Enzo Bianchi “La centralità della liturgia nella Chiesa”


aprile 2026 
La centralità della liturgia nella Chiesa
per gentile concessione dell'autore


E, al tempo stesso, l’urgenza di una riforma e il rinnovamento di linguaggi e forme del celebrare.

Nel nostro cammino di accompagnamento della riforma sinodale voluta e iniziata da Papa Francesco e che Papa Leone ha promesso più volte di proseguire, in questa fase di ricerca e di studio in vista del confronto dell’assemblea generale della chiesa indetta nel 2028, vorrei evidenziare alcuni problemi emersi, quelli che secondo me attendono un’urgente risposta. 

Papa Leone ha iniziato una serie di catechesi sul Vaticano II nelle udienze generali ed è partito dalla Dei Verbum, la costituzione sulla parola di Dio, per proseguire nel mistero della chiesa. Una scelta opportuna perché la parola di Dio resta la fonte di tutto l’essere della chiesa, di tutto il suo agire, ma non si dimentichi che il concilio aveva iniziato come primo lavoro e primo locus teologicum dalla liturgia comprendendone l’importanza primaria nella vita ecclesiale e soprattutto l’urgenza di una riforma invocata da quasi un secolo e possiamo dire preparata dal movimento liturgico e da diverse iniziative della chiesa. Forse Papa Leone vuole trattare la Costituzione della liturgia alla fine delle catechesi perché resta il tema più difficile e il più scottante per la pax ecclesiarum e per preparare la chiesa a nuove acquisizioni che non siano un tornare indietro e neppure un avventuroso cambiamento. Ma sta di fatto che quasi tutto l’episcopato e quasi tutte le sintesi nazionali dei lavori sinodali hanno invocato un’urgente riforma della liturgia, constatando tutti la situazione di sterilità, di non-eloquenza e diverse difficoltà. 

Dunque si riaprano i cantieri e oggi non si abbia paura di una “riforma della Riforma”. Riforma che non significa un tornare al tradizionalismo, riforma che non significa una contaminazione tra i due riti (conciliare e straordinario) come propone il card. Koch, ma nella fedeltà alla riforma liturgica si apprestino quelle correzioni e quelle acquisizioni giudicate necessarie. Dalla sintesi della discussione e dalle proposizioni di alcuni paesi europei quali la Francia, la Germania, il Belgio, i Paesi Bassi, La Spagna, emerge la convinzione forte della centralità della liturgia nella vita della chiesa, ma nello stesso tempo il bisogno di un rinnovamento di modalità, stile, linguaggi e forme del celebrare. 

Ma cerchiamo – se riusciamo – di mettere a fuoco alcuni problemi che emergono con evidenza: sono problemi, e lo dico con autorevolezza e con convinzione, che ho messo a fuoco grazie all’ascolto dei fedeli. A Bose e ora alla Madia da sessant’anni coloro che frequentano la liturgia del monastero si esprimono con libertà ora per dire il perché della loro ricerca di celebrazioni in luoghi monastici, ora per lamentarsi delle messe che frequentano nelle loro parrocchie. Sono problematiche che ho ascoltato, registrato, discusso con confratelli e amici teologi come Armando Matteo, con parroci di realtà diverse (in città o in piccole comunità di campagna), ma anche messo a confronto con osservazioni sulle sperimentazioni di nuove forme di celebrazione tentate soprattutto dai gesuiti in Francia a Parigi (Messe qui prend son temps), in Belgio (le celebrazioni di Ringlet) e ora anche in Italia, a San Fedele a Milano. 

Che cosa ne emerge? Innanzitutto non va taciuta una contraddizione che suscita domande alle quali io stesso non so rispondere. Si dice che è decisivo che la liturgia sia partecipata, compresa (è una delle grandi acquisizioni del Concilio: actuosa participatio), ma poi molti, soprattutto giovani, frequentano con fede liturgie in latino che non comprendono (come in tutta l’Ortodossia, dove i fedeli non comprendono la lingua liturgica in uso). 

Che cosa dunque veramente permette di partecipare con convinzione e sapienza alla liturgia? L’ambiente più della lingua? Non mi si dica che questo è amore del sacro perché non è vero e non è sacralità quella dell’atmosfera liturgica nell’Ortodossia! È certo consapevolezza di una partecipazione alla liturgia cosmica con gli angeli e i santi e tutte le creature del cosmo presenti, adoranti, cantanti il Tre-volte-Santo. 

