Chi e cosa trovi: AUTORI e ARGOMENTI
Caricamento...

Ritanna Armeni e Rita Pinci 'Se la morte ha un genere'

Copertina della rivista "Donne Chiesa Mondo" (mensile dell'Osservatore Romano), numero 160 di novembre 2026. L'immagine, ad alto contrasto in bianco e nero, mostra la silhouette di spalle di una donna che guarda fuori da una finestra. Una forte luce naturale illumina i dettagli dei suoi capelli raccolti e il profilo parziale del viso. Sulla destra compare il titolo "Sorella Morte" in lettere bianche, mentre in basso, su sfondo nero, si legge il titolo dell'articolo "SE LA MORTE HA UN GENERE di Ritanna Armeni e Rita Pinci".

All’alba del primo giorno dopo il sabato, tre donne camminano verso un sepolcro: Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e Salome. Portano oli aromatici, hanno il volto segnato dal dolore. Ma non vanno soltanto a piangere e a pregare. Hanno un compito che solo loro possono svolgere: ungere un corpo. E sono le prime a trovare il sepolcro vuoto. 

In questa scena evangelica è racchiusa una differenza che attraversa la storia dell’umanità: quella tra la morte degli uomini e quella delle donne. 

La morte come evento, impresa, sacrificio glorioso, riflessione sul destino umano è raccontata dagli uomini. La morte come corpo da lavare, vestire, profumare e vegliare è affidata alle donne. Per loro non è un’astrazione né un mito: è un corpo da accudire fino all’ultimo, con rispetto e amore. 

E quando a morire sono le donne? Qual è il rapporto con il loro corpo? E quale quello degli uomini? 

La storia offre risposte frammentarie. La letteratura aiuta, ma non basta: possiamo tuttavia dire con sufficiente sicurezza che il corpo femminile senza vita è misconosciuto, trascurato, incompreso. 

Due diversi racconti 

La letteratura ha scelto a lungo la morte maschile e l’ha trasformata in archetipo, mito, poesia. Nell’Iliade gli uomini muoiono in battaglia e il poeta si sofferma sulle ferite, sui nomi, sulle città di chi cade. La morte è canto, epitaffio, memoria collettiva. È la bella morte, quella che consegna l’eroe alla storia. 

Dopo, però, il corpo torna alle donne. Quando Priamo riscatta il cadavere di Ettore, Achille ordina alle ancelle di lavarlo e ungerlo. A Troia sono Andromaca, Ecuba ed Elena a intonare il lamento funebre, e il poema si chiude sulle loro voci. 

Nell’Antigone di Sofocle questa divisione si trasforma in un conflitto aperto. Creonte difende le leggi e l’ordine della città; Antigone rivendica il diritto di seppellire il fratello, lasciato insepolto ed esposto agli animali. Da una parte il potere, dall’altra il dovere della cura: il corpo del morto contro la ragion di Stato. 

Un’eccezione sembra essere il martirio cristiano: uomini e donne muoiono per la stessa fede. Eppure, anche qui, le narrazioni non riescono a celare una profonda disuguaglianza. 

Il martire uomo muore parlando. Stefano, prima di essere lapidato, prega: «Signore Gesù, accogli il mio spirito». Ignazio di Antiochia, in viaggio verso Roma, scrive: «Sono frumento di Dio, macinato dai denti delle fiere per diventare pane puro di Cristo». Il martirio maschile è dialogo, testimonianza, predica. 

Quello femminile, invece, viene raccontato attraverso il corpo. Di Blandina, schiava uccisa a Lione nel 177, le fonti narrano che i carnefici si diedero il cambio dall’alba alla sera senza riuscire a piegarla. Poi vengono le vergini: i seni strappati ad Agata, il bordello minacciato a Lucia, Agnese esposta nuda in un lupanare. Agli uomini si chiedono parole che rinneghino la fede; per le donne il martirio è violazione del corpo. La verginità e la castità sono la misura della loro virtù. 

