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Madonne e santi neri: il volto plurale del sacro

Scultura lignea della Madonna Nera di Oropa con il Bambino Gesù, simbolo del culto delle Madonne Nere in Italia. L'immagine fa da copertina per l'articolo sulla pluralità del sacro e la devozione popolare scritto da Mariangela Di Marco e proposto dal blog AlzogliOcchiversoilCielo.
Mariangela Di Marco. Giornalista 
29 Luglio 2026 

Dalle Madonne nere ai santi (migranti) dalla pelle scura: un viaggio tra devozioni popolari, storia religiosa e scambi culturali che attraversano il Mediterraneo. Un patrimonio spirituale che racconta intrecci, migrazioni e forme di pluralismo spesso dimenticate.

Con una narrazione securitaria dell’immigrazione, la paura dell’“uomo nero” ha toccato apici spaventosi. Ma la profonda venerazione di santi e madonne dall’incarnato scuro, presenti in Italia e in diversi Paesi europei, ci ricorda un’altro tipo di storia e di percezione. 

MADONNE NERE 

Considerate le più enigmatiche tra le innumerevoli rappresentazioni di Maria da Nazareth, le Madonne nere costituiscono una delle principali mete di pellegrinaggio in tutta Europa, dove se ne contano ben 772 secondo i dati della Chiesa cattolica che, da decenni, interroga studiosi di teologia e storia delle religioni sulle origini di queste sculture sacre dal volto bruno. In Italia sono 155, al secondo posto dopo la Francia che ne conserva 428. 

Nere. Come il colore dell’iniziazione alla vita, il buio del ventre materno e della terra fangosa da cui si genera l’esistenza e nell’oscurità si prepara all’incontro con la luce della nascita. È una delle teorie sulla loro origine che le vedono come il frutto del sincretismo tra Cristianesimo e Paganesimo, quella Magna Mater che assume forme diverse, moltiplicandosi e incarnandosi in varie divinità che mettono in risalto i diversi aspetti del Femminino sacro: fecondità, fertilità, sessualità. E legandosi ai culti ctoni, sotterranei, svolti in caverne, dove le energie della terra si fanno più forti, come spiega la studiosa Petra Van Cronenburg in Madonne nere. Il mistero di un culto (Edizioni Arkeios, 2024). 

Nere. Come Iside, la dea egiziana il cui culto si diffuse in tutto il Mediterraneo seguendo l’espansione dei Tolomei, la dinastia macedone d’Egitto, con Alessandria come centro mediterraneo economico e militare. È un’altra delle teorie secondo cui deriverebbero le diverse Madonne nere. Iside fu patrona dei navigatori e per questo il suo culto si diffuse in tutta la vasta area del Mare Nostrum, al punto che dal II secolo a.C., molto ben prima dell’avvento dell’era cristiana, si era imposto in Italia, Nord Africa, Spagna e Gallia, a seguito dei contatti commerciali con i mercanti alessandrini. A suffragare questa tesi, contribuisce la definizione Vierges Égyptiennes – Vergini Egiziane – che le contrassegna nelle fonti medievali e che ne ha accentuato il simbolismo, principalmente esoterico. 


Volti bruni che avevano – e che continuano ad avere – una straordinaria devozione popolare, ma che vennero letti dalla storiografia artistica «come un segno di arretratezza» e quindi connotati, a partire dal Cinquecento, in modo negativo per “mancanza di attenzione cromatica di impronta naturalistica”, come riportano gli Atti del Convegno internazionale Nigra Sum del Centro di documentazione dei Sacri Monti Calvari e Complessi devozionali europei. 

Ma proprio quell’annerimento, che costituiva un dato formale negativo, divenne invece per l’immaginario popolare, e non solo, un tratto nobilitante: giungevano probabilmente dall’Oriente, culla del Cristianesimo – altra teoria sulle loro origini – e per questo matrice di una rappresentazione sacra che, proprio in quanto orientale (limitatamente al colore della pelle), garantiva una maggiore autorevolezza di culto. Spesso per Oriente si intendeva l’Impero Bizantino che nel Mediterraneo ha lasciato una vasta eredità culturale. 