Resta vero che il linguaggio della messa è vetusto, superato, fuori dalla portata dei ragazzi, dei giovani, ma anche di molti adulti. Faccio degli esempi riportatimi sovente dai fedeli: “Perché l’incipit della messa quando ci si presenta al Signore proclama subito e sempre: ‘Ho molto peccato in pensieri, parole, opere e omissioni per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa!’? Questa formula non mostra solo il pensiero che siamo peccatori ma è schiacciante... Si noti poi che ci si dichiara peccatori un’altra volta al Gloria e poi ancora insistentemente prima di ricevere l’eucaristia: siamo invitati ad andare al suo banchetto e ci dobbiamo battere il petto...”. Non credo che questa insistenza sul peccato ci inviti a un incontro con il Signore nella gioia e nel timore di Dio! E ancora un linguaggio eucologico della messa in cui Dio è invocato come “Maestà divina”... “la vittima santa e immacolata”. “Riconosci nell’offerta della tua chiesa la vittima immolata per la nostra redenzione...”. 

E soprattutto che senso ha che si dica: “Guarda con amore, o Dio, il sacrificio che tu stesso hai preparato per la tua chiesa...”? Un ragazzo giustamente ha reagito: “Chi siamo noi per dire a Dio di guardare con amore a suo figlio Gesù?”. E un altro ha commentato: “Mi sembra che noi osiamo l’impossibile: che il Padre ami il Figlio!”. 

Ma poi si leggano le penose orazioni sulle offerte: sovente mancano di coerenza perché sono vere e proprie epiclesi sul pane e sul vino (ma non consacrano!) e hanno un linguaggio oltre che desueto indirizzato a un Dio altissimo e distante che chiede obbedienza e timore. Lo sappiamo: ricalcano formule medievali tradotte nella riforma liturgica, ma come dicevamo allora era necessario con un lavoro delle fonti rifare un eucologico adatto alla vita della fede oggi. 

Siamo convinti che occorra un’educazione liturgica che oggi non viene più fatta: confesso che rimpiango il tempo in cui i chierichetti erano una realtà che riceveva una catechesi liturgica. Posso dire che la mia fede è cresciuta in particolare negli anni in cui facevo il chierichetto, grazie a un parroco intelligente che anche in un piccolo paese come il mio dedicava ogni settimana almeno un’ora all’istruzione liturgica perché i chierichetti non solo servissero all’altare ma, come diceva lui, conoscessero Dio, il Dio vivente, che è altra cosa dal servire all’altare. 

“Per questa pienezza di comprensione e vita della liturgia c’è bisogno di una interpretazione dei riti, ... di un linguaggio concreto e comprensibile, in grado di connettere il mistero celebrato con l’esperienza umana”, che sia in relazione con la realtà della vita delle persone. Questa l’esplicita richiesta della chiesa di Germania, ma non si dimentichi l’osservazione tagliente della chiesa olandese: “Il linguaggio della liturgia è oggi arcaico, non inclusivo, difficile da capire e dunque molta parte della liturgia appare non recepibile”. Ma resta straordinaria e veramente da riconoscere come coraggiosa la proposizione contenuta nel documento finale del sinodo nazionale, dell’ottobre 2025: “La liturgia è esperienza e atto di vita. Perciò la distanza percepita tra celebrazioni e vita concreta rende necessario un ripensamento dei gesti, dei linguaggi, degli stili ... È necessario fare il censimento della situazione dell’adattamento delle edizioni liturgiche, dei libri liturgici da parte delle chiese che sono in Italia interrogandosi in particolare sull’efficacia comunicativa e dei testi eucologici ... La CEI avvii una riflessione sui libri liturgici in uso in vista di un possibile adattamento delle edizioni tipiche”. 

Questa istanza dei vescovi italiani è coraggiosa ed è una scelta veramente sapiente. Dunque i cantieri sono aperti... Rimane difficile dire con certezza dove si approderà con questa riforma della Riforma ma questa scelta va fatta se vogliamo che cessi l’emorragia dei fedeli dalla messa domenicale. 
Resta assolutamente valido quello che abbiamo scritto su queste colonne altre volte. La crisi della comunità cristiana, con conseguente diminutio di fedeli all’eucaristia, è dovuta innanzitutto alla mancanza di fede nella comunità cristiana. I vescovi abbiano il coraggio di denunciarlo: ciò che manca o si è fatto debole è la fede e se non si recupererà la fede in Gesù Cristo, solo Signore vivente e salvatore, invano si faranno tentativi di rianimare la liturgia: liturgia ex fide! E senza fede non c’è liturgia ma al massimo la religiosità delle feste popolari, delle processioni, in cui sono innalzati santi come i Fenici innalzavano e portavano in processione Baal e Astarte. Questa crescita della partecipazione alle feste religiose popolari e questa diminuzione della partecipazione all’eucaristia domenicale mi fa paura. 

L’altra grande carenza che si registra nella comunità cristiana come ho sempre scritto è la fraternità: la chiesa secondo il Nuovo Testamento è adelphótes, fraternità prima di essere adunanza, ekklesía! 
Se la fede è scossa e la fraternità manca il grembo della comunità cristiana è sterile, incapace di generare vocazioni, incapace di evangelizzare, incapace di essere segno del Risorto Vivente.


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