Selene Zorzi 'Ancora no all’omelia dei laici'
Rocca 15 del 1° agosto 2026
Molti laici preparati e attiva
mente responsabili nella vita
delle loro parrocchie, sono da
diversi anni chiamati a tenere le omelie nelle celebrazioni eucaristiche. È una pratica saggia, che soddisfa diverse esigenze:
spezzare la monotonia, avere una voce
diversa, spesso comprensibile e più vicina
alle diverse situazioni del popolo di Dio,
riconoscere il lavoro di chi si dedica con
amore e spirito di servizio alla vita della
parrocchia, talvolta mediare una voce collettiva che durante la vita quotidiana si è
espressa ritrovandosi attorno alle letture
della domenica per meditare e discernere la voce dello Spirito (lectio e collatio).
La pratica si è aperta anche alle donne in
diversi luoghi e perfino nelle chiese italiane. Ricordo quando alla fine di un ciclo
di esercizi spirituali, nel corso dei quali
fui chiamata a predicare nella Settimana
Santa di qualche anno fa per un gruppo, il
prete mi disse di tenere l’omelia della veglia di Pasqua come vertice di un percorso
spirituale che era durato giorni e che aveva avuto aspetti di insegnamento dottrinale, commento delle Scritture e accompagnamento spirituale dei singoli e del gruppo. Fu una Pasqua indimenticabile.
Altre pratiche si sono affiancate, come
quella di far venire un prete straniero o
da fuori zona, città, nazione (spesso un
modo per i preti di ricontattare i vecchi
amici di seminario) a fare l’omelia per i
periodi di festa o celebrazioni speciali.
Il dicastero per il Culto divino e la disciplina dei sacramenti ha detto no alla prima di
queste due pratiche. Lo ha fatto comunicando la sua risposta ad una richiesta della
Conferenza episcopale tedesca di concedere, con un indulto, in circostanze eccezionali e con adeguata designazione, a un
fedele laico di predicare l’omelia durante
la celebrazione eucaristica. Il rifiuto è stato
reso pubblico con un comunicato stampa
(solitamente le questioni di ordinaria disciplina liturgica sono risolte per via riservata) che segnala forse che non si tratta di
una risposta teologica serena.
Altri specialisti hanno già preso parola per
criticare tale risposta, almeno nel merito
dell’argomentazione, pur considerando la
risposta del dicastero giusta (cfr. Andrea Grillo su Settimana News). Qui vorrei sottolineare che vi sono elementi per ridiscutere la validità della stessa risposta.
Sconcertano infatti alcuni punti.
Il primo: la domanda non chiedeva una
riforma dottrinale o un cambiamento del
diritto canonico, meno che mai la ridefinizione del ministero ordinato. Chiedeva un
indulto, cioè una concessione eccezionale
che lasciasse intatta la stessa regola. L’indulto è uno strumento tecnico-giuridico
che la Chiesa conosce e utilizza da secoli, appunto per consentire, in circostanze
determinate e limitate, una deroga a una
norma senza doverla cambiare. Il rifiuto di
concedere persino questo lascia perplesse,
anche perché l’argomento apportato sposta la questione dal piano della convenienza pastorale, dove sarebbe discutibile e negoziabile, al piano dell’ontologia liturgica,
dove diventa indisponibile.
Sconcerta infatti, ed è il secondo punto,
la chiamata in causa (nientepopodimeno
che…) della “natura” stavolta della liturgia. Le donne hanno imparato che quando la teologia invoca la natura, è opportuno grattare la superficie, perché spesso
la natura descrive semplicemente un dato
culturale o addirittura intende costruire
una giustificazione sacra per una scelta.
Lo spostamento di piano non è neutro e
rivela ancora una volta che il problema reale non è teologico, ma politico: forse
la paura di aprire una breccia a donne,
catechiste, teologhe, operatrici pastorali che hanno una qualificazione e delle
competenze talvolta superiore a quella
degli ordinati disponibili? Una logica tipica della difesa del privilegio clericale:
si ontologizza la chiusura, trasformando
una scelta storica (perché la liturgia si è
sempre modificata nel corso della storia)
in un dato di natura sottratto alla discussione.
IL MUNUS DOCENDI: INALIENABILE O
DELEGABILE?
Grillo ha attentamente sottolineato che
una delle argomentazioni deboli del testo
è l’aver collegato la presidenza della celebrazione (cui andrebbe collegata l’omelia)
al ministero ordinato.
