Chi e cosa trovi: AUTORI e ARGOMENTI
Caricamento...

A. Spadaro 'L’intelligenza artificiale come sfida spirituale'

Grafica per l'articolo "L'intelligenza artificiale come sfida spirituale di Antonio Spadaro" condiviso dal blog AlzogliOcchiversoilCielo. L'immagine mostra un fotomontaggio digitale in cui una mano umana reale, a sinistra, si protende per sfiorare con l'indice una mano astratta formata da circuiti luminosi, dati e connessioni neurali blu e oro su sfondo scuro. Il gesto richiama l'affresco della Creazione di Adamo di Michelangelo. In basso, una fascia blu scuro contiene il titolo e il logo del blog con una silhouette di una torre.

A Santiago del Cile, presso la Pontificia Università Cattolica, nei giorni scorsi si è svolto il VII Seminario sulla comunicazione della Chiesa dal titolo «Le sfide dell’intelligenza artificiale». L’incontro ha riunito 40 vescovi e centinaia di comunicatori, operatori pastorali, accademici e rappresentanti ecclesiastici provenienti da America Latina e Caraibi. Il Seminario è stato aperto da un messaggio papale a firma del Segretario di Stato cardinale Pietro Parolin. Pubblichiamo una sintesi dalla «lectio» inaugurale «L’intelligenza artificiale come sfida spirituale».

di Antonio Spadaro 
8 agosto 2026 

Oxford, febbraio 2025. Sotto la cupola dello Sheldonian Theatre — là dove l’allegoria della Verità scende sulle Arti e sulle Scienze per scacciare l’ignoranza — due figure simboliche della cultura digitale contemporanea, Biz Stone, cofondatore di Twitter, ed Evan Sharp, cofondatore di Pinterest, discutono di un tema che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato fuori luogo nel cuore della modernità algoritmica: il sacro. La sala è gremita di studenti che abitano il digitale come un’estensione della vita e che tuttavia avvertono che qualcosa manca. L’epoca che credeva di essersi emancipata dalla religione si scopre improvvisamente affamata di spiritualità. 

Ho ripensato a quella sera rileggendo la Magnifica humanitas. C’è una convinzione diffusa nel modo in cui il mondo affronta la questione dell’intelligenza artificiale: si dice che sia un problema etico. Una questione di regole da scrivere, di limiti da fissare, di algoritmi da «allineare» a valori condivisi. Ma l’enciclica, firmata il 15 maggio 2026, opera un rovesciamento di prospettiva che cambia radicalmente la natura della conversazione. Prima di chiedersi come l’intelligenza artificiale vada governata, il Papa si chiede che cosa essa faccia al cuore umano. Prima dell’etica, la spiritualità. Prima della norma, il discernimento interiore. Prima della regolazione del potere, la qualità del desiderio. L’intelligenza artificiale non è soltanto un problema di governance: è una prova per l’anima. E se non viene affrontata a quel livello, ogni regolamentazione resterà superficiale, una toppa su una ferita che nessuno ha voluto guardare. 

Per cogliere la profondità di questa visione bisogna partire dal punto in cui il Papa si volge ad Agostino. Il modo in cui plasmiamo relazioni, lavoro e istituzioni — scrive — scaturisce, in ultima analisi, da ciò che abbiamo più caro. È un amore che ci guida. E subito dopo la citazione: «Due amori hanno costruito due città: la città terrena, l’amore di sé fino al disprezzo di Dio; la città celeste, l’amore di Dio fino al disprezzo di sé». Il passaggio è decisivo. 
Leone non sta dicendo che l’intelligenza artificiale solleva problemi morali, cosa ovvia. Sta dicendo che l’intelligenza artificiale mette in gioco l’amore. «La costruzione di Babele o la ricostruzione di Gerusalemme comincia dentro ciascuno di noi». Non comincia nei parlamenti, non comincia nei laboratori di ricerca, non comincia nei quartieri generali delle Big Tech. Comincia nel cuore. 
Il discernimento ha un modello biblico: Neemia, l’uomo che ricostruisce le mura di Gerusalemme dopo l’esilio. Prima di agire digiunò, pregò, esaminò in silenzio le zone distrutte. Non impose soluzioni dall’alto. Una regolazione senza contemplazione è cieca; un’etica senza spiritualità è un codice senz’anima. 

C’è un episodio che mi ha colpito profondamente. Nel 1964, rivolgendosi al Centro di automazione dell’Aloisianum di Gallarate, dove padre Roberto Busa, gesuita pioniere dell’informatica umanistica, preparava l’analisi elettronica della Summa di san Tommaso, Paolo VI pronunciò parole di straordinaria bellezza: «Dobbiamo renderci conto di come il cervello meccanico viene in aiuto del cervello spirituale»; e questo sforzo di infondere negli strumenti meccanici il riflesso di funzioni spirituali «è elevato a un servizio che tocca il sacro». Il sacro! Il timore, oggi, è che stia accadendo esattamente il contrario: che il riflesso degli strumenti meccanici venga infuso nel cervello spirituale, fino al punto che questo si metta al servizio di quello e ne assuma la forma e i processi. La vera domanda non è se l’intelligenza artificiale possa diventare umana, ma se l’intelligenza umana possa «restare» umana. 

