Massimo Recalcati "I nuovi leader e la manipolazione delle masse"
7 maggio 2026
La cultura occidentale dominata dalla tecnologia ha dissolto il fenomeno novecentesco studiato da Le Bon e Freud. Nondimeno questa atomizzazione deve tenere conto sempre più del ritorno di padri-primigeni. Da Putin a Trump, da Netanyahu a Khamenei.
Il nome di Gustave Le Bon attraversa sotterraneamente tutto il Novecento. In particolare, la sua Psicologia delle folle, pubblicata nel 1895, costituisce infatti uno degli sfondi teorici fondamentali della Psicologia delle masse e analisi dell’Io di Freud. Lo stesso Mussolini riconobbe apertamente il proprio debito nei confronti di quel testo cogliendo nella sua riflessione una chiave decisiva per comprendere la forza politico-emotiva della massa. L’intuizione principale di Le Bon consiste nel pensare alla massa non come alla somma di individui ma come un vero e proprio fenomeno collettivo.
La massa cancella innanzitutto le individualità singolari offrendo loro l’illusione di
un’appartenenza che le libererebbe dall’angoscia che comporta la responsabilità
soggettiva. Non a caso Le Bon evidenzia il carattere fondamentalmente regressivo della
massa: le pulsioni più primordiali (violenza, odio, fanatismo, infatuazione, idolatria
emotiva) si possono scatenare senza che vi sia mai un vero responsabile. Al centro non
c’è la dimensione etica della scelta individuale perché ogni massa si costituisce per
“contagio” abbassando la soglia critica del pensiero per intensificare una spinta
all’agire irrazionalmente passionale. La massa assorbe le individualità singolari in un
soggetto collettivo acefalo che offre ai suoi membri una identità granitica: la cessione
della propria libertà individuale ha come contropartita l’assicurazione di una protezione
inscalfibile. Freud ha radicalizzato l’intuizione di Le Bon mostrando come la massa si
organizzi sempre attorno a un processo identificatorio inconscio di tipo verticale: per
costituirsi essa ha bisogno di un capo, di un leader autoritario, di una figura capace di
occupare il posto del “padre primigenio”. È solo questa identificazione a istituire in
ultima istanza i legami libidici che uniscono la massa come se fosse un solo grande
corpo. Non è sufficiente che gli individui stiano insieme: è necessario che essi amino
una sola immagine, un solo capo, che si riconoscano in un unico emblema identitario.
Nel nostro tempo però la massa non assomiglia più al cemento armato che aveva
caratterizzato le grandi masse totalitarie del ’900, non è più un blocco monolitico.
Assistiamo piuttosto al fenomeno della sua radicale atomizzazione: la massa che si
organizza intorno al nuovo potere dei social network non sembra avere più un padrone,
un leader al quale identificarsi, un padre primigenio a proprio fondamento. Il cemento
armato che istituiva la massa novecentesca lascia il posto a uno sciame ondivago. La
dispersione rizomatica prevale sulla concentrazione identitaria. I social network
rappresentano il laboratorio più evidente di questa metamorfosi: la folla digitale non
possiede più necessariamente un centro stabile ma si dispiega attraverso propagazioni
rapide, identificazioni intermittenti, esplosioni emotive improvvise. L’odio collettivo
può condensarsi per qualche giorno attorno a un bersaglio per poi disperdersi
immediatamente verso un nuovo oggetto. La cultura occidentale dominata dalle nuove
tecnologie ha dissolto il fenomeno novecentesco della massa come una entità compatta
studiato da Le Bon e da Freud. Nondimeno, questa atomizzazione della massa
contemporanea deve tenere conto sempre più del ritorno di padri-primigeni, di leader
ordalici (Putin, Trump, Netanyahu, Khamenei) che pretenderebbero di rianimare la
vecchia massa identitaria.
Da una parte abbiamo allora la massa-sciame che caratterizzerebbe il mondo
occidentale nell’epoca del dominio della cultura-social e dall’altra parte la massa
identitaria come ritorno dello spettro totalitario. Il fenomeno della guerra non può,
infatti, essere concepito a partire dall’atomizzazione della massa ma solo dal suo
compattamento identitario. Si tratta di una medesima spinta a ricompattare l’angoscia
collettiva attorno a immagini forti di identità, nazione, nemico, appartenenza. Siamo
dunque davanti a due fenomeni che sembrano antagonisti: da una parte la massa-sciame
della cultura digitale occidentale, dall’altra il ritorno della massa identitaria organizzata
attorno a leader ordalici. In realtà questi due fenomeni non si escludono:
l’atomizzazione neoliberale della massa produce infatti soggetti sempre più esposti
all’angoscia, alla precarietà e alla solitudine. Ed è proprio questa fragilità diffusa a
rendere possibile il ritorno pulsionale di identificazioni solide. Quanto più il soggetto
si sente disperso, tanto più desidera un’identità rigida in grado di proteggerlo
dall’incertezza.
Nell’Europa dominata dall’individualismo neoliberale, dall’impero della cultura
digitale, dunque dall’atomizzazione rizomatica delle masse, la necessità del riarmo —
provocata dall’attuale destabilizzazione dell’ordine geopolitico — appare a molti come
un ritorno spettrale del passato. La guerra richiede sempre una costruzione dell’identità
collettiva alla quale deve corrispondere l’individuazione di un nemico altrettanto
stabile che consenta una saldatura emotiva capace di convertire l’angoscia individuale
in una appartenenza fusionale.
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