Enzo Bianchi 'Da Francesco a Leone XIV: un anno dopo'
Due Papi di diverso carattere e temperamento, ma entrambi coraggiosi e coerenti al Vangelo.
giugno 2026
di Enzo Bianchi
A un anno circa dalla morte di Papa Francesco e dall’elezione a successore di Pietro del cardinale Robert Francis Prevost, che ha preso il nome di Leone, possiamo tentare una riflessione pacata, razionale, obbediente più al Vangelo che agli entusiasmi confessionali. Faccio questa riflessione anche sulla base dell’esperienza maturata nel corso della mia lunga vita durante la quale si sono succeduti ben sette papi, con due dei quali ho avuto un legame di amicizia. Il papa, quale vescovo di Roma e dunque successore dell’apostolo Pietro sulla cui fede Gesù Cristo stesso ha fondato la sua chiesa, è certamente una presenza importante, anzi necessaria per la chiesa nella storia. E per questo i cattolici guardano al Papa, ne ascoltano il magistero e lo percepiscono come segno della comunione della chiesa cattolica. Ma se è vero che è segno di unità per i cattolici va detto chiaramente che è ostacolo, inciampo alla comunione per altri cristiani ortodossi orientali e riformati i quali ne hanno saputo leggere non solo i peccati e le contraddizioni ma soprattutto le pretese che sovente non sono coerenti con il Vangelo. La pretesa di una giurisdizione diretta su tutte le chiese e tutti i cristiani, il dogma dell’infallibilità pontificia, la struttura “regnante” tipica dei regni di questo mondo impediscono a questi cristiani di accogliere il papa come servo della comunione di tutte le chiese.
Sempre di più ci rendiamo conto che questa unità, per la quale molti hanno lavorato nelle chiese e nella chiesa cattolica fin dal concilio Vaticano II, non è solo ardua, ma appare impossibile. Per questo tra i cattolici si sente risuonare il ritornello: “L’unità ci sarà quando lo Spirito santo la vorrà e la farà”, un modo per esentare sé stessi da ogni responsabilità. I riformati poi hanno risolto il problema proclamando che l’unità è diversificata, che già ora c’è unità nella carità anche se non c’è nella confessione della fede. Sì, questo è motivo di grande tristezza per chi, come me, ha combattuto e lavorato per la comunione tra le chiese, per l’unità visibile della fede. E così: Ibant obscuri sola sub nocte per umbram… (“Andavano oscuri nella notte solitaria attraverso le tenebre”, Virgilio, Eneide VI,268).
Certamente papa Francesco è stato un papa di quelli che raramente siedono sulla cattedra di Pietro! Era un uomo carismatico, nel quale parole e gesti, modi di porsi, di vestirsi e comportamenti raggiungevano il cuore dei credenti e anche dei non credenti! Era munito di doni (charísmata) personali che certo gli hanno procurato opposizioni, critiche e contestazioni nella chiesa ma lo hanno abilitato a parlare agli “stranieri”, a “quelli di fuori”. E poi va detto al di sopra di tutto: era un cristiano sotto l’egemonia del Vangelo, sempre. Anche nei dialoghi con me era il Vangelo e solo il Vangelo che appariva come ciò che gli importava davvero. Per questo ha saputo anche emettere “un giudizio”, fare un discernimento sui fatti della storia a partire dalle guerre di cui è stato testimone. E l’ha fatto con forza, senza usare un linguaggio diplomatico, con parresìa come i profeti di Israele! E così sarà ricordato: come un profeta che porta la Buona notizia ai poveri, come un messaggero che chiede la pace.
E poi venne Robert Prevost: un uomo che non è carismatico, che non è capace di parole e gesti che di per sé scuotono e scandalizzano.
Però è un uomo mite e umile di cuore, un uomo che è un amico di Cristo, un Papa (va subito detto) che si vuole fedele all’eredità indubbiamente pesante lasciata da papa Francesco. Dopo un anno di pontificato possiamo dire di conoscerne i tratti fondamentali: è un papa “dolce” ma che sa alzare la voce in nome della giustizia e della difesa dei poveri. Anche lui ha saputo emettere un giudizio sulla guerra e su quelli che ne sono gli attori responsabili. A parte Francesco, non era avvenuto così dai tempi del cardinal Lercaro (nel 1968), e oggi c’è il cardinal Battaglia, l’arcivescovo di Napoli, che sa non solo condannare il male e beatificare il bene, ma sa entrare nei conflitti e con la forza della parola di Dio emettere un giudizio, perché questa è profezia che compete alle chiese.
Leone XIV tiene vivo un magistero per i poveri in coerenza con il Vaticano II, con la chiesa dei poveri segno dei tempi per Giovanni XXIII, i poveri che sono i nostri evangelizzatori secondo Papa Francesco.
Ha fatto parte di una comunità ispirata a sant’Agostino, un padre della chiesa, e questo lo influenza e lo plasma in molti suoi atteggiamenti. E i cattolici devono imparare che si ama il papa proporzionalmente alla sua fedele obbedienza al Vangelo. Non ci sono altri criteri! Se abbiamo amato papa Giovanni è perché era pastore secondo il Vangelo, e così Francesco, e così dovremo fare con Leone XIV.
Non l’eventuale stile, non i gesti, non il carattere di un papa deve influenzare l’amore fraterno dei cattolici per il successore di Pietro ma la sua qualità evangelica espressa nel magistero, nella misericordia, nella mitezza e nello stare in modo critico nell’assetto di questo mondo.
Mi faceva impressione nei giorni scorsi che proprio quando alcuni nostri vescovi italiani plaudivano alla pace (esattamente dicevano “alla concordia”) tra chiesa italiana e governo della Repubblica, Leone XIV doveva gridare con forza contro le pretese del potere del presidente degli Stati Uniti. Nessuna concordia ma scontro in nome del Vangelo!
Che cosa ci auguriamo da questo pontificato, che cosa attendiamo sempre nell’obbedienza al Vangelo? Innanzitutto che si arrivi alla pax liturgica intorno al sacramentum unitatis, la messa. Non ci sia più divisione e contrapposizione e si accolga una differenza nell’accettazione grata della forma della preghiera della chiesa.
E poi è mio desiderio non nuovo che il papa senza pretese, umilmente, si interessi dell’unità tra le altre chiese. Non si tratta di intromettersi per comandare ma di fare un umile servizio di comunione. Perché non si fa nulla per la pace tra chiese ortodosse? Tra Mosca e Costantinopoli? Si è sicuri che non ci sarebbe ascolto? Perché la potente, forte, numerosa chiesa cattolica non visita e non va in aiuto gratuito alla chiesa serba, a quella bulgara e ad altre piccole chiese che vivono una situazione difficile dopo il comunismo? Perché non stare più vicino alle chiese orientali della diaspora nel Medio Oriente? Non perché diventino cattoliche ma perché non si sentano sole e abbandonate. L’ecumenismo del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani da più di dieci anni soffre di paralisi: nessuna ingerenza e invadenza tra le chiese ma molto timore nel prestare questo servizio che resta necessario. Papa Leone, che viene da una terra abitata da confessioni cristiane diverse, deve dare un impulso verso l’unità delle chiese.
E infine la sinodalità: un lungo cammino è stato fatto nelle chiese locali e nella chiesa universale. È ora di passare a realizzare mutamenti anche strutturali perché la sinodalità non resti una parola ma diventi la forma della chiesa. Papa Leone XIV ha la forza, la capacità e l’autorevolezza che gli viene da una chiesa unita attorno a lui: non tema, si prega per lui nella chiesa e lo si ama senza idolatrarlo.
