Nella Chiesa le donne ancora faticano a essere ascoltate
La parola nella chiesa ha un peso specifico altissimo, perché la dinamica costitutiva del noi ecclesiale ha precisamente a che fare con la parola, in quanto consiste nel trasmettere e condividere il Vangelo. Domandarsi chi parla nella chiesa tocca dunque l’asse portante della chiesa stessa. Se però la dinamica propria della chiesa è quella della comunicazione del Vangelo, che sempre chiede una parola esplicita, chi non può parlare rimane escluso o, nel caso potesse parlare solo a certe condizioni, viene incluso parzialmente o sotto condizione, cioè viene escluso. Stando così le cose, nella chiesa tutti e tutte devono poter parlare, cioè testimoniare ciò in cui credono, trasmetterlo, darne ragione. E infatti questo è accaduto sempre. Nonostante il tentativo di zittire le donne fin dagli ultimi testi del Nuovo Testamento o di relegarne la parola solo in alcuni ambiti (per lo più privatistici), le donne non hanno smesso di parlare, testimoniare, trasmettere, perché se lo avessero fatto, non avremmo più chiesa, visto che esse ne costituiscono ben più della metà. Nel Vangelo di Matteo, il mattino di Pasqua, Gesù dice alle donne di riferire ai discepoli di andare in Galilea perché lì lo avrebbero visto. Se quindi i discepoli non le avessero fatte parlare o non avessero obbedito alla loro parola non avrebbero visto il Risorto.
Nel Vangelo di Giovanni è Maria di Magdala che torna nel cenacolo a dire a tutti che il Signore è risorto e spiegare così a Pietro e Giovanni il senso di quello che avevano visto alla tomba. Nella prima conclusione (Mc 16,8) del Vangelo di Marco invece le donne non dicono niente a nessuno della resurrezione e questo interroga il lettore: chi ha trasmesso la parola se non sono state loro? Questa geniale trovata narrativa del secondo evangelista ci ammonisce: se davvero le donne avessero taciuto, se avessero obbedito allora e lungo la storia a quelli che le volevano zitte, nessuno avrebbe goduto del Vangelo. Se loro non avessero parlato non ci sarebbe stata alcuna buona notizia. C’è però un escamotage tipico delle culture patriarcali per non dare valore a tutto quello che le donne fanno e in questo caso consiste nel farci credere che la parola delle donne vale meno di quella degli uomini. Luca ce lo fa vedere molto bene: quando i discepoli sulla via di Emmaus incontrano Gesù riportano ciò che le donne hanno detto sulla resurrezione facendoci capire che queste parole erano state considerate una farneticazione. Quando poi, poco dopo, questi stessi discepoli, riconosciuto Gesù, tornano a Gerusalemme vengono accolti dagli altri che gli dicono: veramente il Signore è risorto ed è apparso a Simone. Come se l’apparizione a Simone avesse un maggior peso, come a giudicare Dio stesso perché si era permesso di consegnare l’annuncio fondamentale della chiesa alle donne. Non ci si fa istruire da Dio su chi siano i testimoni autorevoli, quelli scelti da lui. Dal momento che sceglie delle donne, non ci si può fidare nemmeno di Dio. Poi finalmente verrà il momento che un uomo dirà la stessa cosa (è apparso a Simone) e allora, certamente, sarà vera. Se lo dice lui…
Siamo ancora messi così? O siamo diventati capaci di dare credibilità alla parola delle donne? Siamo diventati capaci di riconoscere alle donne una parola autorevole, pubblica, dopo aver giustamente verificato (come dovremmo fare per gli uomini) la loro competenza, i loro carismi, la loro capacità comunicativa, oltre alla loro testimonianza di vita? Ancora fatichiamo.
Fatichiamo a fare loro spazio nella predicazione, anche se la chiesa è affaticata su questo piano come poche volte nella sua storia. Fatichiamo a valorizzare carismi e competenze se appartengono a esseri umani nati femmina. E se proprio dobbiamo scegliere una donna per farla parlare, scegliamo una che– non importa con quale curriculum e con quali ragionamenti– non prende posizioni scomode per il sistema ecclesiale, non mette in discussione le relazioni fra i sessi, insomma una che non dà fastidio o che conferma lo status quo. Certo ci sono le eccezioni. Certamente qualcosa si muove. Ma si va troppo lentamente e così ci perdiamo tante parole che vengono dette lontano dai contesti formalmente ecclesiali, come ci perdiamo molti dei doni che lo Spirito fa alle donne. Se la chiesa c’è ancora, vuol dire che il flusso di questa parola testimoniale non è stata interrotta, ma si deve fare largo fra mille ostacoli e continui sospetti. Sappiamo ormai da un centinaio di anni che le donne non sono esseri umani inferiori e che non sono “adeguate” solo ad alcuni ambiti e ad alcuni compiti. Le abbiamo viste in atto e sappiamo che sanno scrivere capolavori di poesia, di filosofia, di letteratura. Sanno fare scoperte scientifiche, inventare tecnologie, insegnare in ogni ambito del sapere. Oramai lo sappiamo e meglio di tutti dovrebbe saperlo la chiesa, la cui storia prende l’avvio da una parola di donne che non solo ascoltano ciò che dice il Risorto, ma lo comprendono ricordando ciò che avevano ascoltato come discepole. Queste sono fra i testimoni autorevoli scelti da Dio che “non fa preferenza di persone, ma a lui è gradito chiunque pratica la giustizia a qualunque nazione appartenga”.
Capire questo stile di Dio quando si trattava di accogliere i pagani non è stato facile (c’è voluto qualche anno), è stato difficile anche con gli schiavi (qualche secolo) ma con le donne è una vera e propria impresa, tanto che ancora siamo nel mezzo del processo. Certamente accadrà e tutti e tutte potremo nutrirci anche alla loro testimonianza autorevole, ma ancora non siamo arrivati. Speriamo non manchi troppo, mortificare lo Spirito non è un peccato da poco.
