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Gianfranco Ravasi ricorda Enzo Bianchi

Fotografia in bianco e nero del cardinale Gianfranco Ravasi seduto a un tavolo e di Enzo Bianchi in piedi accanto a lui con una sciarpa chiara. In basso, una banda marrone contiene il testo bianco: GIANFRANCO RAVASI RICORDA ENZO BIANCHI.

Il cardinale, presidente emerito del Pontificio Consiglio della Cultura parla dell’amico, fondatore della Comunità di Bose, morto oggi dopo un periodo di malattia: “una figura poliedrica, impossibile da incasellare in un'unica categoria accademica o ecclesiale. La fraternità era il filo conduttore della sua testimonianza” 

Cecilia Seppia 
1 settembre 2026 

Un rabbì che amava i banchetti”: con questa immagine capace di restituire la viva vicinanza di Cristo alla quotidianità umana, il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente emerito del Pontificio Consiglio della Cultura apre il suo scrigno dei ricordi per omaggiare l'amico fraterno Enzo Bianchi, fondatore della Comunità di Bose, scomparso oggi, 1 settembre, all'età di 83 anni. Un legame autentico che, per patto d'ironia e vicinanza anagrafica, rifiutava le liturgie della retorica postuma: «In passato, una volta abbiamo parlato di questa occasione, anche perché eravamo quasi contigui per questioni di età, 1943 lui, 1942 io, ebbene lui diceva: ‘chi muore per secondo prometta di non scrivere l'articolo-coccodrillo per il primo’. Cioè, non voleva che si facesse di lui una commemorazione, come si soliti si è fare». Eppure, a poche ore dall'annuncio della morte, Ravasi sceglie di “infrangere” quel vecchio patto per tratteggiare un ritratto intimo che riassume «un’amicizia lunga, iniziata 40 anni fa, più o meno, che ha avuto dei percorsi molto diversi, approdando anche all'ultima tappa, forse più difficile per lui, quella appunto riguardante la Comunità e il destino di ogni fondatore di essere alla fine lontano, per vari motivi, dalla sua comunità iniziale e di costituirne un'altra». 

Una sensibilità eclettica 

Il priore di Bose emerge dai ricordi del porporato come una figura poliedrica, impossibile da incasellare in un'unica categoria accademica o ecclesiale. «Era tante cose. Lo ricordo soltanto come persona, umanissima», riflette Ravasi, evidenziando come l'amico possedesse «una personalità forte, incisiva, che aveva soprattutto una caratteristica, tipica delle persone geniali, di possedere una sensibilità eclettica». Questa dote permetteva a Bianchi di muoversi «con una grande finezza da dimensioni di tipo politico, a dimensioni ecclesiali, e anche alcune volte verso la cultura e l'arte». Nulla dell'orizzonte umano gli era estraneo. «Non era mai monodirezionale», prosegue il cardinale. Ma il vero centro di gravità di questa instancabile curiosità intellettuale risiedeva nella Scrittura: «E in questo senso era anche l'occasione per trovare poi qual era il nodo che teneva tutta insieme questa molteplicità, questa fantasmagoria nel suo linguaggio: la fedeltà alla Parola di Dio». Ravasi analizza l'eredità teologica e divulgativa di Bianchi, rintracciandone il fulcro nell'idea che la Scrittura dovesse trasformarsi in nutrimento quotidiano, non un testo per specialisti, ma pane spezzato per il popolo: «Lui riusciva a far comprendere a tutti, credenti e non credenti, che il verum, la verità, non si distingue mai dal bonum e dal pulchrum. Riusciva a seminare bellezza». 

L'amore per la cucina 

Ravasi ci consegna un dettaglio privato dell’amico, apparentemente distante dalla solennità degli studi biblici ma, in realtà, profondamente teologico: il cibo. Bianchi aveva scritto un libretto destinato ai più giovani intitolato appunto “Un rabbì che amava i banchetti” dove Cristo veniva raccontato come Colui che amava stare a tavola. «Nella Bibbia c'è questa dimensione del cibo, pensiamo all'Eucaristia come elemento fondamentale, ebbene lui era veramente un bravissimo cuoco, anche a detta del famoso gastronomo, simbolo della cucina italiana, Carlin Petrini, che lo aveva conosciuto, e lo definiva persino migliore di lui a cucinare. E Enzo lo diceva sempre: ‘più che come scrittore io vorrei essere ricordato come un grande cuoco’. Ha cucinato diverse volte anche per me quando andavo a Bose per fare le meditazioni durante la Quaresima». 

Testimone di fraternità 

Il porporato decanta anche l’amore di Bianchi per la natura incontaminata, il Creato, ben visibile nel verde dei campi e degli alberi che circondano Bose e chiude con la grande intuizione ecumenica che ha portato alla nascita del borgo in provincia di Biella «La fraternità, titolo anche di una delle sue ultime opere letterarie, era il filo conduttore della sua testimonianza che riusciva a manifestare soprattutto col mondo dell'Oriente ortodosso ma anche con i protestanti, persino l’arcivescovo di Canterbury, primate della Chiesa anglicana era stato a Bose, un periodo, per meditare. Al suo pubblico immenso parlava sempre del Cristo, fratello di tutti che amava sedersi a tavola anche con chi non era ben accetto o compreso o lontano». 

Un versetto biblico per riassumere il senso profondo del viaggio terreno e del ministero di Enzo Bianchi, chiude l'intervista del cardinale Ravasi ai media vaticani: «Se dovessi scegliere, sceglierei quello che il cardinale Martini aveva tenuto come l'ultimo suo testamento simbolico biblico, il versetto 105 del Salmo 119, cioè "lampada per i miei passi è la tua parola guida sul sentiero della vita". Ma ce ne è anche un altro che lui amava particolarmente, tratto da Isaia, "se tu squarciassi i cieli e scendessi". Ecco, questi due versetti li metterei insieme perché una volta sceso sulla terra, Cristo è lampada per i passi nel cammino della vita e lui lo sapeva bene».
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