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Marinella Perroni 'Diritto e forza del dire'

Copertina della rivista Donne Chiesa Mondo con collage di ritratti femminili e il titolo in basso «DIRITTO E FORZA DEL DIRE di Marinella Perroni»
Per la Bibbia e, di conseguenza, per la lunga tradizione ebraica e soprattutto poi per quella cristiana il modo di concepire il rapporto tra donne e parola ha rappresentato uno dei modi per garantire l’assetto patriarcale delle chiese. Il monito paolino «le donne nelle assemblee tacciano perché non è loro permesso parlare; stiano invece sottomesse, come dice anche la Legge. Se vogliono imparare qualche cosa, interroghino a casa i loro mariti, perché è sconveniente per una donna parlare in assemblea» (Prima lettera ai Corinti 14,34s) oppure il successivo imperativo che è stato attribuito all’Apostolo «la donna impari in silenzio, in piena sottomissione. Non permetto alla donna di insegnare né di dominare sull’uomo; rimanga piuttosto in atteggiamento tranquillo» (Prima lettera a Timoteo 2,12) hanno condizionato l’ordinamento delle chiese cristiane, sia pure in modi e con tempi diversi, fino alla seconda parte del secolo scorso. Non deve stupire, perciò se oggi, quando testi come quelli vengono proclamati durante la celebrazione della Messa, per molte donne è diventato sempre più difficile riconoscere in essi una “Parola di Dio”. 

È pur vero però che, nella chiesa cattolica, non sono pochi quelli che, nonostante gli studiosi si sforzino di dimostrare che l’Apostolo non c’entra direttamente né con quell’esortazione né con quelle proibizioni che dobbiamo a un suo solerte discepolo, ancora coltivano nostalgicamente nel cuore la speranza che si torni a quel “sano” patriarcato biblico secondo il quale Dio avrebbe stabilito l’ordine della natura e, con esso, previsto che ruoli di genere distinti e gerarchici avrebbero garantito l’armonia del creato. Un’armonia a cui contribuiva il fatto che l’esercizio della parola autorevole e normativa fosse riservata soltanto ai maschi. Un’antica sentenza rabbinica recita: «Dieci qab di loquacità sono scesi sul mondo, nove li hanno presi le donne e uno il resto del mondo» (b.Qid.49b) ed ha sempre fatto gioco concedere alle donne non la parola, ma la loquacità e farne oggetto di critica e di derisione in quanto espressione di una comunicazione pettegola e intrigante, insulsa e indiscreta. 

Ancora all’inizio del ’900, il cardinale Rafael Merry del Vall (1865-1930), Segretario di Stato di Pio X, dichiarava sciolta l’Opera dei Congressi, il cui filone democratico cristiano rendeva visibile la domanda esplicita di organizzazione femminile, e affermava: «Non si dia mai la parola alle signore benché rispettabili e pie. Se alcuna volta i vescovi crederanno opportuno di permettere un’adunanza di sole signore, queste parleranno sotto la presidenza e la sorveglianza di gravi persone ecclesiastiche». 

Lungo la tradizione cristiana, insomma, per secoli e secoli la parola è stata usata come arma di discriminazione e il silenzio imposto alle donne ha messo il sigillo a quella gerarchia tra i sessi che, secondo il “patriarcato biblico”, andava considerata come naturale e, per ciò stesso, voluta da Dio. Liberare la Bibbia dalla gabbia patriarcale, allora, ha significato anche restituire alle donne il diritto alla parola. 

In principio 

Come mostrano i testi di tradizione paolina, la negazione alle donne del diritto di parola autorevole è un fatto disciplinare che attiene all’impianto dell’organizzazione sociale, ma la loro lenta e faticosa riconquista del diritto negato non ha, per i cristiani, soltanto il valore di risarcimento, una forma di giustizia sociale e, di conseguenza, una vittoria politica. Nella Bibbia, infatti, alla parola viene riconosciuto un forte significato teologico. Fino al punto di farla coincidere con Dio stesso. 

Come narrano i miti originari contenuti dei primi 11 capitoli del libro della Genesi, per gli israeliti “in principio” Dio stabilisce l’ordine del mondo e lo ricostituisce proprio grazie alla sua parola e, nei capitoli successivi, con le vicende dei patriarchi avvia una relazione privilegiata con un popolo scelto tra tutti gli altri popoli attraverso il richiamo costante all’ascolto della sua parola. 
Per il vangelo di Giovanni, poi, Egli stesso è Parola non soltanto proferita, ma addirittura incarnata: «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio […] E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (1,1.14). 

Come mostra l’impianto del suo vangelo, per l’evangelista Giovanni quel termine che noi traduciamo con “Verbo”, intendeva invece richiamare la Sapienza biblica (chokmah), cioè il dono da parte di Dio di quella Sapienza che il testo sacro ha sempre presentato come femminile, in quanto espressione del divino e dimensione dell’umano, che è all’origine del mondo e che si traduce nella capacità di vivere saggiamente e di comprendere i nessi nascosti del mondo. In principio Dio crea attraverso la Sapienza e, in un preciso momento della storia, la invia nel mondo per abitare in mezzo agli uomini. Solo se si ricorre ad essa, allora, è possibile cogliere il segreto della creazione, capire cioè perché è “molto buona”. Purtroppo, invece, nel corso dei secoli ha sempre prevalso un’interpretazione derivata dalla versione greca del termine ebraico chokmah, cioè Logos, che vuol dire parola in quanto discorso o ragione. 
L’ellenizzazione del cristianesimo ha così progressivamente privato il logos del suo sapore sapienziale e lo ha ingabbiato nel dualismo antropologico secondo cui la ragione è prerogativa maschile mentre la dimensione identitaria del femminile è il sentimento. 

Oggi, le donne possono testimoniare che una parola negata è un’offesa a Dio prima ancora che agli esseri umani perché altera la dinamica dell’incarnazione stessa: come nel primo racconto della creazione l’uomo e la donna sono, ciascuno, immagine e somiglianza di Dio, così per la rivelazione neotestamentaria ogni uomo e ogni donna sono immagine dell’incarnazione della chokmah. Per fortuna, allora, per secoli e secoli il parlare delle donne ha aperto spazi, costruito circuiti comunicativi e inventato dialetti in grado lo stesso di trasmettere il senso della vita e il coraggio della fede attraverso una “lingua madre” che nessuno ha potuto silenziare, ma che oggi chiede di diventare lingua franca


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