Una speranza credibile: incontro con Domenico Battaglia
Una speranza credibile: incontro con Domenico Battaglia
Rocca 14
del 15 luglio 2026
Abbiamo bisogno di cristiani che
non fuggano dalla storia, che
non si rifugino in una fede intimista. La politica, quando cerca
davvero il bene delle persone, è
una forma altissima di amore
sociale. E la Chiesa deve aiutare soprattutto i giovani a non disprezzarla”.
Domenico Battaglia, arcivescovo di Napoli, ultimo cardinale creato da papa Francesco, uomo del dialogo,
attento agli scartati della
nostra società, agli ultimi. L’abbiamo incontrato.
Buongiorno vescovo don
Mimmo, come sta? Posso
chiamarla don Mimmo?
Certo che può chiamarmi don Mimmo. I titoli
lasciano il tempo che trovano e a volte
allontanano. Invece la vicinanza umana resta e costruisce amicizia. E io, d’altronde,
non mi considero null’altro che questo:
un fratello, un prete, un vescovo, un uomo
che prova a camminare accanto agli altri.
Lei è vescovo di una grande città del sud,
Napoli, spesso al centro delle cronache per
fatti che riguardano la delinquenza minorile, come ci si pone davanti a queste situazioni?
Guardi, il primo errore è parlare dei ragazzi solo quando sbagliano. Nessun giovane nasce “criminale”. Dietro certe storie
ci sono povertà educative, assenze, ferite,
solitudini, violenze viste troppo presto.
Certo, il male va chiamato per nome, ma
senza mai smettere di credere che una
persona possa cambiare. Per questo insisto sulla necessità di educare, di prevenire, di
recuperare, perché un ragazzo recuperato al bene
e un bambino educato
con un intento preventivo valgono più di mille
discorsi sulla sicurezza.
Non crede che il Paese non
crescerà se non insieme?
Ne sono profondamente convinto. Nessuno si salva da solo. E questo vale anche
per le città e le regioni della nostra Italia.
Ce lo insegnano i momenti più duri della
nostra storia recente, ma rischiamo continuamente di dimenticarlo. E questo non
vale soltanto per le aree geografiche ma
anche per il tessuto sociale nel suo insieme. Perché una società cresce quando chi
è forte non schiaccia chi è fragile, ma lo accompagna. Quando il successo personale non diventa indifferenza collettiva. Il
bene comune infatti non è un’idea astratta: è il volto concreto di chi resta indietro.
Ha fondato un centro contro le dipendenze
che attanagliano giovani e meno giovani;
non crede che oggi ci sia più bisogno di solidarietà, di accoglienza, di vicinanza alle
famiglie anche da parte delle istituzioni?
Che ci sia bisogno di un
patto educativo fra famiglie, volontariato, comunità cristiane, istituzioni
affinché nessuno rimanga
indietro?
Sì, oggi più che mai. Le dipendenze non sono
soltanto un problema
sanitario: spesso sono
una domanda disperata d’amore, di senso, di presenza. Che cade
nel vuoto quando le famiglie vengono lasciate sole. Per questo continuo a credere nel patto educativo: un’alleanza larga,
concreta, umile, dove nessuno pensi di
bastare a sé stesso. Quando una comunità diventa frammentata, quando si perde
il senso del noi, restano tanti piccoli “io”.
Ma i ragazzi e i bambini hanno bisogno
non solo di adulti sani ma di persone affidabili che sappiano essere comunità, capaci di creare una rete educativa solida.
“Terza guerra mondiale a pezzi” diceva papa Francesco.
Isaia… “Egli giudicherà tra nazione e nazione e sarà l’arbitro fra molti popoli; essi, con le loro spade, costruiranno
vomeri di aratro e, con le loro lance, falci;
una nazione non alzerà più la spada contro
un’altra e non impareranno più la guerra.”
Utopia o realtà?
Se smettiamo di credere
alla pace, la guerra avrà
già vinto. Certo, può sembrare un’utopia, ma il
Vangelo è pieno di utopie
concrete: amare il nemico, perdonare, condividere il pane. La pace non è
ingenuità. È il più difficile dei realismi. Richiede coraggio, giustizia, disarmo del cuore
e delle parole. Io credo che ogni gesto di
fraternità, anche piccolo, sia già un pezzo
di profezia che si compie. Ed è da questi
gesti che dobbiamo ripartire.
