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Usare nuovi linguaggi e registri per non annoiare: i consigli di Carlo Rovelli

Insegnare è una sfida quotidiana, e non soltanto perché bisogna costantemente aggiornarsi sulla propria materia, sulle tendenze dei più giovani, sulle nuove teorie pedagogiche, ma anche perché bisogna inventarsi sempre nuovi modi di coinvolgere la classe. Abbiamo chiesto al professor Carlo Rovelli qualche consiglio per trovare nuovi linguaggi e registri per non annoiare (e annoiarsi!).
La capacità di cambiare registro 

Fisico teorico e docente universitario, impegnato nella astrusa ricerca di una soluzione capace di combinare la Teoria della relatività e la Meccanica quantistica, Carlo Rovelli è diventato all’improvviso famoso in tutto il mondo come divulgatore scientifico grazie a un libretto scarno e prezioso, Sette brevi lezioni di fisica (Adelphi), tradotto in tutto il mondo. 

La cosa che più colpisce del suo lavoro di divulgatore e di scienziato è la capacità di usare linguaggi e registri diversi: ha scritto libri brevi e semplici, di grande successo, ma anche testi complessi e meno conosciuti. E poi ai suoi studenti all’università e nei suoi lavori scientifici, parla in modo ancora diverso. Ma a scuola come si deve fare? Si deve scegliere uno stile o provarne tanti? 

Perché è utile usare linguaggi e registri diversi 

“Nella mia esperienza di insegnante ho capito che è più efficace usare linguaggi diversi”, racconta Rovelli. “I corsi che tengo all’università sono composti da più momenti: lezioni dure, racconti leggeri, discussioni aperte. Passo dalla presentazione di un argomento difficile e rigoroso a considerazioni generali, dalle chiacchiere ai teoremi. I motivi sono tre. Il primo è che gli studenti sono diversissimi fra di loro: il modo di imparare di ciascuno è soggettivo”. 

“Qualcuno trova facile ciò che per un altro è un passaggio insormontabile e viceversa”, continua il fisico. “Ognuno di noi impara diversamente e per insegnare bisogna arrivare a tutti. Il secondo motivo per mescolare registri è che la scuola è noiosa. Ricordo ancora con angoscia la noia che provavo sui banchi di scuola. Quindi almeno variamola! Il terzo motivo è che imparare mette sempre in gioco parti diverse di sé: la memoria, l’attenzione, la capacità di assorbire concetti e le emozioni che motivano tutto questo. E quindi è necessario ricorrere a più registri”. 

Trasmettere passione significa seminarla 

Carlo Rovelli è certamente appassionato di quello che fa. Ma la passione per la scienza, come quella per la letteratura o per l’arte, è qualcosa che si ha o che si trasmette? E poi: l’educatore deve scoprire la passione del suo studente o deve suscitarla? Ecco la risposta del professore. 

“Penso sia la stessa cosa. Un’intervista precedente fatta a Umberto Galimberti dalla vostra rivista si intitola Per insegnare bisogna saper affascinare. Credo che questo titolo in fondo dica tutto quello che ci sia da dire sull’insegnamento; il resto sono dettagli. Affascinare vuol dire suscitare passione. Ma suscitare passione vuol dire entrare in sintonia con le passioni profonde dei giovani, che ci sono già, e notoriamente gli adulti non le vedono". 

"Con ogni probabilità" continua il professore, "Leopardi, che coltivava mondi sterminati nella sua anima, era visto come un giovane svogliato e ‘sdraiato’ da suo padre e il giovane Einstein era notoriamente un perdigiorno. L’intero progetto del sapere, della conoscenza, che si trasmette nella scuola, è raccontato così bene nel ‘Simposio’ di Platone: un progetto di meraviglia, di fascinazione, di amore e plagio fra maestro e studente. Quando la scuola da oceano di noia si apre in questi momenti di entusiasmo, e per fortuna succede spesso, allora la scuola funziona, io credo. E, mi permetta di aggiungere, ho visto scuole francesi, americane e inglesi: l’Italia ha forse la migliore scuola del mondo”. 

Chi insegna può prendere posizioni? 

Carlo Rovelli non è solo fisico e docente, ma ha scelto anche una attività di impegno civile, scrivendo per il Corriere della Sera e intervenendo su temi che esulano dalla sua competenza scientifica. Per questo, qualcuno l’ha anche criticato. I docenti corrono lo stesso rischio a scuola. Come dovrebbero comportarsi quindi? 

“È un equilibrio delicato” spiega Rovelli, “ma che va cercato con determinazione e intelligenza. Come nella vita, ogni insegnante deve sapere mantenere il rispetto profondo per chi la pensa diversamente da lui. Il rispetto delle idee diverse è un grande insegnamento che può dare la scuola. Ma questo non significa che un insegnante debba presentare tutte le idee come eguali. Al contrario, i docenti migliori sono quelli che difendono e argomentano con passione le proprie idee, anche politiche, senza nasconderle. Non esiste l’obiettività nel mondo del sapere e delle idee. E la scuola è il mondo delle idee. Gli insegnanti che ciascuno di noi ricorda sono quelli appassionati. La scuola non deve riempire la testa degli studenti: deve dare strumenti e scatenarla”. 

Gestire la relazione con gli studenti 

E sull’effetto che fa entrare nelle scuole per qualche incontro, Rovelli dice: “Ogni volta rimango ammirato dal lavoro dei docenti. È molto più difficile insegnare nelle scuole che all’università, dove comunque la distanza è maggiore e i contatti minori. È bellissimo insegnare, ma quanto è difficile!”. 

Ma con chi è più facile avere a che fare? Con i bambini delle elementari o i ragazzi delle superiori? 

“Non saprei dire”, risponde il fisico. “Credo che ogni età sia diversa. A volte basta pochissimo per rendere facile una cosa difficile o viceversa. Ricordo una supplenza in una scuola media quando ancora ero studente universitario. 

Appena arrivato, sbarbatello e inesperto, la classe mi ha mangiato. Facevano i fatti loro e non mi degnavano di interesse. Era una supplenza di matematica e mi hanno subito detto che detestavano la matematica. In programma avevano degli esercizi con equazioni lineari e dovevano fare dei grafici, che evidentemente trovavano insensati e noiosissimi. 

Per un po’ ho insistito per farglieli fare. Poi ho lasciato perdere e ho raccontato loro di Cartesio, della sua idea di trasformare le formule in disegni e disegni in formule. Ho spiegato come questa piccola idea sia alla base di tutta la scienza moderna, perché le formule non sono astratte ma sono sempre espressione di una forma, di un disegno. Dopo un po’ erano tutti rapiti e ascoltavano in silenzio. E alla fine scherzavano fra di loro chiedendosi quale fosse la formula che disegna la bicicletta. E disegnare rette, tutto d’un tratto, era diventato bello”. 

Usare nuovi linguaggi e registri, aggiornarsi continuamente e modificare il proprio stile in base al contesto e al pubblico è fondamentale, secondo Carlo Rovelli! 

Con la collaborazione di Paolo Magliocco

Fonte: Focus Scuola


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