Papa Francesco aveva dato un nome a questa tentazione nella Laudato si’: il paradigma tecnocratico. La Magnifica humanitas ne riprende e approfondisce la diagnosi: quando la tecnologia diventa la misura con cui tutto viene giudicato, comincia a dettare che cosa conta e che cosa può essere scartato. 
Ecco la trasformazione spirituale: la tecnologia cessa di essere un mezzo e diventa una misura. Non è più l’uomo a giudicare la tecnica; è la tecnica a giudicare l’uomo. È una conversione alla rovescia: dalla sapienza all’efficienza, dalla relazione alla prestazione, dalla contemplazione al calcolo. «L’uomo contemporaneo non è stato educato al retto uso della potenza», ammoniva Romano Guardini. Eppure, questa educazione non è una questione tecnica: è formazione interiore. 

L’intelligenza artificiale ci costringe così a riconsiderare l’antropologia. Chi è l’uomo, quando una macchina può imitare i nostri gesti cognitivi, generare immagini, scrivere testi, comporre musica? La differenza non sta nella capacità di calcolo ma nella libertà del senso: le macchine producono combinazioni, l’essere umano genera significato. Ciò che distingue la persona dalla macchina ordinatrice — in francese si chiama ordinateur, in spagnolo ordenador — è precisamente il disordine: quella memoria non estesa ma profonda, intessuta di fragilità psicologiche, immaginazione, inconscio. L’uomo è una sorta di hacker che rompe il sistema degli algoritmi ponendo la domanda di senso. Italo Calvino, in un folgorante saggio del 1967, ammetteva che un giorno si potrebbe arrivare a riprodurre esattamente i meccanismi nervosi che ci permettono di pensare. Ma ciò non significherebbe aver riprodotto il pensiero: soltanto le condizioni del suo manifestarsi. Perché il pensiero si manifesti, il pensiero deve esserci. Soprattutto, però, c’è l’esperienza che per Leone è fondamentale: il limite. La cultura del potenziamento legge tutto ciò che appare come limite — incapacità, malattia, vecchiaia, vulnerabilità — come un difetto da correggere. Il Papa rovescia questa retorica con un principio che ha la forza di una regola spirituale: l’umanità fiorisce non nonostante i limiti, ma spesso attraverso di essi. È nel nostro essere limitati che si fa spazio la compassione, la generosità che ci sorprende nel fallimento, l’esperienza spirituale. Il transumanesimo, al contrario, tratta il corpo come materiale da perfezionare e la mortalità come un bug da correggere; e così, spiritualmente, alleva il disprezzo per chi resta fragile. Peter Thiel ha trasformato questa disputa in una questione teologica: nelle sue conferenze l’Anticristo non è la tecnologia senza vincoli ma il suo opposto, il regolatore; e il katechon paolino, la forza che trattiene, viene consegnato al potere tecnologico stesso. La Magnifica humanitas dice l’opposto: che i limiti sono ciò che protegge l’umano. La contesa non riguarda le politiche. È un disaccordo su che cosa sia un limite. 

Qui l’arte irrompe come sentinella della coscienza. Leone XIV sceglie tre icone: la Nona di Beethoven, un sordo che compone un inno alla gioia; Guernica, dove Picasso trasfigura un bombardamento in un grido; Schindler’s List, appello a non consegnare il passato all’oblio. L’aggettivo scelto dal Papa è decisivo: profetica. L’arte parla per prima, vede per prima, sa per prima. Può farlo perché chi crea ha un corpo, una storia, una ferita da cui la parola sgorga. La macchina non ha ferite. Il rischio non è la scomparsa violenta dell’arte, ma la sua lenta evaporazione in chi non ne sente più il bisogno. La seduzione del plausibile è il pericolo più grande: confondere la fluenza con la profondità, la correttezza con la verità. Generare frasi senza fine non è creare senso. 

Ci serve allora una vera ascesi per l’età dell’intelligenza artificiale. I suoi gesti fondamentali hanno nomi antichi. Disarmare: liberare l’intelligenza artificiale dalla mentalità della competizione «armata», che oggi è anche un fenomeno economico e cognitivo; e disarmare il proprio desiderio di potenza, chiedendosi non «che cosa posso fare con questo potere?» ma «chi può servire questo potere?». Digiunare: creare spazi di silenzio in cui il pensiero possa maturare senza la stampella del calcolo, l’equivalente digitale del deserto dei Padri. Georges Bernanos avvertiva che il pericolo non sta nella moltiplicazione delle macchine, ma nel numero crescente di uomini abituati, fin dall’infanzia, a non desiderare altro che ciò che le macchine possono dare. 

In realtà, la domanda di fondo non è «quanto possono fare le macchine?», ma «quanto possiamo crescere noi, insieme a esse?». Prima che un legislatore scriva una norma, prima che un ingegnere progetti un sistema, c’è un cuore che ha già scelto — sapendolo o no — quale amore seguire.
📩 ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER

Il nostro cammino in cifre

L'impatto dei nostri contenuti, giorno dopo giorno.

Visualizzazioni