Addio a Enzo Bianchi
Aveva 83 anni. Biblista, scrittore e fondatore della Comunità di Bose, aveva scelto di restare laico: «Non ho mai sentito la vocazione a farmi prete». Ha segnato il dibattito ecclesiale italiano con una spiritualità aperta al dialogo e alle domande dell’uomo contemporaneo. Dalla solitudine degli inizi a Bose all’allontanamento dalla comunità, fino agli ultimi anni vissuti in fraternità nella Casa della Madia, una vita interamente dedicata alla ricerca di Dio e all’ascolto dell’altro.
Antonio Sanfrancesco
1 settembre 2026
Prima ancora di diventare il fondatore di Bose, il monaco laico ascoltato dai Papi, il biblista capace di parlare tanto ai credenti quanto ai non credenti, ma anche il cuoco sopraffino e il saggista autore di best e long seller per le Edizioni San Paolo e per altri editori laici come Einaudi, Enzo Bianchi, morto oggi all’età di 83 anni all’ospedale Le Molinette di Torino dopo che le sue condizioni si erano aggravate negli ultimi giorni a causa di uno scompenso renale che lo aveva portato in coma metabolico, era un ragazzo dell’Astigiano che leggeva Lucrezio, Dostoevskij e la Bibbia e che, superati gli esami di terza media, al padre non chiese né una bicicletta né un vestito nuovo ma un orto.
È un dettaglio piccolo, quasi da libro Cuore, ma racconta molto dell’uomo che sarebbe diventato. Uno che ha sempre avuto bisogno della terra sotto i piedi, del lavoro delle mani, del silenzio e della lettura. Uno che ha scelto la vita monastica senza diventare sacerdote, ha fondato una comunità ecumenica, quella di Bose, quando ancora quella parola sembrava quasi una provocazione, ha dialogato con Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco e poi, alla fine, ha conosciuto anche la solitudine dell’uomo che viene allontanato dalla casa che ha costruito. «Se non avessi ore e ore di silenzio, sarei incapace di parlare e di scrivere», ripeteva spesso ed è forse la frase che più di tutte racconta Enzo Bianchi.
La madre morta quando aveva otto anni
Nato a Castel Boglione, in provincia di Asti, il 3 marzo 1943, Bianchi cresce in una famiglia povera. Il padre Giuseppe fa lo stagnino e, all’occorrenza, il barbiere. La madre Angela è malata di cuore: soffre di una patologia alla valvola mitralica e muore nel 1951, quando Enzo ha otto anni. «È stata molto dura quando è mancata, ho provato una grande solitudine», aveva ricordato in un'intervista, «quando era incinta di me molti le dicevano di abortire, ma lei mi ha voluto contro tutto e contro tutti. Durante la gravidanza era sempre a letto. Da piccolo sapevo che sarebbe morta dopo pochi anni e infatti se n’è andata quando io ero un bambino». A prendersi cura della sua crescita arrivano due figure che resteranno decisive: la maestra e la postina del paese. Gli insegnano il latino, gli fanno leggere Tolstoj, Dostoevskij e Mauriac, gli mettono tra le mani la Bibbia. E lo aiutano economicamente perché possa continuare a studiare. Bianchi cresce così: nella povertà ma dentro una straordinaria fame di libri: «Leggevo e sottolineavo ogni cosa», raccontava. E siccome intorno a lui non trovava interlocutori con cui confrontarsi, iniziò persino un corso per corrispondenza con Roma. Divorava Lucrezio, «compagno di strada meraviglioso» che avrebbe continuato a tenere sul comodino. Al liceo incontra Giovanni Boano, professore che gli insegna il russo perché possa leggere Dostoevskij nella lingua originale. È un ragazzo che cerca. Ancora non sa esattamente cosa, ma sa che non gli basta ciò che ha intorno.