Tuttavia va indagato anche il ricorso della lettera all’inseparabilità dell’omelia dal munus
docendi attraverso la concatenazione stretta
omelia-liturgia della Parola-proclamazione
del Vangelo-munus docendi-ministri ordinati-sacramento dell’ordine. Questo argomento presenta una difficoltà strutturale che la
lettera non affronta: il munus docendi non
è trattato dalla tradizione teologica e dalla prassi ecclesiale come assolutamente inalienabile nel suo esercizio concreto. Infatti viene partecipato e delegato già in vari contesti,
come la catechesi, la predicazione (can. 766
CIC), l’insegnamento teologico, gli esercizi
spirituali. Il dicastero non dimostra perché
questa partecipazione debba arrestarsi proprio alla celebrazione eucaristica. Anzi sembra quasi evidente una petizione di principio: l’omelia è riservata al ministro ordinato
perché appartiene alla natura della liturgia;
ma appartiene alla natura della liturgia per
ché è riservata al ministro ordinato.
IL PRECEDENTE DEL MUNUS REGENDI
Come abbiamo avuto modo di vedere in
altri interventi, a proposito della nomina
di donne presso uffici della Santa sede,
perfino il munus regendi è stato “scorporato” dalla teologia postconciliare e dalla
legislazione canonica, ammettendo che
fedeli non ordinati possano esercitarne
aspetti rilevanti. Il Vaticano II aveva previsto la partecipazione dei laici al governo
(cfr. LG 33-37; Praedicate Evangelium 10).
Il canone 129 §2 del Cic stabilisce che i
laici “possono cooperare all’esercizio della potestà di governo”; il canone 517 §2
prevede che, in assenza di sacerdoti, la
cura pastorale di una parrocchia — che
implica funzioni di governo — possa essere affidata a un diacono, a una persona
consacrata o a un laico. Infine, la presenza di donne come prefette di Dicasteri,
implica la stessa delega.
Se il munus regendi non è ontologicamente impermeabile alla partecipazione laicale, in forza di cosa lo sarebbe il munus docendi in modo assoluto, e per di più nella
sua forma più contingente come un intervento omiletico in circostanze eccezionali, da parte di una persona qualificata e
debitamente designata?
PRECEDENTI DEROGHE
Uno dei precedenti che legittimerebbe l’omelia dei laici è previsto dalla stessa Congregazione per il Culto Divino. Il Direttorio
per le Messe dei fanciulli (1973), prevede al
n. 48 la possibilità che un laico, in questo
caso un bambino, prenda parola durante
l’omelia. Si tratta del caso dell’omelia dialogata. È un caso adeguato alla situazione
per adattarsi alla mentalità dei piccoli. Non si comprende come una “natura” immodificabile possa sospendersi per i fanciulli
ma si irrigidisca per laici qualificati: è evidentemente una scelta (poco comprensibile e per altri versi non condivisibile).
Sappiamo che in alcune diocesi della
Svizzera i vescovi hanno dato da oltre
venti anni l’autorizzazione a laici di tenere l’omelia durante la celebrazione eucaristica e che la prassi è diffusa oltre i
confini dell’Europa.
LA QUESTIONE RIMOSSA: IL GENERE E
IL PRIVILEGIO CLERICALE
C’è poi una dichiarazione che appare ridondante. La lettera si pronuncia per investire
nella formazione permanente dei sacerdoti affinché l’omelia esprima pienamente la
propria efficacia. È una risposta a una domanda che nessuno aveva posto. A parte
l’excusatio non petita, si riconosce evidentemente che le omelie sono diventate un
momento critico per la maggior parte del
popolo di Dio. Preti impreparati, stanchi, a
corto di idee utilizzano l’omelia come luogo
di sfoghi personali, ideologici o politici; preti stranieri che fanno fatica ad esprimersi
sia in italiano sia in argomentazioni lineari,
rendono questo momento della celebrazione il luogo di pene insopportabili.
L’affermazione evidentemente punta più
lontano: intende mantenere l’esclusività
di uno spazio simbolico perché concederlo significherebbe indebolire la logica
stessa che lo riserva.
CONCLUSIONE
L’argomento di natura è noto: è un argomento politico che intende sottrarre la
questione alla discussione attribuendogli
uno statuto teologico che però l’evidenza
storica e sistematica non supporta. La liturgia si è sempre riformata di epoca in
epoca rispettando e rispondendo alle rinnovate esigenze storiche e sociali. Non si
vede chi potrebbe modificarla se non gli
stessi che l’hanno formulata in un certo
modo.
Non c’è nessuna natura liturgica imposta
che non possa essere cambiata. Si tratta di
scelte disciplinari che si possono e si devono discutere, e non mancheremo di farlo.
