli assetti su cui poggiava la nostra vita non sono più in asse e ci sembra che il mondo intero vacilli. 
Si tratta di cogliere la crisi come un sintomo, una sorta di spia rossa che si accende e ci avverte che qualcosa non va e che occorre cambiare qualcosa. La crisi ci parla. Invece di averne una visione unicamente negativa, si tratta di evolvere fino a coglierne il carattere di messaggio, di avvertimento. Spesso le crisi avvengono per evitarci il peggio. 
Certo, essa comporta fatiche anche dolorose perché smaschera mancanze, immaturità, finzioni, squilibri nella vita personale e relazionale che ci fanno male. Ma proprio così la crisi può fare il suo lavoro di verità. Ci porta a riconoscere che le risposte di cui disponevamo si rivelano inadeguate, che la narrazione di noi stessi, della nostra vita e delle nostre relazioni necessita di essere rivista radicalmente perché non ci sostiene più e non si sostiene più. Perché questo lavoro di rinnovamento degli assetti e degli equilibri personali e relazionali, famigliari possa avvenire, occorre andare a fondo della e nella crisi. E lì l’accompagnamento, discreto e delicato ma attento e vigilante, è importante perché la crisi può avere esiti positivi, di rinnovamento esistenziale, ma anche letali, distruttivi. E trova il suo esito positivo quando nel buio della crisi comincia a rifulgere qualche bagliore di luce. Allora la crisi assomiglia alle doglie di un parto e prepara la rinascita personale. 

La fede come relazione. Che cosa aiuta oggi a passare da una fede “di dovere” a una fede che nasce da una relazione viva? 
Oggi (ma non solo da oggi) la fede non è più trasmessa con il latte materno. Nell’attuale società post-tradizionale, che ha rotto i legami con l’autorevolezza del passato, si sono profondamente indeboliti i processi di trasmissione culturale verticale, cioè da una generazione alla successiva, lasciando il passo a stili di vita e pratiche “orizzontali”, dovuti all’iniziativa degli individui e alla loro libera scelta. Nella società post-cristiana, la fede non solo non è un dovere, ma è frutto di libera scelta. La qual cosa presenta elementi sia positivi che negativi, o almeno problematici. La fede è un atto personale che sgorga da un incontro con la parola di Dio (mediata dalla Scrittura, da una persona, da una comunità, da un evento…) che conduce la persona a porre la stabilità della sua identità in Cristo. Questo atto personale, che coinvolge cioè la totalità della persona (desiderio e pensiero, ragione ed emozione), è anche atto relazionale (con il Cristo Signore confessato come fondamento della propria vita) e temporale (si svolge e diviene nel tempo: la fede di ciascuno ha una storia). Se la fede è relazione con il Signore vivente, questa dimensione relazionale riguarda anche la comunità cristiana. 
La fede è costitutivamente ecclesiale. E proprio una testimonianza ecclesiale, comunitaria, di relazioni gratuite che affratellano i diversi in Cristo, può essere il più potente aiuto per cogliere la fede come verità della propria vita. Proprio perché apre la strada a una profondità di relazioni che esprimono la pienezza dell’umano giungendo fino all’amore del nemico. 
La fede è frutto dell’incontro tra lo Spirito del Signore e la libertà umana, tuttavia possiamo affermare che la qualità bella e ricca delle relazioni nella comunità cristiana, relazioni che nascono sulla fede in Cristo, può aiutare il passaggio da una fede subita ma non scelta, a una fede che è atto vitale. Una fede che traccia cioè la strada al futuro della persona impegnandola ogni giorno della sua esistenza nel dare creativamente realtà a relazioni improntate all’amore di Cristo. 

Parlare di Dio senza linguaggio religioso. Come si può parlare di Dio a chi non ha più parole religiose, ma ha ancora sete di senso? 
Mostrando il ben fondato antropologico di ogni parola evangelica, mostrando che parole e gesti di Gesù parlano alla propria vita e della propria vita. Se si coglie nell’umanità di Gesù la rivelazione di Dio e nella sua pratica dell’umano la narrazione dell’agire di Dio, allora capiamo che il linguaggio religioso rischia di essere perfino un ostacolo alla comprensione e all’accoglienza del messaggio cristiano. La lezione di Bonhoeffer deve qui essere ricordata. Egli declina così l’esperienza cristiana: “Essere cristiano non significa essere religioso in un determinato modo, fare qualcosa di se stessi (un peccatore, un penitente o un santo), in base ad una certa metodica, ma significa essere uomini; Cristo crea in noi non un tipo d’uomo, ma un uomo. Non è l’atto religioso a fare il cristiano, ma il prender parte alla sofferenza di Dio nella vita del mondo”. 
E ancora: “Gesù non chiama ad una nuova religione, ma alla vita”, egli infatti “è il centro della vita”. La sete di senso è apertura di desiderio verso il significato, verso il gusto, verso la direzione, abbracciando dimensioni filosofiche, estetiche e etiche. E a tutto questo la persona e la vita di Gesù hanno qualcosa da dire. 

a cura di don Sergio Frausin 

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