Vito Mancuso 'Sì alla Pace di Agostino e Kant, ma non disarmata'
Molte dure reazioni sono seguite al mio articolo della settimana scorsa sul Papa e la pace e alcune mi hanno attribuito tesi che non sostengo come quella di giustificare la guerra. Per questo desidero chiarire il punto essenziale con questa frase in cui mi rispecchio totalmente: «Una guerra di aggressione è intrinsecamente immorale. Nel tragico caso in cui essa si scateni, i responsabili di uno Stato aggredito hanno il diritto e il dovere di organizzare la difesa, anche usando la forza delle armi». È il n. 500 del “Compendio della dottrina sociale della Chiesa” a cura del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace.
Lo stesso sostengono il Catechismo (artt. 2265 e 2310) e soprattutto la tradizione della teologia morale, da Agostino a Tommaso fino al Vaticano II, secondo cui le Forze armate, quando difendono la libertà e la sicurezza dei popoli, «concorrono al mantenimento della pace». Per la dottrina quindi chi esercita il mestiere delle armi con retto dovere concorre alla pace, perché la pace va “mantenuta”. Come? …
Le risposte sono riassumibili in queste tre:
1) stabilendo delle tregue perché la guerra è permanente e insuperabile;
2) abolendo le guerre proclamando il disarmo;
3) non attaccando nessuno ma rimanendo pronti a difendersi se ingiustamente attaccati.
La prima posizione è simboleggiata da Mordo Nahum, l’ebreo di Salonicco incontrato da Primo Levi all’uscita da Auschwitz, il quale, a Levi che gli diceva che la guerra era finita, replicò: «Guerra è sempre». Tra gli esponenti di questa linea vi sono Machiavelli, Hobbes, Marx, Nietzsche. E i tiranni di ogni età.
La seconda posizione dichiara «Guerra mai» condannando ogni uso delle armi all’insegna della non-violenza assoluta. Qui si fa della pace non solo il fine, ma anche il mezzo per ottenerlo. Appunto: pace “disarmata”. Le armi sono ritenute strumenti di morte da abolire quanto prima e così le forze armate. Tra gli esponenti di questa via don Milani, Capitini, Gino Strada, padre Mazzolari.
La terza posizione considera la guerra una malattia, non la norma, che tuttavia per essere curata richiede talora l’uso delle armi. Uso anche doveroso, perché è immorale per uno Stato non difendere i cittadini. In questa visione le Forze armate, ben lungi dal minacciare la pace, ne sono una garanzia.
Qui si ritrovano Socrate, Platone, Aristotele; la maggioranza dei teologi cristiani tra cui Agostino, Tommaso d’Aquino, Mounier, Barth, Bonhoeffer. Tra i filosofi Kant, Mounier, Bobbio. Quest’ultimo sosteneva la pace attraverso non un irresponsabile disarmo unilaterale ma un complesso lavoro diplomatico e giuridico.
La prima posizione ritiene quindi che la pace non vi sarà mai se non come tregua. La seconda che la pace può essere ottenuta tramite il disarmo come pace “disarmata”. La terza che la pace e il disarmo sono la meta cui tendere con la diplomazia e il diritto, ma nel frattempo, finché “tutti” non saranno disarmati, bisogna rimanere armati e, se occorre, usare le armi per difendersi.
Aderendo alla posizione tre, io ribadisco che a mio avviso l’espressione di Papa Leone sulla pace «disarmata e disarmante» esprime un concetto problematico, che se da un lato è popolarmente efficace, dall’altro è lontano dal doveroso realismo dell’etica (e anche della tradizione cattolica, primo fra tutti Agostino). Occorre piuttosto considerare che la pace è un’idea “regolativa”, direbbe Kant, cioè un ideale su cui regolare il lavoro sulla realtà: il fatto che non si possa ottenere per intero non significa che sia inutile, al contrario è la sua assenza nelle menti a generare aggressività e violenza. E questa idea funziona perché, nonostante appaia il contrario, le guerre rispetto al passato sono diminuite. Consideriamo l’Italia: la storia ricorda innumerevoli conflitti tra le nostre città, oggi rimasti solo colorati campanilismi. Lo stesso vale per l’Europa. Se quindi al momento la pace universale non è possibile, non per questo non esiste un graduale cammino verso di essa. Ma il cammino deve essere, appunto, graduale.
La pace “disarmata” va praticata in prima persona da ogni cristiano e ogni essere umano responsabile, a partire dal linguaggio il più lontano possibile dal tono aggressivo di molti pacifisti tutt’altro che pacifici. Ritenere però che questo debba essere il compito dello Stato significa praticare quell’errore logico che Aristotele designava «metabasis eis allo genos», cioè passaggio indebito in altro dominio. Si tratta, in altri termini, di un errore contro il concetto di laicità.
Vito Mancuso, La Stampa 28 luglio 2026
