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Alessandro D'Avenia 'L'esame di maturità negli altri Paesi'

Primo piano di Alessandro D'Avenia per la sua rubrica 'Ultimo Banco' su Corriere della Sera.
15 giugno 2026

Come si svolge l'esame di maturità negli altri Paesi? E come potrebbe svolgersi in Italia per tenere fede a quel che il suo nome promette?

Le civiltà sono sistemi educativi che danno forma all’umano che sognano, distillandola in particolare nei riti di passaggio, su tutti quello dall’infanzia all’età adulta. Guardiamo allora al nostro «esame di maturità» per capire chi siamo e cosa vogliamo per i nostri ragazzi. Giovedì inizia l’ennesimo nuovo (cambiare tutto per non cambiare niente?) esame di maturità. Detto «di Stato» nella riforma Berlinguer (fine anni 90), l’esame ora (ri-)diventa «di maturità». Sostantivi o sostanza? La parola «maturità» per «licenza liceale» circolava informalmente già dopo l’Unità d’Italia, ma Gentile, nella riforma del 1923, la scelse ufficialmente. Nel suo rigido sistema l’esame di maturità era molto selettivo (in sedi e con commissioni esterne) e predittivo: solo chi lo superava avrebbe avuto accesso all’università, ad alcune professioni e ai concorsi. Il ministero ha ripristinato la dicitura «esame di maturità» per dare più protagonismo al participio presente (lo Studente) che al participio passato (lo Stato). Ma essendo docente dal 2000, di maturità o di Stato che sia, chiedo: serve ancora un esame che promuove tutti (più del 99%)? O è solo un rito di passaggio svuotato di significato e riempito di ansia superflua, che regge solo perché il titolo ha valore legale (il famoso «pezzo di carta»)? Perché non lo aboliamo o non lo rendiamo veramente «di maturità»? 

Che cosa succede altrove? 

In Inghilterra la maturità (A-Level) è un’abilitazione solo per chi ha i voti più alti, in due fasi, penultimo e ultimo anno, presso enti esterni su tre materie scelte dallo studente, che poi potrà iscriversi all’università in una di queste. 

Anche in Francia la maturità (Baccalauréat con bocciature oltre il 20%) si svolge in due fasi, al penultimo anno con i propri docenti e all’ultimo con docenti esterni. Chi lo supera può iscriversi all’università ma non a scuole di alta formazione per professioni specialistiche, per cui serve un altro anno di studi specifici con esame finale. 

In Germania, la maturità (Abitur) è solo per il percorso liceale: non è un esame ma il titolo ottenuto sulla base degli esiti degli ultimi due anni. Se il voto è altro si può decidere facoltà e università, altrimenti lo fa l’Ufficio per il Collocamento degli studenti. 

In Spagna chi vuole fare l’università deve sostenere la Selectividad su quattro materie uguali per tutti che valgono il 60% di un punteggio che si somma al 40% proveniente dal Bachillerato (media voti degli ultimi due anni di superiori). In base al punteggio si può accedere o meno alle facoltà a numero chiuso o con soglie di accesso. 

In Olanda l’esame è un test a cui partecipa solo chi ha finito l’ultimo livello di superiori che è per chi vuole fare l’università: il risultato determina le graduatorie per le facoltà. In questi sistemi, ognuno con i suoi pro e contro, c’è un dato comune: l’intreccio con l’università, la selezione graduale, le scelte/impegno dello studente messi alla prova da verifiche statali.  

