Francesco Guccini. Il custode delle domande
colloquio con Brunetto Salvarani a cura di Fabio Colagrande
6 agosto 2026.
La forza di Francesco Guccini non è stata soltanto quella di scrivere alcune delle pagine più alte
della canzone d'autore italiana. È stata soprattutto la capacità di trasformare le domande di una
generazione in parole destinate a parlare anche alle successive. Per Brunetto Salvarani, teologo,
scrittore e suo amico, è questo il lascito più profondo del cantautore emiliano, scomparso giovedì 6
agosto 2026: aver saputo raccontare l’esistenza con una sincerità rara, senza mai smettere di
interrogarsi sul senso ultimo delle cose.
«Francesco ci ha interpretato, ci ha interpretato tutti o almeno molti, come pochissimi altri», osserva Salvarani, intervistato dai media vaticani. Lo ha fatto nelle canzoni, ma anche nei romanzi, nei fumetti e negli altri linguaggi che ha frequentato. Tutta la sua opera, ricorda, nasce dall'esperienza personale, da una fedeltà alla propria storia che gli ha consentito di parlare di sé raccontando, in realtà, la vita di molti.
Per questo definirlo un cantautore politico sarebbe «totalmente riduttivo». La politica attraversa
molte sue pagine, ma il suo sguardo è più ampio. «Il racconto della vita così com'è» resta il cuore
della sua produzione, come suggerisce anche il titolo del volume che Salvarani gli dedicò insieme a
Odoardo Semellini, Di questa cosa che chiami vita. Ed è proprio questa fedeltà all’umano che rende
ancora vive canzoni come Auschwitz e Dio è morto, «canzoni sostanzialmente immortali» perché
capaci di dare voce a sentimenti che non appartengono a una sola stagione.
A rendere unica la sua figura, osserva ancora Salvarani, è stata anche la capacità di attraversare
linguaggi diversi. Oltre alle canzoni, Guccini è stato scrittore, fumettista e attore, «un uomo davvero
a 360 gradi», sempre fedele alla propria esperienza personale. Musicalmente apparteneva alla
stagione che, sulla scia di Bob Dylan, Jacques Brel e Georges Brassens, diede vita alla grande
canzone d'autore europea. In Italia, spiega, furono soprattutto lui e Fabrizio De André a tradurre
quella novità, mettendo al centro il valore delle parole. Una tradizione che oggi sembra appartenere
alla storia, ma che continua a vivere nelle nuove generazioni anche grazie ad artisti come Vinicio
Capossela, che Guccini contribuì a far conoscere.
Fra le domande che hanno attraversato tutta la sua opera, un posto particolare occupa quella su Dio.
Salvarani ricorda come Guccini provenisse da una famiglia profondamente religiosa, soprattutto per
l’influenza della madre Ester Prandi.
Pur definendosi sempre agnostico, «non ha mai rifiutato questa cosa» e «non ha mai voluto essere
trascinato da una parte all'altra». La sua, più che una presa di distanza, è stata una ricerca libera, mai
superficiale.
Emblematica, in questo senso, fu anche l’intervista concessa nel 2010 proprio a «L’Osservatore
Romano», nella quale riconosceva nella Bibbia «un grande codice culturale col quale è impossibile
non fare i conti». Una convinzione che riaffiora nel brano Shomèr ma mi-llailah, ispirato al profeta
Isaia, dove il testo biblico diventa uno strumento per leggere il presente e custodire la speranza
dentro la notte.
Non meno eloquente è la vicenda di Dio è morto. Mentre la Rai ne vietava la trasmissione, Radio
Vaticana decise di mandarla in onda. Salvarani, che ha ricostruito direttamente quell’episodio,
ricorda come quella scelta dell’emittente pontificia non fosse una provocazione, ma il
riconoscimento di un linguaggio nuovo: «Era un omaggio a un linguaggio, quello della musica, che
i giovani in quel momento stavano utilizzando per dire la loro voglia di esserci nella società». Una
decisione che, osserva, conserva ancora oggi un valore esemplare, «un bel segnale, soprattutto per
oggi», in un tempo nel quale «le generazioni faticano a parlarsi». Forse è anche questa la ragione
per cui Guccini continua a essere ascoltato da chi non appartiene alla sua epoca. È stato, spiega
Salvarani, «veramente un cantautore intergenerazionale».
Accanto alla profondità della riflessione, Salvarani ricorda infine anche il tratto più umano del suo
amico. «Guccini era un timido, un grande timido che risolveva la sua timidezza con l’ironia»,
osserva. Dietro il sarcasmo e la leggerezza emergeva il valore assoluto attribuito all’amicizia,
espresso nel brano Gli amici, secondo il teologo attraversato da una sorprendente prospettiva
escatologica. Pensando alla sua scomparsa, Salvarani si augura che possa «ritrovare i suoi tanti
amici» e ricevere da loro, «dall'altra parte», quel grazie che la sua opera continua a suscitare.
