Il Francesco dimenticato: conversazione con Massimo Cacciari
15 agosto-1 settembre
consultabile da tutti, anche dai non abbonati.
È uno dei massimi intellettuali contemporanei, filosofo e politico, è
stato parlamentare e sindaco di
Venezia. Recentemente insieme
a Roberto Esposito ha scritto un saggio,
“Kaos” per i tipi de “il
Mulino”.
Buongiorno professor Massimo Cacciari, come sta?
Accaldato e non solo dal punto di vista
meteorologico.
Sono 800 anni dalla morte di san Francesco, chi è per lei il santo di Assisi? Francesco, quello vero, è stato dimenticato?
Chi è per me? È tutto ciò
che ci siamo dimenticati.
Ci siamo dimenticati completamente, l’abbiamo
completamente frainteso, travisando tutte le sue
parole. Dal significato di
povertà, al significato di
perdono, di pace… usiamo termini come natura,
termini completamente fasulli o addirittura rovesciati, a partire dal
“Cantico delle Creature” trasformato in
una specie di manifesto ecologico. Il tema
della povertà viene considerato, come se si trattasse di chi semplicemente non possiede, invece si tratta di chi rinuncia a possedere se stesso e fa vuoto in sé, fino ad essere perfettamente nudo, nudo sulla nuda terra. È
un travisamento che è cominciato già nell’epoca di
Francesco, il vero Francesco è quello delle prime
testimonianze fino a Celano, poi già con Bonaventura è messo qua è là
fra parentesi. Poi c’è il grande Francesco
di Dante. Anche Dante tuttavia non coglie alcuni aspetti della straordinarietà di
Francesco, il tema della combinazione fra
sofferenza e gioia, fra sofferenza e letizia
non viene colto. Il Francesco di Dante è un eroe, un grande atleta che si erge contro le degenerazioni della Chiesa del
suo tempo. Non c’è dubbio che per Dante sia il
santo per eccellenza, senza paragone con nessun
altro, ma anche lì alcuni
aspetti vengono sottovalutati o travisati. Ancora
più drammatica è la trasformazione di Francesco in Giotto. Non
si tratta quindi soltanto del contemporaneo, del moderno-contemporaneo che
l’ha completamente dimenticato: Francesco hanno cominciato a dimenticarlo il
giorno dopo la morte.
Per Nietzsche “Dio è morto”,
ma Dio è veramente morto?
“Dio è morto” di Nietzsche non significa che
non ci può essere più
fede, basti pensare che
Francesco è presente in
un capitolo dello Zarathustra. Nella figura del mendicante volontario è chiaramente espressa quella di Francesco. Nietzsche
sostiene che Francesco è la bontà in persona, perfetto imitatore di Cristo e anche
lui, Cristo, per Nietzsche, è l’uomo più
buono che sia esistito. Per questo prende
in giro i tedeschi, dicendo: “Cari connazionali, il più buono era
Cristo, Gesù e il più sapiente
Spinoza.
Due
ebrei.” Dio è morto, significa che sono morti quei
valori, quei principi che
hanno dominato la cultura, la filosofia, la scienza
occidentale...
Dio è quello, non il Dio di Gesù. Nietzsche lo sa benissimo, dopo di che è chiaro
che per lui la società europea è totalmente
scristianizzata, come, d’altra parte, lo è per
Dostoevskij. Non soltanto la posizione atea di Nietzsche, ma anche la posizione ultra
cristiana di Dostoevskij, vedono la sponda
europea come diventata totalmente pagana.
“La politica contemporanea vive della tensione irriducibile tra la potenza della
tecnica, volta a omologare
il globo ai propri protocolli
astratti, e la resistenza dei
grandi spazi politici, impegnati a difendere il proprio
il proprio residuo potere sovrano.” “Kaos” è
il titolo del suo saggio, ma kaos nel senso di
caos, confusione?
Kaos non nel senso del caos, del disordine, ma nel senso di vuoto. Magari ci fosse disordine, ci sarebbero delle pedine
già ordinate. Invece le antiche pedine che costituivano il vecchio ordine sono tutte in
frantumi e quindi siamo
in momento di vuoto.
Abbiamo il vuoto sotto i
piedi e non il disordine,
quindi occorre compiere un salto, e non sappiamo cosa troveremo
dall’altra parte sempre
ammesso che il salto riesca. Questa è la
situazione in cui ci troviamo.
