Enzo Bianchi 'SANTITÀ E BELLEZZA'
La tradizione cristiana, soprattutto occidentale, ha operato un’interpretazione
essenzialmente morale della santità. Questa però non consiste propriamente nel
non peccare, bensì nel fare affidamento sulla misericordia di Dio che è più forte
dei nostri peccati e capace di rialzare il credente che è caduto. Il santo è il canto
innalzato alla misericordia di Dio, è colui che testimonia la vittoria del Dio tre
volte santo e tre volte misericordioso.
La santità cioè è grazia, dono, e chiede
all’uomo l’apertura fondamentale per lasciarsi invadere dal dono divino: la
santità dunque testimonia anzitutto il carattere responsoriale dell’esistenza
cristiana, un carattere che afferma il primato dell’essere sul fare, del dono sulla
prestazione, della gratuità sulla legge. Possiamo dire che la santità cristiana,
anche nella sua dimensione etica, non ha un carattere legale o giuridico, ma
eucaristico: è risposta alla charis di Dio manifestata in Cristo Gesù. Ed è segnata
perciò dalla gratitudine e dalla gioia; il santo è colui che dice a Dio: «Non io, ma
Tu».
Questa ottica di grazia preveniente ci porta ad affermare che altro nome
della santità è bellezza. Sì, nell’ottica cristiana la santità si declina anche come
bellezza. Già il Nuovo Testamento associa queste due esortazioni ai cristiani:
avere «una condotta santa» non è altro che avere «una condotta bella» (cfr. 1
Pietro 1,15-16 e 2,12). Articolata come bellezza, la santità appare anzitutto essere
impresa non individualistica, non frutto dello sforzo, magari eroico, del singolo,
ma evento di comunione. È la comunione raffigurata iconicamente in Mosè ed
Elia «apparsi nella gloria» (Luca 9,3r) e nei discepoli Pietro, Giacomo e
Giovanni radunati attorno al Cristo splendente nella luce della trasfigurazione.
È la communio sanctorum, la comunione dei santi, di coloro che partecipano alla
vita divina communicantes in Unum, comunicando con Colui che è l’unica
sorgente della santità (cfr. Ebrei 2,11). Come non ricordare la cattedrale di
Chartres con le statue dei santi dell’Antico e del Nuovo Testamento radunati
attorno al Beau Dieu come tanti raggi che promanano dall’unico sole? La gloria
di Colui che è «l’autore della bellezza» rifulge sul volto di Gesù, il Cristo (2
Corinti 4,6), il Messia cantato dal Salmista come «il più bello tra i figli
dell’uomo» (Salmo 45,3), e si effonde nel cuore dei cristiani grazie all’azione
dello Spirito santificato re, che plasma il loro volto a immagine e somiglianza
del volto di Cristo, trasformando le loro individualità biologiche in eventi di
relazione e comunione.
E così la vita e la persona del cristiano possono
conoscere qualcosa della bellezza della vita divina trinitaria, vita che è
comunione, pericoresi di amore.
La santità è bellezza che contesta la bruttura
della chiusura in sé, dell’egocentrismo, della philautia. È gioia che contesta la
tristezza di chi non si apre al dono di amore, come il giovane ricco che «se ne
andò triste» (Matteo 19,22). Ha scritto Léon Bloy: «Non c’è che una tristezza,
quella di non essere santi». Ecco la santità, e la bellezza, come dono e
responsabilità del cristiano. All’interno di un mondo che «è cosa bella» – come
scandisce il racconto della Genesi – l’uomo viene creato da Dio nella relazione
di alterità maschio-femmina e stabilito come partner adeguato per Dio, capace
di ricevere i doni del suo amore, e quest’opera creazionale viene lodata come
«molto bella» (Genesi 1,31).
In un mondo chiamato alla bellezza, l’uomo, che è
posto come responsabile del creato, ha la responsabilità della bellezza del
mondo e della propria vita, di sé e degli altri. Se la bellezza è «una promessa di
felicità» (Stendhal), allora ogni gesto, ogni parola, ogni azione ispirata a
bellezza è profezia del mondo redento, dei cieli nuovi e della terra nuova,
dell’umanità riunita nella Gerusalemme celeste in una comunione senza fine.
La bellezza diviene profezia della salvezza: «è la bellezza» ha scritto
Dostoevskij «che salverà il mondo».
Chiamati alla santità, i cristiani sono
chiamati alla bellezza, ma allora noi ci possiamo porre questo interrogativo: che
ne abbiamo fatto del mandato di custodire, creare e vivere la bellezza? Si tratta
infatti di una bellezza da instaurare nelle relazioni, per fare della chiesa una
comunità in cui si vivano realmente rapporti fraterni, ispirati a gratuità,
misericordia e perdono; in cui nessuno dica all’altro: «lo non ho bisogno di te»
(1 Corinti 12,21), perché ogni ferita alla comunione sfigura anche la bellezza
dell’unico Corpo di Cristo. È una bellezza che deve caratterizzare la chiesa
come luogo di luminosità (cfr. Matteo 5,14-16), spazio di libertà e non di paura,
di dilatazione e non di conculcamento dell’umano, di simpatia e non di
contrapposizione con gli uomini, di condivisione e solidarietà soprattutto con i
più poveri.
È bellezza che deve pervadere gli spazi, le liturgie, gli ambienti, e
soprattutto quel tempio vivente di Dio che sono le persone stesse. È la bellezza
che emerge dalla sobrietà, dalla povertà, dalla lotta contro l’idolatria e contro la
mondanità. È la bellezza che rifulge là dove si fa vincere la comunione invece
del consumo, la contemplazione e la gratuità invece del possesso e della
voracità.
Sì, il cristianesimo è philocalia, via di amore del bello, e la vocazione
cristiana alla santità racchiude una vocazione alla bellezza, a fare della propria
vita un capolavoro di amore. Il comando «Siate santi perché io, il Signore, sono
santo» (Levitico 19,2; 1Pietro 1,16) è ormai inscindibile dall’altro: «Amatevi gli
uni gli altri come io vi ho amati» (Giovanni 13,34). La bellezza cristiana non è
un dato, ma un evento.
Un evento di amore che narra sempre di nuovo, in
maniera creativa e poetica, nella storia, la follia e la bellezza tragica dell’amore
con cui Dio ci ha amati donandoci suo Figlio, Gesù Cristo.
tratto da
Lessico della vita interiore. Le parole della spiritualità
di Enzo Bianchi
edito da Rizzoli nella collana Bur 2004
