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Battaglia e l’audacia evangelica di ascoltare senza giudicare

Copertina del libro "Persone Transgender. Scienze, teologie, pastorali", a cura di Damiano Migliorini e Giuseppe Piva, edito da Queriniana nella collana OLTRE. La grafica presenta forme geometriche sovrapposte nei toni del marrone, ocra e beige, con i testi ben visibili in lettere maiuscole e minuscole.

In tempi di risposte rapide e posizioni blindate, la voce del cardinale arcivescovo di Napoli, don Mimmo Battaglia, risuona con una serenità poco comune e assolutamente evangelica, considerando il pensiero e la posizione della Chiesa su questi temi. La sua prefazione al testo «Persone transgender: Scienze, teologie, pastorali», (Giuseppe Piva, Damiano Migliorini edd, Queriniana, Brescia 2026), non intende chiudere il dibattito sulle identità trans, ma aprirlo a partire dalla prospettiva più esigente: l’ascolto
«C’è un tempo per ogni cosa sotto il cielo», scrive don Mimmo, richiamandosi alla saggezza biblica. E afferma chiaramente che questo è un tempo per fermarsi, per tacere, per accogliere domande profonde. In una Chiesa spesso tentata dalla fretta di definire, questo invito alla pausa non è debolezza, ma una forma di coraggio spirituale. Perché ascoltare veramente significa esporsi, lasciarsi interpellare, rinunciare al controllo assoluto delle categorie. 
Battaglia descrive il nostro presente come «fragile e complesso», ma anche «fecondo». Non si tratta di una visione pessimistica, ma realistica e piena di speranza. La complessità non è un ostacolo alla fede, ma un’opportunità per purificarla dalle semplificazioni. In questo contesto, la Chiesa – afferma – è chiamata a «rinnovare il suo sguardo sull’essere umano» ed a «attraversare nuove soglie senza perdere la sua anima». Questa espressione racchiude un’autentica teologia pastorale: fedeltà senza immobilismo, apertura senza perdita di identità. 
Il nucleo della sua proposta è chiaro: di fronte alla disforia di genere e alle identità transgender, l’obiettivo non è affrettarsi a giudicare, ma imparare ad accompagnare. «Un cammino non di giudizio, ma di accompagnamento», afferma. Non si tratta di una parola d’ordine superficiale, ma di una rilettura diretta del modo in cui Gesù si relazionava con le persone. 
Cristo non ha mai trasformato la complessità umana in un motivo di esclusione. Al contrario, l’ha resa il luogo privilegiato dell’incontro. «Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mc 2,17). E ancora: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei» (Gv 8,7). In entrambi i casi, Gesù sposta l’attenzione dalla condanna alla misericordia. 
In quest’ottica, don Mimmo afferma con forza: «Nessuno è escluso dal cuore di Dio». 
Questa convinzione infrange ogni tentazione di ridurre la cura pastorale a schemi rigidi. Il Vangelo lo conferma: «Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi e io vi darò riposo» (Mt 11,28). Non ci sono precondizioni, né filtri: solo un invito universale. 
Il valore della prefazione risiede anche nel suo rifiuto di risposte semplicistiche. Il libro che presenta riunisce voci provenienti dalla scienza, dalla psicologia, dall’antropologia, dalla teologia e dalla pastorale. Non c’è un unico linguaggio, né un’unica prospettiva. E questo è una ricchezza, perché la realtà umana non può rinchiudersi in un unico punto di vista. 
Battaglia ci invita a rimanere «nella tensione della ricerca». In un mondo che premia la certezza immediata, la Chiesa è chiamata a sostenere la domanda aperta, a non chiudere prematuramente i processi. Ciò richiede maturità spirituale e umiltà intellettuale. 
Alcuni potrebbero vedere in questa posizione una mancanza di chiarezza. Tuttavia, è vero il contrario. Solo coloro che sono profondamente radicati nel Vangelo possono permettersi di non aver paura delle domande. La fede autentica non si difende chiudendosi, ma aprendosi. 
Don Mimmo colloca inoltre il dibattito nella sua dimensione concreta: le vite reali. 
Non parla di teorie astratte, ma di persone con storie, ferite e speranze. E qui il Vangelo torna a essere il principio guida: «In verità vi dico: tutto ciò che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40). Ignorare la sofferenza altrui non è neutralità, è una forma di cecità spirituale. 
Per questo, la sua insistenza su un «ascolto rispettoso e attento» non è facoltativa, ma essenziale. Ascoltare non significa accettare tutto acriticamente, ma piuttosto riconoscere che l’altro ha qualcosa da rivelare. Come ci ricorda Gesù: «Il sabato è stato fatto per l’uomo, non l’uomo per il sabato» (Mc 2,27). In altre parole, la norma non può mai sopraffare la persona. 
«Ogni persona, ogni storia - anche quelle che sembrano lontane o difficili da comprendere - porta con sé la possibilità di una rivelazione», scrive Battaglia. Questa affermazione apre una prospettiva profondamente cristiana: Dio si manifesta non solo in ciò che è perfetto, ma anche in ciò che è fragile, incompiuto e alla ricerca di senso. 
In queste parole c’è una teologia dell’incarnazione vissuta fino alle sue ultime conseguenze. Un Dio che «abita nelle ferite» non può essere annunciato a partire dalla distanza e dal giudizio. Può essere testimoniato solo a partire dalla vicinanza. 
Il gesto di don Mimmo, dunque, va oltre un semplice prologo. È una presa di posizione pastorale. Non offre soluzioni chiuse, ma piuttosto un metodo: ascoltare, discernere e accompagnare. Un metodo profondamente evangelico. 
In una Chiesa che cerca il suo posto nel mondo contemporaneo, voci come la sua sono imprescindibili. Non perché abbiano tutte le risposte, ma perché indicano il cammino corretto per trovarle. 
Il vero coraggio oggi non sta nel parlare più forte, ma nell’ascoltare più profondamente. E in questo senso, don Mimmo Battaglia sta offrendo una lezione necessaria: quella di una fede che non teme la complessità, perché sa che anche in mezzo ad essa Dio continua ad agire e a rivelarsi in ogni essere umano. 
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Articolo pubblicato il 6.9.2026 nel Blog dell’autore Jose Carlos Enriquez Diaz in «Religión Digital»  

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