Da noi, seppur con un’altissima dispersione durante il percorso, si arriva in fondo seguendo indirizzi rigidi senza opzionalità, privi di orientamento strutturato e continuato in vista della scelta futura, infatti moltissimi ragazzi arrivano alla fine senza sapere che cosa fare dopo. 
Mancano le competenze per aiutarli a trovare la propria vocazione (tutto è affidato alla buona volontà dei docenti) e il coraggio di metterli alla prova per tempo e in modo impegnativo in vista degli studi universitari che, giustamente aperti a tutti (salvo poi usare il numero chiuso per quelli più selettivi), non sono però per tutti come mostra la massa di abbandoni o di fuori-corso dovuti a persone che si sono illuse. E questo anche perché il legame scuola-università è inesistente a parte le vetrine degli open-day.  
Le università fanno selezione, ignorando curriculum scolastico e attitudini personali, in base a test standardizzati su libroni di «mila» pagine per verificare quanto sai resistere alla pressione e memorizzare (come per l’esame di teoria della patente: più schede del test fai più eviti errori). 
Molti ragazzi li affrontano al quarto o quinto anno in modo avulso dal percorso scolastico, rendendo superflua la maturità (le università non si fidano dei voti scolastici). Effetto? L’esame dà qualche soddisfazione ai bravi, conferma ciò che già sapevamo dei ragazzi a fine anno e premia il brillantone di turno. 
Questo è quello che noi sogniamo per i ragazzi? Una messa in scena da raccolta punti-maturità ininfluenti per il futuro? 40 (detti crediti: non si sa con chi sono in credito o in debito) dai voti degli ultimi tre anni, 40 dai due scritti d’esame (tema e prova di indirizzo), 20 dall’orale su due materie scelte dal Ministero a gennaio.  Commissione: tre docenti esterni con il presidente più due interni. Novità: nei 20 punti dell’orale, 5 sono assegnati alla «maturazione» dello studente che racconterà il suo percorso: 5 punti su 100 sono strettamente «di maturità» in base a come la racconti e a come i membri interni ti difendono. 
È questo esser maturo? Maturo (dalla radice antica che indicava il compimento di un processo naturale) era l’aggettivo che i contadini romani davano ai frutti quando erano «al punto giusto», infatti un «consilium maturum» era una decisione «presa al momento opportuno». Matura non era l’età anagrafica ma l’accordo con il tempo, sei «pronto» come i frutti — né acerbo né marcio — e sei «colto» (in italiano lo è un frutto ma anche l’umano «coltivato») per nutrire altri.  
Qualche giorno fa, una maturanda, dopo aver letto l’articolo di lunedì scorso sulla ricerca della vocazione a scuola, mi ha scritto: «Domani sarà l’ultimo giorno di scuola della mia vita e non riesco a dormire. Penso all’università, alle incertezze, al futuro. Spero di poter tornare a scuola dall’altra parte della cattedra. Ma la paura più grande che ho è tutto quello che si sente: il lavoro precario, le difficoltà al Sud e la possibilità di non riuscire. “Il fuoco” di cui scriveva l’ho trovato e queste mura nel bene e nel male hanno contribuito. Ho capito chi sono, che i voti non definiscono chi sono e ho riscoperto il motivo per cui alzarmi la mattina. Odio questo sistema scolastico. Per questo voglio entrarci con l’ambizione di fare qualcosa, nel piccolo, per portare un cambiamento. Probabilmente è solo un’illusione. Pensandoci stanotte non riesco a dormire, ma vorrei con tutto il cuore che tutti potessero star bene a scuola. Io non sono stata bene e non voglio commettere gli stessi errori e provocare le stesse ferite dei miei professori». Chissà quanti punti maturità vale questa lettera...  
Lo stesso giorno avevo la fortuna di conoscere e ascoltare Amalia Ercoli Finzi al convegno «Odissea Terra» organizzato da Fondazione Pesenti e Corriere, prima donna italiana laureata in ingegneria aeronautica, in prima linea in progetti aerospaziali internazionali. Le stelle l’hanno salvata, perché, durante la guerra, quella bambina ogni sera apriva la finestra e le fissava, divertendosi a collegarle con un filo immaginario per vincere la paura e la solitudine. Non ha mai smesso di farlo, neanche ora a 89 anni. Alla fine delle medie il professore di matematica disse ai genitori che la figlia doveva frequentare lo scientifico e non le magistrali come già deciso. Senza un insegnante capace di fare «orientamento», senza la fiducia dei genitori e senza la determinazione di lei, la sua vocazione, unica più che rara in una società in cui alle donne erano preclusi certi ambiti di studio, non sarebbe mai fiorita... 
Fino a quando la scuola non servirà a scoprire le inclinazioni dei ragazzi, non permetterà loro di scegliere percorsi meno rigidi degli attuali e non metterà le vocazioni in comunicazione reale con la successiva formazione universitaria o professionale, «maturità» resterà una parola vuota.  
Per riformare i sostantivi bisogna dare forma alla sostanza: che cosa serve oggi perché un diciottenne scelga consapevolmente la sua strada, mettendosi autonomamente alla prova per realizzare la sua unicità dove meglio crede? Seguirlo in vista della scelta, metterlo alla prova nei segnali vocazionali, fargli scegliere alcune materie in cui potenziarsi personalizzando il percorso, sottoporsi a verifiche serie e pertinenti al percorso, in due fasi una interna e una esterna, funzionali all’ingresso in università, cambiando il sistema di test attuale. 
Serve continuità, orientamento, personalizzazione e selezione. Solo così la scuola sarà democratica, non confermerà le disuguaglianze di partenza e non illuderà puntando al ribasso. 
Come mai i nostri under 17 hanno appena vinto l’Europeo di calcio? Il fiorire di tanti bravi tennisti? L’eccellenza nella scherma, nella ginnastica, nelle discipline invernali? Perché in questi ambiti sappiamo far «maturare»: fare scuola. Perché non farlo anche a scuola? Buona maturità a tutti.
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