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Massimo Recalcati 'Non smettere di cadere'

Grafica promozionale per il blog con sfondo nero. A sinistra, ritratto fotografico in bianco e nero dello scrittore Samuel Beckett di profilo con occhiali da sole e maglione a collo alto. A destra, la copertina del libro "Radiodrammi" di Samuel Beckett edito da Einaudi. In basso, una fascia grigia riporta il testo bianco "NON SMETTERE DI CADERE di Massimo Recalcati"

18 luglio 2026 

In questa notevole raccolta dei Radiodrammi che Beckett ha composto per la BBC nel corso di un ventennio spicca la forza nuda della parola. La scelta dello strumento radiofonico serve per operare un azzeramento delle immagini. Non a caso lo scrittore irlandese ha vietato espressamente ogni loro adattamento visivo: in un tempo dominato dal consumo avido di immagini quale è il nostro è una delle ragioni della formidabile inattualità di questa raccolta. Tra questi radiodrammi spiccano in particolare due opere degne di essere annoverate tra le più riuscite di Beckett: Tutti quelli che cadono e Braci. Essi costituiscono un allargamento e una ripresa dei temi che avevano caratterizzato la celebre pièce di Aspettando Godot

Il primo riporta nel titolo il Salmo 145, che recita: «Il Signore sostiene tutti quelli che cadono e rialza tutti quelli che si sono piegati». Beckett però spezza volutamente questo titolo sopprimendo la sua pars construens. Il cadere diviene così la cifra fondamentale della condizione umana che nessun Dio può guarire. Nessuno può salvarsi, nessuno può emanciparsi dal peso insopportabile dell’esistenza. Non a caso la forza di gravità si imprime come l’espressione del carattere assurdo e privo di senso dell’esistenza che diviene proprio per questa ragione un peso da trascinare faticosamente. Il viaggio della signora Rooney verso la stazione ferroviaria è una via crucis. Si tratta di una donna anziana e malata che fatica a camminare. Il suo corpo è preda di un lento e inesorabile declino. Non è il corpo che dice “Si!” alla vita, come accade a Molly, la formidabile protagonista femminile dell’Ulisse di Joyce, ma un corpo in disfacimento, carne afflitta, piagata, «distrutta nei polmoni, nel cuore e nel fegato». Inoltre la sua vita appare incarcerata anche da un lutto irrisolto per una figlia morta bambina. Nel suo viaggio verso la stazione in attesa del ritorno a casa del marito cieco, anche le macchine sembrano ostacolare il suo movimento: biciclette, furgoni e treni appaiono guasti o in ritardo. 

Beckett sapientemente accentua questa difficoltà di moto (grande tema di tutta la sua letteratura) introducendo la presenza innovativa dei suoni, come quelli dei faticosi e lenti passi sulla ghiaia della signora Rooney, dei versi degli animali, del vento e della pioggia che sembra accentuino la dimensione leopardianamente ostile della natura. Beckett esigeva un controllo ossessivo della resa acustica di questi suoni che avevano il compito di enfatizzare la condizione derelitta dell’esistenza, la sua colpevolezza fondamentale. Come in Aspettando Godot anche in questo testo l’attesa è protagonista. Il treno è in grave ritardo a causa della morte di un bambino caduto dal vagone e finito sotto le rotaie. Beckett non svela la causa di questa caduta. Aggiunge solo alcuni vaghi elementi che possono identificare il colpevole proprio nel marito della signora Ronney che, per esempio, dichiara apertamente di odiare i bambini e di volerne uccidere almeno uno: «Stroncare in boccio un piccolo disastro». 

Ma il punto decisivo di questo drammatico incidente è l’interruzione della catena della filiazione. Altro grande tema beckettiano. Il bambino morto evoca l’assenza di Legge che caratterizza la vita. È un tema biblico che evoca la figura molto cara a Beckett di Giobbe. La colpa che affligge l’essere umano non dipende dalla sua azione né dalla sua intenzione perché è una colpa ontologica che coincide con l’esistenza stessa. La giustizia non si esercita secondo una logica razionalmente retributiva che premia il giusto e sanziona il reo. C’è piuttosto qualcosa di imperscrutabile che caratterizza la stessa Legge di Dio, la quale può colpire senza ragione apparente anche la vita dell’uomo più devoto o quella, come accade in questo caso, di un bambino innocente. 
In Braci questi temi ritornano ma alla luce nuova del tema della memoria. Al centro un uomo, Henry, solo di fronte al rumore incessante delle onde. Il fantasma del padre morto suicida in mare lo opprime. «Chi c’è accanto a me, adesso?», si chiede in uno spazio mentale occupato dai frammenti traumatici del suo passato. Anche in questo caso il processo di filiazione non appare generativo ma assomiglia ad una catena che può trasmettere solo dolore. Un paio d’anni prima in Finale di partita Beckett mostrava le figure dei genitori (Nagg e Nell) ridotti a due troncherini richiusi in due bidoni della spazzatura. In Braci Henry cammina ai bordi del mare invocando il riconoscimento del padre che non avverrà mai. 

Attesa e memoria, come confermano questi due radiodrammi, costituiscono due facce di uno stesso foglio. Si tratta di attendere ciò che non verrà mai e di ricordare ciò che è per sempre escluso dalla presenza. In questo senso essi possono essere letti davvero come due radicalizzazioni della problematica già presente in Aspettando Godot. In tutte e tre le opere l’essere umano è orientato verso qualcosa che resta confinato nell’assenza. L’attesa non si può mai soddisfare e la memoria non può più restituirci ciò che è stato. Restano sole le parole e le voci – resta solo la scrittura; le sole forme di redenzione e di resistenza possibili.
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