Massimo Recalcati 'Ripensare il padre'
5 giugno 2026
Ho contribuito in questi anni a rendere nota la formula con la quale Jacques Lacan
aveva definito una delle cifre fondamentali del nostro tempo, ovvero quella
dell’“evaporazione del padre”. Con questa formula non si trattava solo di segnalare la
difficoltà psicologica dei padri reali nello svolgere il loro ruolo in famiglie sempre più
complesse, ma si voleva mettere in evidenza la crisi più radicale e più diffusa
dell’autorità simbolica e del discorso educativo in quanto tale nell’epoca ipermoderna.
Alcuni cattivi lettori del mio lavoro hanno voluto leggere le mie sottolineature sul
carattere cruciale di questa formula come se contenessero il rimpianto per la vecchia
figura del padre padrone o addirittura una nostalgia accorata nei confronti di una
autorità patriarcale indiscussa che aveva dominato le generazioni precedenti almeno
fino alla grande contestazione del ‘68. Come se la figura stessa della evaporazione del
padre evocasse la necessità del recupero e della restaurazione di una versione solida
dell’autorità paterna oggi caduta in un grave e pericoloso discredito. Insomma
nell’evocare l’evaporazione del padre sembra che si richiami implicitamente in causa
la necessità di un ritorno alla parola autorevole del padre così come è stata conosciuta
dalle vecchie generazioni. Niente di più lontano dal mio pensiero. Esempio
significativo di come il populismo culturale del nostro paese tenda sempre a ridurre a
degli stereotipi pensieri complessi. Ora, la crisi del discorso educativo che la figura
dell’evaporazione del padre evoca è sotto gli occhi di tutti, ma la sua soluzione non
può consistere nel contrastare questa crisi restaurando l’antica autorità del padre
padrone. Né può essere del resto sottolineare l’importanza delle regole nel processo
educativo. Questa seconda tendenza trova i suoi sostenitori in un corteo variopinto di
giornalisti, mental coach di ogni genere, psicologi, educatori social e personaggi
televisivi che si impegnano a spiegare ai genitori come fare la loro parte in modo
corretto nell’educazione dei figli. Si tratta di due illusioni agli antipodi.
Da una parte abbiamo la cultura reazionaria del ritorno ad un passato falsamente
luminoso — “Dio, patria e famiglia” — e dall’altra la riduzione dell’educazione alla
mera regolazione della vita dei figli, come se le regole fossero la nuova versione —
orizzontale e liquefatta — del padre padrone. L’illusione in questo caso non è quella
della restaurazione del vecchio padre padrone ma quella meno carismatica e più
cognitiva che esista una sorta di vademecum su come fare il genitore senza sbagliare.
Di qui l’insistenza non tanto sul potere indiscusso del padre del patriarcato, ma sul
cosiddetto rispetto delle regole. Dimenticando però, come ricordava già Paolo di Tarso
ben prima di Freud, che il paradosso delle regole consiste nel fatto che esse non fanno
altro che suscitare il desiderio della loro trasgressione. È un paradosso che conosciamo
bene: la vita regolata coltiva inevitabilmente l’evasione dalle regole. Anzi, più le regole
diventano rigide, più la spinta alla loro infrazione aumenta. Lo ricordava Charles
Lasegue, un grande psichiatra francese al quale dobbiamo nella seconda metà
dell’Ottocento la formulazione della categoria clinica dell’anoressia: “ogni insistenza
genera resistenza”, sosteneva. Formula che nessuno dovrebbe mai dimenticare,
compresi i sedicenti educatori dei genitori. L’esperienza conferma drammaticamente
la tesi di Lasegue: l’ingiunzione a studiare provoca resistenza allo studio; quella a stare
fermi provoca una risposta iperattiva; quella a mangiare degenera nell’anoressia
mentale.
Dunque quale sarebbe allora la soluzione se da un lato la figura del padre
padrone è tramontata irreversibilmente e non è opportuno avere la minima nostalgia
della sua evaporazione e se il funzionamento delle regole coltiva l’illusione ingenua
che siano i divieti a fare esistere un processo formativo degno di questo nome? È lo
snodo fondamentale nel quale il discorso educativo contemporaneo è costretto a
dibattersi. L’ipotesi che sostengo da tempo è quella di ripensare il padre dai piedi. Cosa
significa? Pensare il padre al di là del sesso, al di là della stirpe, della genealogia, al di
là del sangue e dello spermatozoo. I figli necessitano della funzione paterna che però
non può più essere identificata con il padre in quanto genitore biologico. I figli
necessitano di incontrare delle testimonianze incarnate di una Legge che non sia
alternativa e antagonista al desiderio ma condizione della sua possibilità. Cosa
significa? Significa che c’è padre ogni volta che si trasmette il senso umano della Legge
che è quello che non si limita ad interdire il desiderio ma che rivela la possibilità del
desiderio come ciò che è in grado di dare senso alla vita. C’è educazione non dove c’è
interdizione o regolazione della vita, ma dove la vita del figlio si accende e può trovare
la sua forma singolare, dove essa incontra il proprio desiderio come espressione della
sua più profonda vocazione. Padre è il nome che possiamo dare a chi offre una
testimonianza di questa possibilità.
