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Una Chiesa solo maschile non risolverà il problema degli abusi

Interno di una grande chiesa gotica con una folta assemblea di soli sacerdoti, vescovi e seminaristi seduti nei banchi. In alto a sinistra, un prelato parla da un pulpito rialzato. In basso è presente la scritta "UNA CHIESA SOLO MASCHILE NON RISOLVERÀ IL PROBLEMA DEGLI ABUSI intervista a Marinella Perroni"

Intervista a una delle più note teologhe e bibliste italiane: “Il problema degli abusi, dice, è a monte: la formazione bigotta dei preti, la morale cattolica ossessionata dal sesso e la concezione sacrale del prete”.

“Vorrei tanto che non fosse un caso sprecato”. Marinella Perroni, 78 anni, è una delle più rinomate teologhe e bibliste italiane. Ha conosciuto bene padre Sauro De Luca, il gesuita, morto nel 2012, accusato di avere abusato come minimo di una ventina di ragazze durante i trenta anni in cui ha guidato il Movimento eucaristico giovanile. 

La Compagnia di Gesù, che quando ancora era in vita aveva accertato alcune accuse e lo aveva discretamente costretto a una vita ritirata, nel 2024 ha deciso di rendere pubbliche le accuse e raccogliere nuove denunce, suscitando, all’interno del movimento, sconcerto, incredulità, rabbia. Non pensa che sia un bene che questa vicenda sia venuta fuori? 
“Non lo so. Comunque è venuta fuori e come tutte le prese di consapevolezza collettiva devono poi, piano piano, far riflettere sui problemi di fondo”. 

Cioè? 
“Sinora tutto si è svolto nel modo che oggi sembra più consono, nel rispetto delle vittime e anche con la possibilità di risarcimenti, ma per me sarebbe un caso perduto se non fosse accompagnato da una riflessione serissima. Cercando finalmente di scandagliare perché è successo quel che è successo. Vorrei tanto che questo caso diventasse un caso di studio, utile per la Chiesa”. 

L’hanno stupita le rivelazioni sui suoi abusi? 
“L'estensione sì. Io pensavo che fosse un compulsivo ma limitato. Non ho mai pensato che ci fosse sesso. Conoscevo le sue abbondanti effusioni affettive così come il fatto che era circondato da una piccola corte di ragazze che rappresentava una sorta di camera di compensazione per giorni e settimane e mesi passati a lavorare al di là di ogni misura. Con me non ha mai fatto niente, non mi ha neppure sfiorata, e sono stata la prima persona che l'ha accolto a Roma nel '64, quando avevo 16 anni. Vedevo quanto era smanazzone, abbracciava, baciava, ma non pensavo che ci fosse nulla di perverso. La sua spiritualità era trasparente, non c’era nessun retroterra di tipo pornografico a differenza di altri casi emersi in questi anni. Certo, quando viene fuori che è andato oltre le carezze, che alcune ragazzine sono rimaste impigliate, allora è evidente che ha sbagliato. Penso che in lui ci fosse una scissione fortissima. Mi domando quanto ne fosse consapevole, quando sia cominciata. Ma non è soltanto con le denunce o i risarcimenti che questa vicenda può essere risolta. E non può essere risolta semplicemente chiedendo perdono, perché qui non c’è solo un peccato”. 

Cos’altro c’è secondo lei da tenere in considerazione? 
“Intanto c'è un eventuale reato da accertare. Poi c'è una persona morta che non può difendersi. L’unica sua testimonianza che ci rimane è quello che ha scritto nella confessione che i superiori lo hanno obbligato a scrivere. Mi piacerebbe capire cosa sia passato dentro di lui, se saprebbe riconoscere le proprie colpe, o le proprie ingenuità, comunque i propri errori. Abbiamo bisogno di capire”. 