Nigra sum, sed formosa – sono nera, ma bella – recita, in barba alle opinioni artistiche, il verso latino del Cantico dei Cantici (1,5) che accompagna una delle più famose Brune italiane, quella di Tindari, in provincia di Messina. Accanto all’imponente basilica, a picco sul mare che la custodisce, sorgeva un hospitium, un luogo di ristoro fondato dai monaci benedettini nel 1142 per i numerosi pellegrini che si recavano verso le mete più sacre della cristianità: Roma, Gerusalemme, ma soprattutto Santiago de Compostela. Una tappa fondamentale nell’itinerarium peregrinorum per i fedeli siciliani che si accingevano a salpare per giorni alla volta della Spagna, apice di questo percorso catartico. 

Le navi dirette a Santiago che solcavano il Mediterraneo venivano, infatti, convogliate verso il porto di Barcellona, da cui si ripartiva in direzione Nord, passando per Montserrat, alle porte della capitale catalana. Ad accoglierli vi era la Moreneta, probabilmente la Madonna nera ispanica più conosciuta, ritenuta il modello scultoreo da cui deriva quello di Tindari. «A partire dal XIV secolo – scrive il ricercatore Giuseppe Fazio ne La Madonna di Tindari e le Vergini nere medievali (L’Erma Edizioni, 2012) – il culto verso la Madonna di Montserrat vide una grande diffusione in tutta Europa, specialmente nel bacino del Mediterraneo». Nella sola Palermo, ad esempio, nel corso dei secoli si sono succedute quattro chiese e otto cappelle dedicate alla Madonna montserratina. Stesso discorso per Puglia, Abruzzo, Campania e Umbria. 

Dalla Moreneta spagnola alla Morenetta, “la piccola scura”, come viene chiamata la Madonna nera di Loreto, in provincia di Ancona, custodita nella Santa casa di Maria di Nazareth, una delle più importanti reliquie per il Cattolicesimo dove, secondo la tradizione, la Madre di Cristo nacque, crebbe e ricevette l’annuncio dell’Arcangelo Gabriele. Secondo diversi studi, la statua venne trasportata in Italia dai crociati espulsi dalla Palestina durante l’invasione dei mamelucchi nel 1291. Con lei, anche la dimora dove risiede tutt’oggi, avvolta da uno dei più grandi capolavori scultorei dell’arte rinascimentale eseguiti dall’architetto Donato Bramante. Il suo culto è vivo anche in molte altre chiese di tutto il mondo che conservano una riproduzione fedele dal volto bruno. Molte di queste si possono incontrare lungo i sentieri dell’alta valle Brembana, ad esempio, a Scaletto di Valtorta, a Isola di Fondra, lungo la mulattiera per Foppa, nel centro storico di Branzi, a Foppolo in frazione di Tegge, a Cugno di Santa Brigida. 

LA DIFFUSIONE DEL CULTO 

La venerazione di Madonne dalla pelle scura ebbe il suo culmine durante il XII secolo, dopo che il padre della Chiesa e ispiratore dei cavalieri templari Bernardo di Chiaravalle (1090-1153) ne introdusse il culto. Secondo la tradizione cattolica, fu Sant’Eusebio di Vercelli (III-IV secolo), primo vescovo del Piemonte, tornato dall’esilio in Cappadocia nel 362 d.C., a portare in Italia le prime statue brune. Una di queste è tuttora venerata nel santuario di Oropa, il più importante tempio mariano delle Alpi, situato nel comune di Biella. Storia di una montagna sacralizzata, di eremitaggi, di gente che si è arrampicata fin quassù per pregare. 

Quello delle Madonne nere è un culto che risulta intenso all’epoca delle Crociate, sia perché diversi crociati portarono in patria icone orientali, sia per l’azione di alcuni ordini religiosi – carmelitani e francescani attivi anche in Terrasanta e in Siria – o cavallereschi, come i Templari, che disponevano di proprie chiese nelle principali città europee, soprattutto in Francia, dove appunto si può ritrovare il maggior numero di Madonne Brune. 

