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Anche in Italia arriva il celebrante laico

Fotografia di un matrimonio laico all'aperto celebrato in un uliveto. Sotto le fronde degli alberi e davanti a un arco floreale, una sposa in abito bianco e uno sposo in gilet si tengono per mano di fronte alla celebrante. Gli invitati assistono alla cerimonia seduti su sedie di legno disposte sul prato. In basso, una fascia verde riporta il testo: "Anche in Italia arriva il celebrante laico di Francesca Santolini".

Le chiamate da chi non crede o non gradisce i riti religiosi: «Attraversiamo le vite altrui con delicatezza» 

Francesca Santolini 
17 Settembre 2026 

Una donna, o più di rado un uomo, vestita sobriamente, un microfono in mano e una cartellina che non contiene preghiere ma una vita intera: il nome del cane, il viaggio in Portogallo del 1987, la passione per il jazz, il caratteraccio, la frase che ripeteva sempre. 

È il celebrante laico. Detto così, sembra quasi una professione saltata fuori da una sceneggiatura inglese, di quelle in cui qualcuno celebra matrimoni in giardino mentre gli invitati bevono champagne. Invece esiste anche in Italia, e da qualche anno si sta organizzando, formando, certificando. Celebrano matrimoni, nascite, unioni; soprattutto funerali, pronunciando il discorso di addio, fuori da ogni liturgia. 

«Nel 2023 mi sono diplomata con FederCelebranti e sono diventata una celebrante professionista, un mestiere semisconosciuto in Italia, ma molto riconosciuto nel resto del mondo», racconta Livia Aymonino, che ha scelto questa attività come suo nuovo lavoro. «È un esperto del settore che ha studiato e che è in grado di creare cerimonie personalizzate, dando così dignità e voce anche a quelle non religiose», prosegue. 

Un lavoro, che è tutto fuorché burocratico: comincia dai colloqui con amici, parenti, colleghi. Il celebrante incontra le persone che facevano parte della vita del defunto, fa domande, raccoglie ricordi, ricostruisce una biografia. Poi scrive, taglia, riscrive. 

Deve raccontare una persona che non ha mai conosciuto, a un pubblico che invece la conosceva benissimo. È l’esatto contrario della condizione in cui lavora di solito chi scrive. E cerca un equilibrio non facile: raccontare senza santificare, commuovere senza manipolare. 

Il funerale laico non promette un aldilà. Promette qualcosa di più terreno: che qualcuno restituirà al morto la sua singolarità. Non «un buon marito», «una madre esemplare», «un uomo stimato da tutti». Ma Carlo, che non sopportava le vacanze di Natale, sapeva riparare qualsiasi cosa e telefonava alla figlia ogni domenica mattina. 

Perché proprio i funerali? «Preferisco i funerali ai matrimoni, sono più difficili, c’è un rapporto più emotivo con la morte, ma è quello che serve a questo Paese. Quante volte abbiamo assistito a funerali di persone laiche celebrati in chiesa dove invece di parlare del morto, chi interviene parla di sé...». Il classico ciao, come sto. È il rischio di ogni commemorazione: che a un certo punto l’occasione diventi un'altra, e il morto faccia da sfondo. 

Chiedere un funerale laico non significa non essere credenti. Spesso significa soltanto che una famiglia non riconosce più nel rito religioso il linguaggio con cui vuole raccontare quella persona, e che davanti alla morte vuole poter scegliere una musica, un ricordo, senza incastrarli in una liturgia già scritta. Altre volte è il defunto che lo ha chiesto. Victor Hugo fece sorvegliare la propria stanza da persone fidate, per difendere il proprio trapasso dagli interessi clericali. Sono tanti i personaggi famosi che hanno chiesto una forma laica per l'ultimo saluto: da Enrico Berlinguer a Italo Calvino, da Alberto Moravia a Sandro Pertini

«In Italia, anche tra le persone laiche, la morte è un argomento complicato, quando spiego il mio nuovo lavoro, trovo resistenza anche dalle persone più colte ed evolute», e così tra gesti apotropaici e dita incrociate, Aymonino racconta come il celebrante si muova in una zona curiosa, a metà fra la scrittura e l’ascolto, fra la regia e il lutto. Non è un prete, non è uno psicologo. Non deve spiegare la morte e non deve curare il dolore, deve costruire un rito: «Celebrare la vita in un funerale laico è la cosa più bella che si possa fare per un morto», commenta. 

La professione, intanto, prova a darsi una forma. Nel 2021 la prima prassi di riferimento ha delineato ruolo, competenze e servizio del celebrante per le cerimonie non tradizionali, comprese quelle funebri. Anche il prezzo è politico: «chiediamo una cifra molto contenuta perché il celebrante laico sia alla portata di tutti. È per questo che mettiamo a disposizione la nostra competenza». 

«Le vite degli altri sono l’unica ragione per cui vale la pena stare al mondo e questo mestiere ti permette di attraversare vite completamente diverse dalla tua». E da questi attraversamenti vengono fuori delle storie straordinarie: «Alcuni portano anche da mangiare e da bere, una volta hanno portato prosecco e pizza con la mortadella, altre volte il gin tonic perché al defunto piacevano queste cose». 

Nessuno dirà che era un uomo stimato da tutti. Diranno che non sopportava le vacanze di Natale, che telefonava alla figlia ogni domenica mattina. E che in macchina ascoltava sempre Bob Dylan.
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