La Passione di Perpetua e Felicita, ambientata a Cartagine nel 203, complica questo schema. Felicita partorisce in carcere pochi giorni prima dei giochi. 
Perpetua, invece, scrive il proprio racconto: nel diario dalla prigione risponde al padre, che la supplica, indicando un vaso. Può essere chiamato con un nome diverso da quello che è? Allo stesso modo lei non può chiamarsi altro che cristiana. 

Ma l’eccezione non cambia sostanzialmente la regola. Ancora nel Novecento Maria Goretti è stata a lungo presentata soprattutto come martire della purezza, più che come vittima di un uomo. Eppure le sue ultime parole riguardano il perdono del suo assassino. 

Sarebbe sbagliato, tuttavia, pensare che il controllo del corpo delle donne sia stato esercitato solo dalle religioni. Queste gli hanno prestato un lessico autorevole, condiviso e potente. Ma anche quando il vocabolario religioso si ritira, il dispositivo sopravvive. La morte delle donne resta senza voce, o con una voce che nessuno ascolta. 

La morte nella modernità 

Con l’età moderna, la morte maschile conserva i suoi luoghi pubblici: il fronte, il lavoro, la lotta politica. È il momento in cui l’individuo si sacrifica per una causa ed entra nella storia. 

La morte femminile rimane invece confinata nel letto del parto, dentro casa, nelle mani di chi dice di amare le donne. Ancora una volta ai margini: conseguenza, eco, contraccolpo della storia. Anche quando coincide con il momento in cui le donne danno la vita, raramente assume il rango di sacrificio eroico. È considerata, cinicamente, un rischio del mestiere. 

Eppure la mortalità materna è tutt’altro che un problema del passato. Secondo le più recenti stime internazionali, circa 260.000 donne muoiono ogni anno per cause legate alla gravidanza o al parto: una ogni due minuti. E il rischio è profondamente diseguale: nell’Africa subsahariana una donna ha una probabilità di morire per cause materne enormemente superiore a quella di una donna dell’Europa occidentale. Dove mancano ospedali, personale sanitario e assistenza tempestiva, mettere al mondo un figlio può ancora costare la vita. 

C’è poi la violenza. Gli uomini vengono uccisi più spesso fuori casa, anche da estranei; le donne da persone che conoscono, spesso dentro la famiglia o la coppia. Secondo il rapporto di UNODC e UN Women, nel 2024 circa 83.000 donne e ragazze sono state uccise intenzionalmente nel mondo. Il 60 per cento da partner o familiari: in media 137 vittime al giorno. Per gli uomini la quota di omicidi commessi dalla propria famiglia è intorno all’11 per cento. La violenza generale arretra, quella che nasce dentro la coppia no. La casa, luogo che dovrebbe proteggere, può diventare il posto più pericoloso. 

Per questo è stata necessaria una parola nuova. Il femminicidio non è soltanto un omicidio con una vittima donna: è l’uccisione di una donna in quanto tale, dentro rapporti di possesso, controllo e disparità di potere. Darle un nome ha impedito che questa morte scomparisse nella categoria apparentemente neutra di «omicidio». 

La guerra: chi muore e come 

Poi c’è la guerra. Brutto affare, ma affare di uomini: il fronte, gli eserciti, le armi e il sacrificio militare hanno alimentato soprattutto racconti maschili. Oggi però le donne combattono, prestano servizio sanitario al fronte e muoiono in uniforme. 

Valentina Galatova, 27 anni, psicologa, è stata la prima soldatessa russa uccisa in Ucraina. È morta ad appena un mese dall’inizio della guerra, sotto un attacco di mortaio durante l’assedio di Mariupol. Nelle stesse settimane, sul fronte opposto, è caduta Inna Derusova, 51 anni, sergente e medico di campo: è stata la prima donna di questa guerra a ricevere postumo il titolo di «Eroe dell’Ucraina». 

