Papa Leone e l'Occidente in cerca di un'identità sociale
29 settembre 2026
«Pecore senza pastore»: così Gesù ai suoi tempi definiva le folle, e così oggi ci ritroviamo a essere
noi, europei, occidentali, in questo tempo confuso e impaurito della post modernità, da qualcuno già
ridefinito della post umanità. La cosiddetta "morte di Dio" proclamata da Nietzsche e poi posta a
fondamento della gran parte delle espressioni del pensiero novecentesco (politica, psicanalisi, arte,
economia…) ha rappresentato la morte del pastore, ovvero di quella realtà capace di aggregare le
libertà e i sentimenti degli esseri umani rendendoli concretamente soci gli uni degli altri, e quindi
tali da formare veramente una società (l'originale latino societas non a caso viene da socius). Oggi,
senza più pastore, privi di una realtà universalmente riconosciuta come più importante di noi e
quindi tale da renderci soci aggregandoci tra noi (il verbo aggregare viene da gregge), ci ritroviamo
dis-gregati, senza gregge, non più soci tra noi ma dis-sociati, stranieri morali gli uni degli altri.
Il bisogno di aggregazione però è costitutivo dell'essere umano, siamo "animali politici", ci definiva
giustamente Aristotele, quindi la mancanza di aggregazione genera malessere, senso di vuoto, ansia.
È per questo che quando ci possiamo di nuovo aggregare nel nome di valori e di ideali più
importanti degli interessi immediati, ritroviamo una dimensione decisiva della nostra natura e un
senso di autentica gioia pervade l'esistenza. È quanto è avvenuto durante la gioiosa visita di Papa Leone in Francia.
Certo sarebbe improprio considerare gli ottantamila giovani dello Stade de France l'espressione di
tutti i milioni di giovani francesi, così come le folle degli Champs-Élysées l'espressione della
totalità della popolazione francese. Però sarebbe altrettanto improprio non cogliere in questa
inaspettata attenzione verso il Papa della Chiesa cattolica un segno dei tempi. Quale? Il bisogno di
un'identità sociale. Il principio di laicità, che proprio in Francia ha avuto la sua massima
celebrazione a partire dalla rivoluzione del 1789, ha dato a ogni cittadino la possibilità di costruirsi
un'identità personale, rappresentando la grande liberazione dalle ingerenze dello Stato e soprattutto
della Chiesa nella vita degli individui. La vittoria della laicità ha comportato la cessazione di quella
forzata tutela che imponeva a ognuno cosa credere e cosa no, cosa fare e cosa no, chi amare e chi
no, impedendo all'individuo tutto ciò che risultava difforme rispetto al canone stabilito. La laicità è
stata la grande liberazione degli individui e l'affermarsi della loro identità personale.
Oggi però da più parti si avverte il bisogno di ritrovare un'identità anche sociale. La libertà infatti
non si dice solo come liberazione, perché, una volta liberato dai legacci che lo imprigionano, l'essere umano sente il bisogno di avere legami che compiano il suo bisogno costitutivo di
relazionalità. Siamo alla ricerca, in questo tempo confuso e colmo di incertezze, di un nuovo
pastore, ovvero di un'idea madre che torni a farci sentire di nuovo aggregati tra noi. Io penso che
qui si giochi il futuro dell'identità europea. Penso che il futuro dell'Occidente si determinerà nella
partita tra falsi pastori e veri pastori: tra coloro che approfittano di questo bisogno di aggregazione
per le loro mire di potere e trasformano l'identità sociale ritrovata in forza ostile verso le altre
identità, e i veri pastori capaci di porre l'identità sociale ritrovata al servizio della più ampia
aggregazione dell'umanità. I veri pastori sono coloro che pongono l'identità sociale al servizio di
un'aggregazione più alta, superiore, facendo così finalmente approdare l'umanità a quella
"fraternité" sognata e celebrata dai rivoluzionari del 1789.
Non si tratta quindi di tornare a essere gregge come un tempo, perché noi non siamo pecore, e se ci
siamo disgregati dalle precedenti aggregazioni è stato perché avevamo bisogno di libertà. Nessun
ritorno al passato, nessun tradizionalismo, nessuna restaurazione saranno mai possibili se gli esseri
umani non vorranno tradire la propria storia e se stessi. Si tratta piuttosto di ritrovare
un'aggregazione più autentica, più matura e più responsabilizzante rispetto a quella del passato, che
vinca l'isolamento dell'individualismo in cui siamo precipitati e ci restituisca il senso dell'autentica
comunità.
Con il suo volto mite e fraterno che lo rende così diverso da un minaccioso leone, a dispetto del
nome che si è scelto; con quel suo gentile modo di essere che lo fa assomigliare piuttosto a un
inedito "leone erbivoro", questo Papa, in questo mondo sempre più in mano a spietati leader
carnivori, sembra proprio rappresentare l'espressione di quella "forza debole" che sa parlare
gentilmente alle nostre coscienze, facendoci ritrovare il desiderio della vita comune senza perdere la
vita libera.
Se la Chiesa cattolica nelle sue diverse espressioni, a partire soprattutto dalle parrocchie, si saprà
porre al servizio di questa esigenza di comunità e di identità sociale (senza approfittarne per
riprendere le antiche posizioni di potere, ma con vero spirito di servizio), forse potrà tornare a
essere quel "sale della terra" e quel "lievito della pasta" di cui al suo riguardo parlava Gesù.
