Luigi Maria Epicoco «La Madonna mi accompagna da sempre»
Dalla devozione nata nell’infanzia in Puglia fino ai luoghi della Terra Santa, don Luigi Maria Epicoco riflette sul ruolo di Maria nella vita dei credenti e presenta la nuova collana di preghiere mariane meditate.
Tutte le volte che noi preghiamo rischiamo farlo senza pensare a quello che stiamo dicendo. Queste meditazioni servono a gustare la preghiera, affinché possa farci arrivare molto più in profondità nel momento in cui ci rivolgiamo a Dio per mezzo di Maria. Le preghiere rivolte a Lei sono preghiere a una Madre. Si tratta, quindi, di capire come alcune parole, alcune formule, alcuni schemi d’orazione ci aiutano a ricordarci della maternità di questa Donna e dell’aiuto formidabile che Lei può portare nella nostra vita. Sono meditazioni che dovrebbero umanizzare di più la nostra orazione e portarci ad assaporarla fino in fondo». Così don Luigi Maria Epicoco spiega il filo conduttore che ha seguito nell’elaborare le meditazioni che accompagnano le preghiere alla Vergine raccolte nella collana In dialogo con Maria: 6 maneggevoli volumi che potrete trovare con la rivista a partire dal prossimo numero.
Don Luigi, parroco di San Francesco da Paola a L’Aquila, combina la sua attività di presbitero a quella di evangelizzatore, tenendo esercizi spirituali e intervenendo anche, seguitissimo, sul web, con commenti e riflessioni legate alle Sacre Scritture. Uno dei pochi preti “social” che non cede al virus della vanità: è perfino un problema, nonostante la vecchia amicizia e la consolidata collaborazione con chi scrive, convincerlo a lasciarsi fotografare per illustrare quest’intervista. Ma se gli si chiede di parlare di Maria diventa un fiume in piena.
Riprendendo le tue parole, si capisce anche il senso del titolo della collana, In dialogo con Maria, perché in fondo il dialogo con Lei conduce all’intimità col Signore...
«Sì, soprattutto perché Maria non è un’alternativa a Dio, ma è il tramite che noi usiamo proprio per poterci avvicinare di più a Lui. Così come una madre insegna a un figlio a parlare, la Vergine ci insegna a rivolgerci al Signore in una maniera più consapevole».
Che posto occupa la preghiera a Maria nella tua quotidianità?
«Sono nato a Mesagne, nel Brindisino, un paese con una forte devozione mariana, dunque la Madonna ha sempre occupato un posto privilegiato nella mia vita personale e nella mia spiritualità. Ho sperimentato la maternità di questa Donna e poi, solo dopo, ho scoperto la paternità di Dio. E questo legame è stato ciò che più mi ha avvantaggiato nel capire il Vangelo e nel vivere più intensamente la mia esperienza spirituale».
Quali sono i tuoi primi ricordi associati a Maria, anche legati all’infanzia?
«La Patrona di Mesagne è la Madonna del Carmine, ma il luogo che ricordo sempre con affetto è la chiesetta di campagna dedicata alla Vergine delle Grazie, che ha accompagnato il mio percorso vocazionale. Quando decisi di diventare sacerdote, andai lì ai suoi piedi e ogni volta che torno nella mia città faccio sempre una tappa in quel tempio, dove riconosco la radice di tutta la mia storia».
Maria continua ad accompagnarti ancora oggi? Ne senti la presenza?
«La Madonna è Colei che “umanizza” il Vangelo, un cristianesimo senza di Lei ci lascerebbe delle Scritture soltanto una grande radicalità, che potrebbe anche scoraggiarci. Ma l’amore di questa Madre trasforma la radicalità del Vangelo in qualcosa di possibile, di vivibile. L’amore di madre, dopotutto, fa questo: incoraggia, rendendo possibile ciò che non lo sembra. C’è quasi un “potere” dell’amore materno. Ecco, il Signore ci ha donato sua Madre proprio perché non ci scoraggiassimo davanti alla radicalità del Vangelo».
Un concetto che volle ribadire anche papa Francesco alla Gmg di Panama nel 2019, parlando di Maria come «influencer di Dio»…
«Esattamente, Lei ha condizionato positivamente la vita della Chiesa fin dall’inizio. Non ha “sedotto” la Chiesa, cercando di portarla a sé, non si è messa al centro. Grazie a Lei la Chiesa ha recuperato la libertà in un momento in cui poteva essere oppressa dallo scoraggiamento e dalla mancanza di speranza».
Fin dalle origini del cristianesimo Maria è sempre stata invocata nelle prove più dure, anche nelle persecuzioni cui fa riferimento Sub tuum praesidium, la più antica orazione mariana. Anche gli ultimi Pontefici ci spronano continuamente a rivolgerci a Lei in contesti bui. Perché secondo te?
«Non è solo per una questione affettiva, perché da una madre si va soprattutto quando si sperimenta il bisogno di essere rimessi al mondo, basta leggere la Bibbia per rendersi conto che c’è proprio una chiamata di questa Donna a schiacciare la testa del serpente. Lì dove si manifesta il male, la sua umiltà è lo strumento efficace che Dio usa per far vincere la sua grazia. La libertà di Maria ha proprio un potere grande su tutte le manifestazioni del male della storia: le guerre, il dolore, la sofferenza, le prove. Ecco perché Lei funziona un po’ come una sorta di “sacramentale”: attraverso il suo amore materno ci rendiamo conto che il Signore non soltanto ci incoraggia, ma ci protegge attraverso le mani della Vergine».
C’è un altro luogo mariano, a parte la chiesetta di Mesagne, in cui hai avvertito più forte il dialogo interiore con la Madre Celeste? Forse in Terra Santa?
«Certamente Nazaret ha un fascino tutto suo, sapendo che la storia è iniziata proprio in quello sperduto villaggio della Terra Santa, ma c’è soprattutto Ein Karem, la casa di Elisabetta. Lì ho sentito una profonda unione con Maria, sapendo che la chiamata che Lei aveva ricevuto era diventata immediatamente carità dentro la sua vita. Questa cosa mi ha sempre molto commosso. La dimora dell’anziana cugina della Madonna mi è sembrata davvero il luogo dell’amicizia, dell’amore filiale che porta gioia».
Un’ultima domanda. Meditare il Rosario, con cui si apre la collana, ma anche le altre preghiere, meditandoci su, significa un po’ pronunciare con costanza nel quotidiano il nostro “Eccomi” a Dio come fece Maria, ma anche far seguire all’orazione la carità, perché Lei è maestra d’amore verso il Signore e verso il prossimo. Come si può, concretamente, realizzare questo mix?
«Noi abbiamo tre dimensioni: quella del nostro corpo, quella della nostra mente e, infine, del nostro cuore. Pregare bene significa unirle tutte e tre. A volte preghiamo solo con la mente, mentre con il corpo stiamo facendo altro e magari il cuore è distante. Altre volte preghiamo solo col cuore, ma siamo distratti con la mente e con il corpo. L’augurio per tutte le lettrici e i lettori di Maria con te è che questi sussidi possano aiutare a ritrovare una preghiera che unifichi queste nostre dimensioni: mente, cuore e corpo».
di Luciano Regolo
Fonte: Famiglia Cristiana