L’esperienza con l’Abbé Pierre
Alle superiori entra in Azione Cattolica. Pensa persino di fare carriera politica tra le fila della Democrazia cristiana. Gli dicono che nella Chiesa ci sono già troppi filosofi e professori e che servono economisti. Così arriva a Torino e si iscrive a Economia. Frequenta la Fuci, ma presto prende una strada autonoma. In quegli anni matura anche una domanda più radicale sulla fede e sulla vita.
A metà degli anni Sessanta va in Francia e vive per un periodo accanto all'Abbé Pierre, entrando in contatto con persone che la società aveva relegato ai margini: alcolizzati, ex carcerati, poveri, senzatetto: «Scrissi una lettera all’Abbé Pierre, lui mi rispose subito dicendomi che potevo raggiungerlo alla periferia di Rouen. Conservo ancora quella lettera. Sono andato di corsa e per alcuni mesi ho vissuto con gli “scarti” dei quali lui si prendeva cura: alcolizzati, ex detenuti, straccioni, furfanti. Ho indossato come loro i vestiti raccolti, mangiato le stesse cose, dormito negli stessi giacigli. Lì ho conosciuto un altro cristianesimo, radicalmente diverso dal mio di cattolico militante che doveva dare l’esempio, convertire, fare apostolato. Quell’esperienza mi insegnò il senso della carità intelligente, la carità di vicinanza, non quella militante e parolaia che avevo conosciuto fino ad allora». Non è un passaggio secondario. Bianchi impara che la fede, prima ancora di essere un discorso su Dio, è una prossimità concreta all'altro. E intanto comincia a capire che la sua strada non sarà quella del sacerdozio ministeriale.
«Non ho mai sentito la vocazione a farmi prete»
Bianchi rimarrà per tutta la vita un uomo profondamente legato alla Chiesa senza essere sacerdote. Una condizione che non considera una mancanza, ma una scelta precisa: «Mai sentita la vocazione. Il cardinal Pellegrino mi ha chiesto più volte se volevo ordinarmi prete, ma io sono sempre voluto restare un semplice laico come tutti», aveva raccontato. È uno degli elementi più originali della sua vita: Bianchi costruirà una delle esperienze monastiche e di frontiera più significative del cattolicesimo contemporaneo senza essere prete. La sua idea di vita comunitaria nasce proprio da qui: uomini e donne, celibi e sposati insieme. Una comunità di battezzati, laici e religiosi, cattolici e appartenenti ad altre confessioni cristiane, uniti dalla ricerca di Dio, dal lavoro, dalla preghiera e dall'ospitalità.
L’arrivo a Bose
Nel 1965 capita quasi per caso su quelle colline del Biellese dove c’è una piccola chiesa circondata da case abbandonate e qui decide di restare. Per tre anni vive praticamente solo.
Non c’è elettricità, manca il frigorifero: il burro viene conservato nel pozzo dove l’acqua è più fresca. Ha una Vespa per andare in paese a comprare il necessario. Per guadagnare qualcosa traduce dal francese articoli di teologia. E mette una campana, che suona tre volte al giorno per scandire la preghiera.
Il padre non la prende bene: «Ogni famiglia è afflitta da un deficiente», sentenzia per marcare la distanza da quel figlio che voleva economista e, magari, politico e invece si ritrova a fare una vita quasi eremitica in una cascina semidiroccata senza acqua e luce. Poi, lentamente, arrivano altre persone. È così che nasce Bose: «Per i primi tre anni rimasi da solo poi nel ’68 cominciarono ad arrivare alcune persone spinte dalla curiosità perché volevano capire che cosa facessi e nacque la Comunità di Bose. Nel giro di qualche anno c’erano quasi cento persone».
Una comunità fondata sul lavoro, la preghiera e l'ospitalità
La regola è semplice e radicale. Bianchi guarda al monachesimo antico, in particolare alla tradizione basiliana e a san Pacomio. Tre sono i pilastri: «Dovevano essere persone semplici, laiche, non religiose, non preti, battezzate come tutti gli altri», spiegava, «uomini e donne che dovevano lavorare e non dipendere dalle offerte o dai finanziamenti e dunque liberi dalla Chiesa. Terzo aspetto fondamentale: dare ospitalità a chi lo chiedeva».