Come? 
“Chiamando in causa i tanti che lo hanno conosciuto, che hanno vissuto quegli anni. Anche adesso che ci siamo ricercati abbiamo ritrovato relazioni serie, felici, una comunicazione limpida, senza infingimenti su Sauro. Anche questo va messo in conto: non è una giustificazione per non riconoscere l'errore, ma va messo in conto per capire che le cose avvengono dentro un sistema di idee, di pensiero”. 

Parliamo di questo sistema: la morale sessuale della Chiesa è un problema? 
“È un problema grande come una casa, che noi teologi, biblisti, abbiamo cercato di denunciare in tutti i modi senza essere ascoltati. O la Chiesa, quella italiana soprattutto, affronta il problema del suo rapporto con la sessualità oppure non ne usciamo. E non si tratta di sbirciare l’alcova dal buco della serratura: il rapporto della Chiesa con la sessualità comincia con l’accettazione o meno della differenza di genere, l’accettazione o meno delle differenze sessuali, il dialogo aperto e non paternalista nei confronti delle differenze. Se si parte da lì poi si arriva a parlare anche dei traviamenti che sono gli abusi, mentre parlare sempre di sesso solo a partire dagli abusi significa parlare dell'umano a partire dalla malattia. C’è un'ossessione per il peccato”. 

Ossessione e rimozione vanno a braccetto? 
“Certamente l'ossessione è stata un filo rosso, un leitmotiv fondamentale nel rapporto della Chiesa con il tema della sessualità. E poi c’era la convinzione che tutto dovesse essere visto a partire dalla categoria di peccato, e che la risposta fosse confessarsi. Oggi abbiamo la consapevolezza che non è il foro interno della confessione l'unico interlocutore del rapporto della Chiesa con la sessualità. C’è stata un'ossessione dottrinaria che è poi diventata ossessione formativa. Amici sacerdoti della mia età mi raccontano, per fortuna ridendoci su, che era vietato andare in bicicletta perché c’era il pericolo che si masturbassero con il sellino”. 

Questa ossessione è stato terreno fertile perché crescessero degli abusatori? 
“Non lo posso sapere e vorrei tanto ascoltarli. Una riflessione seria e soprattutto condivisa, che sia consapevolezza collettiva, non è stata fatta. Ma penso che sarebbe interessante ascoltare gli abusatori. Non è facile dar loro la parola per infiniti motivi, ma la responsabilità di andare a fondo nell'analisi delle motivazioni dei loro comportamenti abusivi è fondamentale per correggere storture e devianze delle quali le istituzioni non sono state in grado di cogliere la gravità quando non addirittura l'esistenza". 

La devianza e il reato crescono da un retroterra di immaturità? 
“Di immaturità, di ossessione, e spesso anche di omofilia”. 

Non era il caso di padre Sauro, che ha abusato di giovani ragazze. 
“Lui aveva la convinzione che il sesso era sporco e andava redento. Una convinzione che oggi qualsiasi psicanalista riconoscerebbe come il segnale che era malato. Chi gliel'aveva messa in testa questa concezione del sesso? Se fosse trasparente la Chiesa avrebbe una grande responsabilità: non solo le denunce, quello va bene, ma affrontare ad esempio il tema della formazione. Quanti deviati la Chiesa ha ammesso al suo interno? Quanti deviati ha contribuito a deviare ulteriormente? Quanto non ha vigilato su potenziali deviati? Questo per me è il problema. E per affrontarlo serve una riflessione aperta, dichiarata, partecipata, per capire il perché e il per come sono accadute queste cose e prevenire il loro ripetersi”. 

Ogni abuso sessuale è anche un abuso di potere e un abuso di coscienza? 
“Sicuramente può esserci un legame tra abuso sessuale e abuso di coscienza. È il caso dei padri spirituali che approfittano delle persone che seguono. Ma non sempre dove c'è un abuso sessuale c'è stato un abuso di coscienza: penso alle storie di sacerdoti che si infilavano nel letto dei ragazzini la notte in collegio, lì la coscienza non c’era”. 

