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Commenti Vangelo 2 aprile 2017 V Quaresima

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Commento di Paola Radif
(uscito su Il Cittadino del 2 aprile 2017)

QUINTA DOMENICA DI QUARESIMA
Vangelo: Gv 11,1-45


E' la terza volta, quest'anno, che la liturgia ricorre al vangelo di Giovanni. Prima la Samaritana, poi il cieco nato, ora l'evento ancor più eccezionale, se possibile, di tutti gli altri miracoli: la resurrezione di Lazzaro. Ma è sorprendente constatare che il fatto ha stupito, sì, ha meravigliato, ha sconvolto...però solo chi voleva lasciarsi raggiungere nel profondo del cuore. Tutti gli altri non hanno fatto che darsi appuntamento per eliminare l'autore di gesti a loro avviso inaccettabili.
Come già per il cieco nato di domenica scorsa, Gesù definisce la malattia un presupposto provvidenziale per una rinascita, a gloria di Dio.
Lazzaro è malato e le sue sorelle mandano a chiamare Gesù, l'Amico che tante volte amava sostare nella loro casa ospitale di Betania. Gesù è lontano, ma alla notizia non si muove. Ha in mente un suo progetto: ridonare la vita dove nessuno mai avrebbe potuto pensare di ritrovarla. I giorni passano, Lazzaro muore, ma la fede a Betania resiste, anzi si rafforza. Marta e Maria vivono l'angoscia della morte del fratello eppure si aggrappano all'estrema fiducia che hanno in Gesù: certo non si aspettano che il fratello possa ritornare in vita, ma il loro dolore sboccia in un'accorata esclamazione che, per la prima volta, accomuna le due sorelle, così diverse nell'esprimersi e nell'agire. “Se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!”: così entrambe accolgono Gesù.
Il colloquio tra Gesù e Marta, che gli va incontro sulla strada verso Gerusalemme, quasi per accelerarne l'arrivo, delinea un luminoso esempio di fede in Gesù, resurrezione e vita. Anche nel tumulto del cuore, Marta continua a credere in Lui. Gesù si lascia vincere da questa bella testimonianza e compie il miracolo, per il quale ha volutamente lasciato passare del tempo: quattro giorni! Se la morte fosse stata più recente, ci sarebbe stato chi avrebbe potuto obiettare che si trattava di morte apparente, ma ora, dopo tanti giorni, la potenza di Dio ne usciva davvero esaltata. Sta di fatto che molti, dice il vangelo, credettero in Gesù eppure molti altri da quel momento aspettavano l'occasione per eliminarlo. Troppo scomodo, per l'ipocrisia che aleggiava sulla casta di chi contava a Gerusalemme, troppo rischioso per eventuali interventi dei Romani sul loro popolo e allora, ecco la sentenza di Caifa, che troviamo poco più avanti: “Meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera.”
Di fronte a un miracolo di questa portata, tutto immaginiamo che accada, tranne il negarlo. Eppure si manifesta anche qui l'ottusità di chi non vuole accettare ciò che è più grande di lui, ciò che non comprende perché mai sarebbe in suo potere farlo. E' l'orgoglio che fa parte dell'umanità ferita dal peccato, è l'incapacità di mettersi umilmente nel giusto rapporto con Dio. Tutti siamo fragili sotto questo punto di vista. Ma se col Suo aiuto riprendiamo il nostro posto di creature allora non ci meraviglia che chi ha fatto cielo e terra, noi compresi, possa compiere, oggi come allora, le sue grandi opere. Pensiamo a tante resurrezioni interiori, che trasformano le anime nel silenzio e senza testimoni.
Gesù ha sofferto per la perdita dell'amico: il vangelo ce lo presenta “profondamente commosso”. Si affida al Padre e allontana per ora da Lazzaro quella morte che invece a lui si sta facendo vicina. Ancora pochi giorni e il parere di Caifa si fa realtà: Maria e Marta hanno riacquistato il fratello da chi la vita la darà indistintamente per tutti.

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