Le donne continuano a morire anche dopo le battaglie: per fame, malattie, mancanza di assistenza ostetrica, sfollamento. 

E quando la guerra non ha più un fronte, la morte entra nelle case. A Gaza, secondo le stime di UN Women, contestate da alcuni analisti, tra l’ottobre 2023 e il dicembre 2025 sono state uccise oltre 38.000 donne e ragazze, in una proporzione molto più alta che nei conflitti precedenti. 

Le mani che restano 

La morte non è soltanto un evento da raccontare o un destino da affrontare. È anche una relazione: qualcuno resta accanto a chi se ne va, ne sostiene il corpo, si fa carico della sua fragilità. Una cura essenziale, affidata soprattutto alle donne, senza che le venga riconosciuto il valore che merita. 

Fino a pochi decenni fa il lutto spettava a loro: vedove, madri, figlie, prefiche. 
Nei paesi italiani erano le donne a preparare i morti in casa: chiudere gli occhi, lavare il corpo, vestirlo con l’abito tenuto da parte per quel giorno. Nel Sud c’erano le lamentatrici. Il loro pianto non era sfogo: era una tecnica per impedire che il dolore travolgesse chi restava. 

Poi la morte è uscita dalle case ed è entrata negli ospedali. La divisione, però, non è scomparsa. Ancora oggi chi assiste i malati terminali, accompagna gli anziani nelle case per anziani e presta cure a domicilio è in grande maggioranza donna: mogli, figlie, infermiere, operatrici sociosanitarie, assistenti familiari, spesso migranti. Il corpo che muore continua a passare dalle loro mani. Solo che quel lavoro ha perso il rito e il riconoscimento. 

La scrittrice Michela Murgia, nel romanzo Accabadora, ha dato a questa storia la figura più scomoda. Bonaria Urrai, sarta in un paese sardo, di notte entra nelle case dove qualcuno agonizza e lo aiuta a morire. Nel paese tutti lo sanno: è chiamata, attesa. Murgia la presenta come l’ultima madre, colei che accompagna fuori dalla vita come un’altra ha accompagnato dentro. 

Il gesto di Bonaria, che arriva a interrompere la vita, interroga la coscienza cristiana. Murgia, che era credente, non lo assolve: Maria, la figlia d’anima, quando scopre il mestiere della madre adottiva fugge. Ma il libro coglie una verità che va oltre il giudizio: la levatrice e l’accabadora sono due facce della stessa conoscenza del corpo, della stessa confidenza con il confine. 

Ritorno al sepolcro 

Gli uomini hanno fatto della morte un racconto: poemi, monumenti, liste di caduti, testimonianze trascritte parola per parola. Le donne ne hanno fatto una pratica, senza lasciare quasi traccia scritta. Solo gesti tramandati, mani che sapevano. Eppure, nel racconto fondativo della fede cristiana, la gerarchia si rovescia. 

Al sepolcro gli uomini non ci sono: sono chiusi in casa, impauriti. Ci sono le donne, con gli oli, a prendersi cura di un corpo. E sono loro a ricevere per prime la notizia della resurrezione, a sentirsi chiedere perché cercano tra i morti colui che è vivo. Ma quando riferiscono ciò che hanno visto, gli apostoli non credono alle loro parole: pensano siano un vaneggiamento. 

La prima notizia della vittoria sulla morte arriva da chi della morte si è sempre occupata con le mani. E non viene creduta. 

La storia della morte delle donne trova qui la sua immagine più precisa: non nell’assenza di una voce, ma nella difficoltà degli altri a riconoscerle autorità. Al sepolcro, almeno per un istante, sono loro le prime testimoni. E la storia della resurrezione comincia proprio da quella testimonianza che nessuno, all’inizio, vuole ascoltare. 

di Ritanna Armeni e Rita Pinci 
📩 ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER

Il nostro cammino in cifre

L'impatto dei nostri contenuti, giorno dopo giorno.

Visualizzazioni