Bose diventa nel tempo una comunità conosciuta in tutto il mondo. Vi arrivano credenti di diverse confessioni cristiane, ma anche persone lontane dalla fede. «Tutti chiedono di essere ascoltati», osservava Bianchi. È forse questa la sua intuizione più moderna: prima ancora di convincere qualcuno, ascoltarlo.
Il silenzio come forma di libertà
A Bose il silenzio non è una decorazione spirituale. È una disciplina. Dopo la campana delle otto di sera, i monaci rientrano nelle loro celle. Niente televisione, niente computer. Dodici ore di solitudine fino all’alba. «Il silenzio è il mezzo per entrare dentro sé», ripeteva lui a chi gli chiedeva cosa si facesse in Comunità. E aggiungeva una frase sorprendente: «Il monachesimo ti fa conoscere l’ateismo. Il nulla che a volte ci abita».
Bianchi non ha mai avuto paura di guardare anche dentro le zone oscure della fede. Per questo il suo cristianesimo è lontano dalle risposte facili. Quando gli hanno chiesto che cosa sia Dio nel momento estremo, ha risposto con una frase spiazzante: «Dio è una parola insufficiente e anche ambigua, che si presta a equivoci». Poi ha precisato: «Il mio non è il Dio di tutti, ma è il Dio di Gesù Cristo».
E ha indicato in Gesù il criterio decisivo: «Per noi cristiani Gesù ha spiegato e narrato Dio e ciò che egli non ci ha detto di Dio non va creduto», aveva detto in un’intervista a Repubblica.
Il laico ascoltato dai Papi
La sua autorevolezza cresce ben oltre i confini di Bose. Bianchi diventa una voce ascoltata nella Chiesa e fuori dalla Chiesa. Predica nelle comunità cattoliche, protestanti e ortodosse, partecipa a conferenze, scrive libri e articoli.
Nel 2004 Giovanni Paolo II lo inserisce nella delegazione incaricata di restituire a Mosca l'icona della Madre di Dio di Kazan. Con Joseph Ratzinger, prima ancora che diventasse Benedetto XVI, nasce un rapporto che continuerà negli anni. Bianchi partecipa come esperto a due Sinodi dei vescovi, nel 2008 sulla Parola di Dio e nel 2012 sulla nuova evangelizzazione. Poi arriva Francesco, con il quale Bianchi racconta di avere avuto un rapporto «più umano, meno teologico».
Il dialogo con il mondo laico
Intanto, Enzo Bianchi coltiva un dialogo fitto con il mondo laico, senza rinunciare alla propria identità cristiana. È stato amico e interlocutore di intellettuali come lo psicoanalista Massimo Recalcati e ha scritto sulle pagine di quotidiani laici come Repubblica e La Stampa (sulla quale aveva una rubrica fissa nell’inserto Tuttolibri) e su quelli cattolici come Avvenire e Famiglia Cristiana. In questo confronto continuo tra fede e cultura contemporanea si è affermato come una delle voci più originali e riconoscibili del cattolicesimo italiano: capace di parlare alla Chiesa senza chiudersi alla società e di affrontare le domande dei non credenti senza annacquare il Vangelo e la parola di Gesù: «Tutti parlano di Dio, ma poi ognuno ne ha una propria immagine che spesso ne contraddice un’altra», aveva detto in un’intervista, «non è vero che tutte le vie conducono a Dio, anzi ce ne sono alcune che conducono a idoli falsi e pericolosi. Il mio non è il Dio di tutti, ma è il Dio di Gesù Cristo. Guardando a Cristo conosco Dio e tutto ciò che Cristo non mi ha narrato di lui io non lo credo».
Il fondatore che lascia Bose
Nel dicembre 2016 Bianchi annuncia le dimissioni. Dal 25 gennaio 2017 non è più alla guida della comunità che ha fondato. Racconterà di aver lasciato il timone in pace, quando si è accorto che le forze fisiche diminuivano.
