Enzo Bianchi “Fraternità sfida per la salvezza”

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Nuovo incontro: 16 Marzo 2021
“Fraternità sfida per la salvezza” 

 
Il tempo di Quaresima, è tempo di conversione, riceviamo a cuore aperto l’amore di Dio che ci trasforma in fratelli e sorelle in Cristo.1
Nella liturgia si parla di “Quadragesima”, cioè di un tempo di quaranta giorni. La Quaresima richiama alla mente i quaranta giorni di digiuno vissuti dal Signore nel deserto prima di intraprendere la sua missione pubblica. Quaranta è il numero simbolico con cui l’Antico e il Nuovo testamento rappresentano i momenti salienti dell’esperienza della fede del popolo di Dio. Nei Vangeli sono anche quaranta i giorni durante i quali Gesù risorto istruisce i suoi, prima di ascendere al cielo e inviare lo Spirito Santo.
Per fare una nuova fraternità bisogna spogliarsi di se stessi.
Papa Francesco già in passato ci aveva invitato a riconoscere “lo stile di Dio”, che non fa cadere la salvezza dall’alto, ma in Gesù sceglie la via del farsi prossimo con “amore di compassione, di tenerezza e di condivisione”. Per il discepolo la strada rimane la stessa: “Ad imitazione del nostro Maestro – scrive il Papa – noi cristiani siamo chiamati a guardare le miserie dei fratelli, a toccarle, a farcene carico e a operare concretamente per alleviarle”.
Accanto alla miseria materiale – che chiede che “le coscienze si convertano alla giustizia, all’uguaglianza, alla sobrietà e alla condivisione” – pesa la miseria morale di chi si è reso “schiavo del vizio e del peccato”, e la miseria spirituale, che si annida nella tentazione di pensare di poter bastare a se stessi e di non aver bisogno di Dio.
La Quaresima è un tempo adatto per la spoliazione e ci farà bene domandarci di quali cose possiamo privarci al fine di aiutare e arricchire altri con la nostra povertà”.
Il Santo Padre ci ricorda nel Messaggio per la Quaresima del 2014 “Non dimentichiamo che la vera povertà duole: non sarebbe valida una spoliazione senza questa dimensione penitenziale.
Spogliarci di ciò che siamo per seguire Cristo richiede la nostra consapevolezza e cioè – in termini di teologia morale – la piena avvertenza e il deliberato consenso. Non possiamo seguire Gesù se non scegliamo di farlo, liberamente e per amore. Rinunciare ai propri averi, significa spogliarsi di se stessi per aderire ed abbandonarsi a Cristo: avviene nel Battesimo e ogni volta che, amando, moriamo a noi stessi.
Per giungere all’unione e all’intimità con Dio è necessario coltivare, anzitutto, un silenzio kenotico. Ciò avviene quando sospendiamo i nostri giudizi, i pensieri e le preoccupazioni; quando ci immergiamo nel nostro mondo interiore e lasciamo la nostra casa limpida, pronta a ricevere il visitatore illustre che è Dio. Nel silenzio kenotico la domanda che ci poniamo è: di che cosa voglio svuotarmi? Kenosis vuol dire infatti spogliarsi di se stessi, staccarsi dal proprio io, dalle proprie sicurezze. Non un distacco dovuto a disprezzo, ma l’espressione di un desiderio profondo di lasciare che l’azione di Dio penetri nelle profondità delle nostre azioni. Questo liberarsi da se stessi vuol dire essere come un’argilla che poco alla volta va modellandosi nelle mani del vasaio. Ci lasciamo cioè plasmare dalle mani del Vasaio Eterno.
In realtà, la kenosis non ci svuota di niente se non dai nostri legami interiori. E’ una liberazione dalle prigioni che noi stessi ci creiamo, che sono come delle fortezze che ci nascondono l’amore profondo di Dio. La kenosis è un impegno per aprirsi all’azione della grazia di Dio, per rimanere immuni dagli agguati dell’orgoglio.
Il mistero della kenosis, ci aiuta inoltre a comprendere il processo redentore di Cristo: la sua incarnazione, vita, missione, la sua morte e risurrezione. Infatti la vita di Cristo è stata una kenosis perenne.
E’ questo il momento in cui stiamo di fronte a noi stessi, disarmati dalle nostre verità assolute, arcaiche e ci mettiamo in questione in una maniera che provoca la la catarsi.

1 Papa Francesco, Messaggio del Santo Padre per la Quaresima 2021

Domande di apertura dell'undicesimo incontro: 
1. Come possiamo rinunciare al nostro ego che fa riflettere la nostra persona invece che la luce di Dio in noi?
2. Se come figli di Dio dobbiamo prendere le nostre personali croci, perché dobbiamo prendere anche quelle degli altri? Il nostro cuore non sempre lo consideriamo così grande da far abitare più croci in lui.

 Maggiori informazioni a questo link

   
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