Che spazio si può trovare tra caccia alle streghe e insabbiamento omertoso? 
“Purtroppo la caccia alle streghe è consona alla cultura contemporanea, e non penso solo alla Chiesa. Il caso di Bibbiano, per esempio, si è sgonfiato. Io non svaluterei la discrezione, che non significa insabbiamento ma è un modo per fare la verità senza plateale esposizione. Dal punto di vista giuridico va fatta giustizia secondo l’ordinamento giudiziario. Dal punto di vista morale e teologico per me la parabola della zizzania resta una fortissima provocazione: crescono insieme e a voler estirpare la zizzania a volte si estirpa anche il grano”. 

Secondo lei cosa bisognerebbe fare che oggi ancora non si fa? 
“Bisognerebbe parlare di più e ascoltare di più. Su padre Sauro, ad esempio, adesso la Compagnia di Gesù ha deciso di ascoltare le vittime. Bene, ma si ascolta quando l'altro parla, non quando io decido di ascoltare. L'ascolto non è un atto paternalistico, è una capacità umana da coltivare. Ascoltare non significa invitare tre laici a un convegno, possibilmente leggendo il loro discorso in anticipo per essere sicuri di quello che dicono. L'ascolto si fa per strada, dal parrucchiere, nella realtà, a questo non sono abituati. E non se perché sono clero o perché sono maschi”. 

Dietro l’abuso c’è anche una malintesa concezione del sacerdozio? 
“Va rivista totalmente la struttura ministeriale della Chiesa cattolica. È chiaro che la gerarchia deve esistere, ma bisogna riflettere su come farla funzionare per essere meno frustrante per alcuni, meno avvilente per altri, meno violenta per altri ancora. Come ripensare a questo sacerdozio sacrale che altera completamente la percezione che una persona ha di sé?”. 

Che cosa intende per sacrale? 
“Sacrale significa assolutamente separato dal mondo e consacrato alla divinità. È chiaro che questo struttura delle persone in un certo modo: primo, separati, secondo, superiori, anche se loro dicono di no, terzo, in contatto diretto con la divinità. Tutta la struttura è una struttura che risente dell'impianto sacrale, stanno in quella bolla. E quando la bolla si perfora si vive l'implosione e l'esplosione solo nel sotterraneo”. 

Si conduce una doppia vita? 
“Doppia, tripla. E non parlo di sacerdoti che vivono con la compagna, e ne conosco. Penso a una sessualità vissuta in modo compulsivo”. Qui tocca il tema del celibato obbligatorio… “No, il tema della castità. Castità viene spesso ridotta alla genitalità, ma è un’altra cosa. Beati i puri di cuore perché vedranno Dio: questa è la castità. Parte dal cuore, è la capacità di relazionarsi consapevoli che l'orizzonte definitivo non è l'umano. Uno sguardo capace di relativizzare se stessi, gli altri, e, come diceva Papa Francesco, anche ridendoci un po’ sopra”. 

Secondo lei come dovrebbe venire fuori lo scandalo delle donne che nella Chiesa sono state abusate, violentate, molestate, accarezzate? 
“Le devianze accendono sicuramente un'attenzione, ma non devono essere il criterio per leggere la realtà. I problemi bisogna dissotterrarli da lontano”. 

La Chiesa è troppo maschile? 
“No, è solo maschile. Molto è stato fatto, è vero, c'è un'emersione evidente del femminile, più o meno mal digerita. Però ancora la struttura è maschile. La Conferenza Episcopale Italiana va dal Papa e sono 250 maschi con un maschio. È rappresentativa della Chiesa? No. È rappresentativa del tipo di Chiesa che vogliono difendere. Dopodiché, non è che se ci fossero delle donne dentro uno sarebbe garantito dalla devianza: se vedo le donne che stanno nello staff di Trump dico: per carità! Però non possono essere solo i maschi ad avere il potere in mano. Credo che si tratti di saper stare allo spirito del tempo. E la Chiesa ci mette sempre un pochino di più”.


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