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Sorelle di Bose Il mistero di sé e dell’altro

Marco 1, 21-28

Questo vangelo ci annuncia la qualità della parola di Gesù: potenza di comunione e, per contrasto, la qualità della potenza degli spiriti immondi, che è potenza di isolamento.

Ascoltando il Signore Gesù percepiamo nelle sue parole una potenza diversa da tutte le altre, che assomiglia solo alla potenza del Signore narrata nelle Scritture: la potenza che nell’esodo liberò Israele dalla schiavitù perché imparasse ad appartenergli nella libertà.
Dalle parole che l’uomo posseduto grida a Gesù capiamo che sostanza dell’impurità è l’estraneità dolorosa e arrogante da ogni altro da sé cui ci si appella per l’auto-conservazione, forma pervertita della salvezza come salvezza dagli altri.

Respiro di ogni spirito impuro è la paura dell’altro, percepito a priori sempre contro di noi. Il rifiuto di incontrarlo, di ascoltarlo è il crudo dolore che ogni spirito impuro che è in noi ci procura, umiliando in noi il desiderio più profondo, che è proprio il desiderio dell’altro. Questo rifiuto è sostenuto in noi da una cattiva conoscenza dell’altro, che non procede dall’ascolto e dall’incontro ma la precede e la impedisce, non rispettosa del mistero di sé e dell’altro. Una conoscenza che, per autodifesa, cerca e trova subito la debolezza dell’altro per possederlo e ricattarlo. E dove, infatti, Gesù è più disarmato, più vincolato alla mitezza e all’umiltà che nella sua verità di uomo santo di Dio? Come Gesù, a questa conoscenza violenta dell’altro non dobbiamo prestarci, perché non creerà mai comunione.

Chi si percepisce posseduto e agito, non riesce neppure a immaginare altro rapporto che non sia il possedere e agire l’altro a sua volta: che è esattamente il contrario della relazione d’amore.

La vocazione umana non è mai e poi mai quella di essere posseduti: neppure da Dio.

Infatti il Signore con la sua parola ci libera proprio dallo spirito di schiavitù, perché possiamo appartenergli nella libertà.

La nostra adesione al Signore è lo spazio in cui il nostro Dio ci chiama a diventare suoi partner nell’alleanza con lui e con gli altri, richiamandoci a essere ascoltanti e parlanti, e non sordi e parlati, donandoci la libertà e quindi la responsabilità, la possibilità e la capacità di rispondere.

Di fronte a questo pover’uomo posseduto Gesù rivela e adempie la santità di Dio come infinita capacità di comunione. Davanti a chi si appella all’estraneità da lui, Gesù non si dimostra estraneo. Sa che proprio nulla, neanche il nulla, può separare una creatura dall’amore di Dio che l’ha creata. E dà corpo a questa verità di Dio: con la potenza della sua parola si rivolge allo spirito impuro che sfigura quell’uomo, gli ingiunge il silenzio e poi lo caccia.

Gesù affronta la disperazione di quest’uomo, non esaudisce la sua richiesta ma quella più profonda e inespressa che sta dietro.

L’evangelo non tace la fatica e il dolore che sopportò quell’uomo nell’essere liberato dall’isolamento, dall’inesperienza di ogni comunione che era la sua condizione. Ma l’incontro con Gesù rivela che quello non era il suo destino, come non lo era l’Egitto per gli ebrei. Per Gesù nessuno è destinato all’estraneità da lui: la vocazione di Gesù è proprio la riconciliazione con se stessi e con Dio di tutte e di tutti.

Mentre gli siamo nemici, e ci appelliamo all’estraneità da lui e dagli altri come alla nostra sola consistenza, Gesù ci viene incontro con la sua presenza, la sua parola, ci dichiara, restando, la sua impotenza all’estraneità da chiunque, anche da me. Quell’estraneità nostra, che è estraneità da noi stessi, un non saperci abitare, quella lontananza che non finisce mai, Gesù non la nega ma la abbraccia.

Questa maniera di essere e di fare di Gesù, ci viene incontro nella sua parola e si rivolge a tutto ciò che è in noi, anche a ciò che è contro tutti e tutto. Perché il soffio che porta e che abita la sua parola, lo Spirito di Dio e di Gesù, è prossimità che abbraccia ogni lontananza, ogni estraneità, e che sempre interpella la nostra disperazione.

a cura delle sorelle di Bose

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