Sull’Appennino del Sud Italia, dal Cilento al Pollino fino all’Aspromonte, le Madonne vanno e vengono dalle montagne. Vi salgono a maggio per passarvi l’estate. A settembre, ai primi venti dell’autunno, ridiscendono a valle per passare gli inverni nelle chiese, accanto alla loro gente
Così è per la Madonna nera di Viggiano, patrona delle genti di Lucania. Il suo volto dai lineamenti morbidi e la grazia con cui sembra comporsi, la rendono una delle più armoniose sculture di questo tipo, secondo una opinione molto diffusa tra studiosi e gente comune. Fu nascosta dalla popolazione dell’antica Grumentum, città della Val d’Agri, quando venne assalita dai corsari saraceni. Venne poi ritrovata da pastori – secondo un topos diffuso in molte narrazioni – in quello che oggi è il santuario in vetta al Monte Sacro, dove i pellegrini vi ruotano attorno per tre volte, molti a piedi nudi, i palmi delle mani rivolti verso il cielo. Carlo Levi scriveva in Cristo si è fermato a Eboli: «In tutte le case, a capo del letto, attaccata al muro con quattro chiodi, la Madonna di Viggiano assiste, con i grandi occhi senza sguardo nel viso nero, a tutti gli atti della vita». 

È una delle Madonne nere raffigurata seduta su un trono a sedile, a rappresentare la Chiesa intera e a diventare sede per l’incarnazione della Divina Sapienza. Il ricercatore inglese Robert Graves osserva come le Madonne nere, dalla Sicilia alla Provenza, venissero così chiamate in onore di un’antichissima tradizione, secondo cui la Sapienza era raffigurata dal colore scuro. E così, nella misteriosa venerazione della Vergine nera, dove si sovrappongono ipotesi e devozioni, possiamo ancora una volta rintracciare un punto d’incontro delle tradizioni misteriche delle tre più grandi religioni rivelate della Terra: Cristianesimo, Islam ed Ebraismo. «Come a dire un glorioso esempio del sublime, straordinario paradosso dell’unità del divino, sebbene percepita sotto spoglie apparenti diversissime». 

SANTI NERI E MIGRANTI 

Madonne, ma anche santi dalle tonalità brune, come San Nicola, uno dei santi più venerati dal Cristianesimo cattolico e ortodosso, patrono della città pugliese di Bari e originario di Myra, in Turchia. Tra il X e il XIII secolo non è facile trovare santi che possano reggere il confronto con lui in quanto a universalità e vivacità di culto. Ritenuto dalla tradizione protettore dei bambini e delle bambine, il suo culto venne importato dagli olandesi a New York, rendendolo protettore anche della Grande Mela. Chiamato Sinterklaas, il suo nome si contrasse in Santa Claus trasformandosi, nel XX secolo, nella più grande icona vestita di rosso del consumismo occidentale. Naturalmente cambiando il colore della pelle. 

Di migrazione parla anche la storia di San Benedetto il Moro (1526-1589), il primo santo africano che, insieme a Santa Rosalia, protegge la città di Palermo: nacque, infatti, da una famiglia ridotta in schiavitù e portata in Sicilia dall’Africa. Per le sue doti taumaturgiche, Benedetto ricevette dal popolo siciliano un culto straordinario ben più di 200 anni prima che fosse proclamato santo: avverrà nel 1807 e sarà il santo protagonista di uno dei processi di canonizzazione più lunghi della Chiesa cattolica. 

Volti bruni che hanno attraversato la Storia, l’iconoclastia, l’arianesimo. Culti che dimostrano che abbiamo delle radici di cui troppo spesso ci dimentichiamo, che arrivano da lontano e si intrecciano a ciò che li accoglie. Perché, scrive lo storico delle religioni belga Julien Ries: «Il pluralismo, sacro al Mediterraneo, diviene sacro se il Mediterraneo è davvero sacro nel suo intimo, innato pluralismo».
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