M. Recalcati 'Salviamo la democrazia dalla legge del più forte'
La fragilità del nostro sistema di governo è preziosa proprio perché tollera la possibilità dei conflitti: ma la violenza non è mai una risposta, come ha ricordato il capo dello Stato. Una riflessione dello psicoanalista e scrittore.
8 agosto 2026
Le parole pronunciate recentemente dal nostro presidente della Repubblica che condannano senza esitazioni ogni tentativo di giustificare la violenza in nome della ragione politica non sono soltanto una necessaria presa di posizione istituzionale. Sono un richiamo essenziale a una profonda verità che ogni democrazia rischia periodicamente di dimenticare: nessuna idea si può affermare impugnando una spranga, nessuna causa diventa più giusta perché trova nell’esercizio della forza il proprio argomento. Un tema affrontato anche da Freud e Einstein in una celebre corrispondenza di fronte a un’Europa che stava per cadere nel baratro dei totalitarismi e della Seconda guerra mondiale: la forza del Diritto è necessaria a temperare quella della violenza pulsionale, ovvero il Diritto illegittimo della forza. Si tratta del bivio fondativo di ogni democrazia: rinunciare al Diritto della forza per fare esistere la forza del Diritto.
Diversamente la tentazione di concedere attenuanti alla violenza proviene sempre da
una seduzione disperata. Si pensa che il fine possa riscattare il mezzo, che la rabbia
autorizzi l’aggressione, che l’urgenza della storia possa esigere la sospensione delle
regole democratiche della convivenza. Per esempio, il carattere eccezionale della
resistenza armata partigiana può essere evocato per legittimare la violenza di piazza,
l’aggressione alle forze dell’ordine, la spinta ad annientare fisicamente il proprio
antagonista politico. I cosiddetti anni di piombo derivarono direttamente da una lettura
ideologica di questo tipo. La politica, allora, cessa di essere lo spazio simbolico del
conflitto per trasformarsi in una violenta contesa tribale.
Una delle confusioni più pericolose del nostro tempo consiste infatti nel confondere la
violenza col conflitto. Esse appartengono in realtà a due universi radicalmente
differenti. Se la violenza è l’espressione della forza pulsionale che rigetta ogni alterità,
che vorrebbe raggiungere, saltando ogni forma di mediazione simbolica, i suoi obiettivi
– per esempio nel farsi giustizia da sé, nel ridurre la giustizia a vendetta –, l’esperienza
del conflitto coincide con quella della democrazia. Mentre la violenza precede e rifiuta
la forza del Diritto incaricandosi di esercitare il solo Diritto della forza, il conflitto si
sviluppa pienamente solo all’interno del Diritto.
La matrice mitica della violenza come espressione del Diritto della forza trova il suo
paradigma nel gesto fratricida di Caino che elimina il Due nel nome dell’Uno. È il
gesto che rivela la struttura profonda di ogni violenza. Caino non riesce a sopportare
l’esistenza del fratello che lo ha destituito dai suoi privilegi di figlio unico. La
differenza non è stata riconosciuta come una risorsa ma percepita solamente come una
minaccia. Il fratello è il nemico in quanto volto del Due che disfa l’illusione narcisistica
dell’Uno. Ora, ogni violenza ripete, in forme storicamente diverse, la struttura di questo
gesto originario. Rigetta il dialogo, rifiuta la legge della parola su cui si fonda ogni
democrazia. Non tollera il tempo dell’attesa, della negoziazione, del compromesso,
della trattativa.
La violenza vuole tutto e subito, vuole la morte dell’altro che impone il reale del Due
all’illusione ideologica dell’Uno. Diversamente dalla violenza, il conflitto nasce invece
solo quando la forza accetta il limite insuperabile dalla parola. È questo il vero
passaggio che inaugura la vita della polis.
Quello che in fondo Freud definiva come programma della Civiltà si potrebbe tradurre
come la conversione necessaria della dimensione primitiva e pre-simbolica della
violenza in quella pienamente simbolica del conflitto politico. Non esiste, infatti,
alcuna comunità umana priva di conflitti. Pensare una società riconciliata,
completamente pacificata, significa coltivare una fantasia utopicamente regressiva. Ma
in una democrazia il conflitto non è mai conflitto delle armi ma solo delle
interpretazioni: ogni società è attraversata da interessi divergenti, desideri
incompatibili, differenti immagini del bene comune e diverse concezioni del mondo.
Per questo ogni democrazia è per sua natura, diversamente dai regimi totalitari, fragile.
Non esiste infatti democrazia che non sia aperta, instabile, incerta, sempre a rischio di
virate illiberali. La fragilità non è dunque un limite della democrazia, ma il suo valore
più proprio. Le parole di Mattarella che condannano la violenza ci ricordano la nostra
responsabilità nel custodire e nel proteggere la fragilità preziosa della democrazia. Essa
non ha il compito di imporre una sola visione del mondo ma di organizzare il conflitto
delle interpretazioni rendendolo fecondo e non distruttivo. La qualità fragile di una
democrazia non si misura dunque dal numero dei suoi conflitti, ma dalla sua capacità
di ospitarli e di ordinarli senza trasformarli in guerre civili.
Il Parlamento, la magistratura, la libera informazione, le istituzioni di garanzia non
servono a sopprimere il conflitto, ma ad impedire la sua regressione alla violenza. Ogni
deriva populista, ogni fanatismo ideologico, ogni fondamentalismo religioso o
identitario inizia proprio quando il conflitto viene degradato a guerra morale tra puri e
impuri, tra democratici e antidemocratici, tra giusti e ingiusti. È il salto di qualità che
il nostro paese, almeno ai miei occhi, fatica a compiere: la piena legittimazione del
pluralismo democratico. Il contrario della violenza non è la pace, come spesso si crede,
ma è il conflitto regolato simbolicamente.
Anche le dittature conoscono infatti la pace: quella del silenzio, della paura, del
conformismo, della sicurezza senza libertà. La democrazia conosce invece il frastuono
delle differenze, la fatica del dissenso, la tensione agonica permanente tra visioni del
mondo incompatibili insieme alla responsabilità del loro governo. Quando il capo dello
Stato ricorda che chi pratica, predica o giustifica la violenza aggredisce la Costituzione,
non difende dunque solamente il carattere imprescindibile di un principio, ma l’idea
stessa di Civiltà. Solo se il conflitto delle interpretazioni resta il fondamento della vita
democratica si può prevenire la seduzione regressiva della violenza.