Ma la vicenda non finisce lì. Nel 2020 la Santa Sede dispone il suo allontanamento da Bose.
Nel decreto vengono contestati il suo modo di esercitare l’autorità e comportamenti ritenuti non conformi alla vita comunitaria.
È la parte più dolorosa della sua storia. L’uomo che aveva costruito una casa per accogliere gli altri si trova costretto, suo malgrado, a lasciarla. Nel 2021 si trasferisce a Torino. E anni dopo ammetterà senza reticenze tutto il rammarico per quest’epilogo: «La sofferenza c’è ma non mi ha destato rancore, amarezza, non mi ha scosso nella fede, non mi ha scosso nell’amore», aveva detto in un’intervista al mensile Vita Pastorale. Ma resta, nelle sue parole, l’enigma del “tradimento”, come lui lo evoca, da parte di persone vicinissime. È forse qui che il monaco del silenzio mostra la sua prova più difficile: non quella della solitudine cercata ma quella della solitudine subita.
A chi gli chiede come abbia fatto a non lasciarsi consumare dal rancore, Bianchi cita Bernardo di Chiaravalle: «L’amore basta a sé stesso». E spiega: «Ciò che conta è avere amato, non conta se l’altro non ha ricambiato o ha tradito».
È una frase che sembra riassumere l'ultima stagione della sua vita. Bianchi ha conosciuto anche l'amore di coppia. Aveva vent’anni quando ebbe una fidanzata con cui rimase due anni.
«Ci siamo amati molto per due anni. Poi però sono stato troppo assorbito dal mio ideale, dalla volontà di dar vita al mio sogno».
Non nasconde ciò che quella scelta gli è costata: «Avrei anche voluto figli. D’altronde l’essere umano è anche fatto di carne. Ma è andata così». Anche dopo Bose, la sua giornata conserva una struttura essenziale. Il canto del gallo prima dell’alba, la preghiera, la Scrittura, lo studio, l’orto, l'accoglienza delle persone: «Leggo, ma non so farlo per svago. Leggo per pensare, per godere della bellezza di una poesia o di un romanzo, ma sempre con uno scopo: imparare a vivere con gli altri».
È tornato così, in fondo, al ragazzo di Castel Boglione che aveva chiesto al padre un orto come premio per gli esami.
E anche il camminare era per lui una forma di preghiera laica: «Andare a piedi ti aiuta a contemplare. Ti aiuta a sviluppare l’attenzione alle cose e agli altri. Lo stupore. La curiosità».
Una nuova fraternità, ma non una nuova Bose
Dopo l’esperienza di Bose, tre anni fa, si trasferisce a Casa della Madia, nelle campagne tra Albiano e Ivrea, per vivere in fraternità con poche persone, tra cui alcuni amici e alcune persone che hanno lasciato Bose: «È una bella sfida a ottant’anni», diceva, «anche se non siamo in contrapposizione con nessuno e questa non sarà una nuova Bose perché la comunità ecumenica di Bose è come un figlio: una volta fatto non si può rifare».
Enzo Bianchi, del resto, ha sempre cercato di fare i conti con il tempo che passa. Ha scritto della vecchiaia, della solitudine, del discernimento, della fede, delle relazioni umane. Su tutto, resisteva tenace la sua ostinata fiducia nel fatto che una vita possa essere giudicata anche da ciò che ha saputo donare. Lui, che ha trascorso l'esistenza a parlare di Dio, sapeva bene che alla fine rimangono poche cose: le persone incontrate, quelle ascoltate, quelle amate. E il silenzio: «Ho lasciato la terra del Monferrato che ancora oggi amo e desidero, almeno come la terra che accoglierà il mio corpo quando sarò morto», aveva detto in una delle sue ultime interviste. Il ritorno alla terra, dove tutto era cominciato, certo, ma anche un’immagine evangelica di potente speranza perché, come ricorda il Vangelo, «se il chicco di grano caduto in terra non muore rimane solo. Se invece muore produce molto frutto».