Don Lorenzo Milani ripeteva spesso “Ho
imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne insieme è la politica, sortirne da soli è l’avarizia”. Non crede ci sia bisogno di un forte impegno della Chiesa nell’educare alla politica, che è “la più alta
forma di carità”?
Assolutamente sì. Ma attenzione: non
parlo di appartenenze partitiche. Parlo
dell’educazione al bene comune, alla responsabilità, alla partecipazione. Abbiamo bisogno di cristiani che non fuggano
dalla storia, che non si rifugino in una
fede intimista. La politica, quando cerca
davvero il bene delle persone, è una forma altissima di amore sociale. E la Chiesa deve aiutare soprattutto i giovani a non
disprezzarla.
“Quando do da mangiare a un povero tutti mi chiamano santo, ma quando chiedo
perché i poveri non hanno cibo, allora tutti
mi chiamano comunista” diceva il grande
Vescovo Hélder Câmara… Abbiamo paura
di farci chiamare comunisti?
Io credo che il problema non sia come ci
chiamano, ma se restiamo fedeli al Vangelo. Il Vangelo disturba
sempre quando prende
sul serio i poveri. Perché
non si limita all’elemosina: domanda giustizia,
dignità, diritti, lavoro,
pace. Se stare dalla parte degli ultimi crea imbarazzo a qualcuno, il
non stare dalla loro parte
sarebbe imbarazzante come credenti se
guardiamo i criteri che il Vangelo ci dona.
Abbiamo una società indifferente al messaggio religioso, il cristianesimo è una bella notizia, ma è irrilevante, come cristiani
abbiamo dimenticato la sua forza vitale, la
sua dirompente speranza. Cosa dobbiamo
fare per ritrovare questa forza?
Forse dobbiamo smettere di difendere il
cristianesimo e ricominciare a viverlo. In
questo tempo l’apologia serve poco: oggi
più che mai abbiamo bisogno di testimonianza, credibilità, affidabilità.
Perché la gente non ha bisogno di cristiani
perfetti, ma credibili. Non di parole complicate, ma di vite autentiche e luminose.
Si è conclusa la terza fase del Sinodo della Chiesa italiana con il documento di sintesi. Che impressione hai avuto di questa
assemblea? Non pensi che temi come il
diaconato femminile, i “viri probati”… non
siano stati affrontati adeguatamente? Riusciremo ad avere comunità con alla guida
una donna o un uomo sposato?
Il Sinodo è stato un passaggio importante perché ha rimesso al centro l’ascolto. E
già questo, in una Chiesa spesso abituata
a parlare più che ad ascoltare, è molto.
Certo, ci sono temi che molti avrebbero
voluto vedere affrontati con maggiore
decisione. Ma io penso che i processi ecclesiali abbiano bisogno di maturazione,
discernimento, pazienza e soprattutto libertà interiore. La domanda vera è un’altra: vogliamo davvero una Chiesa più
evangelica, più corresponsabile, più capace di riconoscere i carismi di tutti? Se la
risposta sarà sincera, allora molte strade
si apriranno. A noi spetta percorrerle senza ferite, senza strappi.
Grazie di cuore vescovo Mimmo. Prima di
salutarci… lei ha paura della morte?
Più che della morte, ho paura di arrivare
a quel momento già morto. Perché il criterio della vita è l’amore
e se smettessi di amare,
rischierei di essere morto senza saperlo. Ecco,
questa è la mia paura:
non amare abbastanza.
Io spero che alla fine del
la vita il Signore non mi
chieda quanti risultati
ho ottenuto, ma quanto cuore ho messo nel servire gli altri. E
spero che la morte, quando arriverà, mi
trovi ancora intento e operoso nell’amare.
Che impressione ha avuto dalla visita di
papa Leone? Come ha risposto la Chiesa che è in Napoli a questa visita?
La città e la Chiesa hanno risposto nel
modo in cui rispondono a tutti coloro
che nel segno della pace bussano alla loro
porta: con gioia e con grande accoglienza!
Perchè questa è Napoli, questo è lo spirito della sua gente e oserei dire questo è il
Vangelo che la Chiesa di Napoli annuncia.
Il Vangelo della pace, della gioia vera, della fraternità che è dono del Cristo Risorto!
Ed è stato bello vedere come negli occhi
di papa Leone tutto questo si è impresso
trasformandosi sorriso. Sono molto grato
al papa. Ma so anche che il papa è molto
grato a questa città.
Stefano Zecchi
