Fabio Rosini "Credi nella gioia: la lezione di Maria"


Nel suo ultimo libro don Fabio Rosini ripercorre le tappe che portano a ciò che è più grande di tutto quello che ci circonda. «Se vogliamo avere esperienza del viaggio della fede il primo passo sarà aprirsi alla grazia».

È uscito in questi giorni il libro di don Fabio RosiniL’origine del sublime” edito da San Paolo (142 pagine, 15 euro). L’autore, sacerdote della diocesi di Roma e docente di Teologia pastorale alla Pontificia Università Santa Croce, pone una domanda radicale: è possibile educarsi al sublime? Nel volume il tema viene affrontato con uno sguardo originale, proponendo che la bellezza non sia soltanto un contenuto da contemplare, ma una modalità da apprendere. Un’arte che richiede un cammino, una guida, un’apertura interiore. E, nella sua riflessione, don Rosini rintraccia in Maria l’autentica maestra di questo percorso. Avvenire pubblica di seguito un estratto dai primi tre capitoli del libro. 

La fede non è in primis capire, la fede non è avere tutto chiaro; la fede è lasciar agire Dio in noi, è dirgli: «Dimmi come si può fare, dimmi come ti posso dare accesso, dimmi come ciò accade». Quando arrivano i momenti in cui siamo chiamati a fidarci di Dio, se ci mettiamo con l’albero della conoscenza del bene e del male, se ci mettiamo col capire, siamo destinati ad una contraddizione devastante, perché non può essere quello il nostro cocchiere, non può essere che ciò che ci guida è la plausibilità delle cose, perché mai e poi mai Dio potrà fare semplicemente quello che a noi sembra opportuno. Le sue vie non saranno mai le nostre vie, perché lui ha un piano eterno, noi abbiamo solo qualche palmo di questa visione... 

La fede è accogliere l’irruzione di Dio nella nostra vita, è dargli il volante della nostra esistenza, non si tratterà di capire tutto, si tratterà di assecondare, si tratterà di dare l’assenso della nostra intelligenza, aprendo il cuore a quello che per altro è perfettamente logico: se un Dio c’è e se Dio è Dio, ha la prerogativa di agire di sua propria iniziativa: se Dio è Dio ha la proprietà di governare la vita. Ecco l’ingresso del sublime: il sublime non entra per la porta del banale e dell’ovvio, entra per la porta di ciò che ci supera, che è, per l’appunto, sublime. Il povero Zaccaria fa da sfondo a questa semplicità di Maria, la quale dice «come avviene questo? Come succede questa cosa? Dimmi come questa cosa diventa possibile». Zaccaria, al contrario, siamo noi: se una cosa non passa per l’imbuto della nostra intelligenza la rifiutiamo. Zaccaria più tardi, al momento della scelta del nome del bimbo che nascerà, finalmente obbedirà; e Zaccaria tornerà a benedire, a cantare, ad essere capace di far parte di questo disegno, e non più ermeneuta fallito ed escluso, avendo scoperto che il problema non è semplicemente inscatolare nelle proprie categorie l’opera di Dio, ma aprirsi alla sua Potenza. Da questo deve cominciare il buon Teòfilo, e noi possiamo cominciare da ciò: Dio è più grande di noi ed è più grande del nostro cervello, la fede è appoggiarsi all’opera di Dio, abbandonare l’assolutizzazione dei nostri pensieri e delle nostre forze per rimetterci alla potenza ed alle parole di colui che ci sta guidando, di colui che vuole operare con noi. 

Dobbiamo affermare alcune cose capitali in questo viaggio: la fede non è credere a semplici contenuti o capire cose; la fede è consegnarsi personalmente alla relazione con Dio, fidarsi della sua onnipotenza, della sua opera, è un “tu-per-tu”, dove noi, piccoli e fragili come siamo, stiamo davanti a Lui che si prende cura di noi, in modo non subito chiaro. Perché la fede non è avere tutto chiaro: è camminare per una strada, che talvolta è il buio, e non c’è niente di illogico in questo. Come potrò mai insegnare qualcosa a chicchessia se tutto quello che dico deve entrare subito nell’ambito di ciò che lui già capisce? Se così facessi, gli direi semplicemente le cose che sa già; confermerei semplicemente le cose che ha sempre fatto ed ha sempre ritenuto. Quello in cui dobbiamo entrare è qualcosa di più. Se deve apparire in noi, per mezzo dell’opera di Dio, qualcosa di straordinario, dobbiamo andare oltre l’ordinario. Se vale la pena di avere la fede, è perché la fede ci porta ad una vita straordinaria. Per l’appunto è la strada dal mediocre al sublime. 

Nel rito del Battesimo degli adulti, la prima domanda che si fa ad un candidato che si sta avvicinando al battesimo è: «Che cosa chiedi?» – lui risponderà: «La fede» – «E cosa ti dà la fede?» – domanda la Chiesa – e lui risponderà: «La vita eterna». Questo deve sapere chiunque chiede la fede: che la fede dà la vita eterna. Va oltre le categorie della nostra vita piccola-piccola, della nostra esistenza fragile. Bella e benedetta, per carità di Dio, ma incompleta, non portatrice per sé stessa di eternità. L’eternità è fuori dalle nostre categorie, la fede non può che iniziare con qualche cosa che noi non capiamo subito, non saremo da subito già perfettamente sintonizzati e già perfettamente edotti di quello che ci sta accadendo; dovremo lasciare il volante, dovremo lasciare la parola a Dio, dovremo entrare in qualcosa che non capiamo subito. […] 

La fede è un’iniziativa di Dio che si serve di mediazioni, si serve di qualcuno che annunzi, qualcuno che ci parli di Lui, qualcuno che in certo senso permetta la connessione fra noi e Dio. […] È Dio che manda l’angelo Gabriele, egli è un inviato di Dio. Perché si dia l’esperienza della fede, c’è bisogno di un angelo. 
[...] Noi tutti, per avere la fede se l’abbiamo, abbiamo avuto bisogno di angeli, e probabilmente abbiamo avuto degli angeli visibili, qualcuno che ci ha annunciato la fede e l’amore di Dio – l’ideale è che siano stati i nostri genitori, perché la fede passata dai genitori ai figli entra per il canale ideale, il migliore: ciò che si riceve nell’infanzia resta fondante nella nostra vita. Va da sé che il bene o il male che viviamo nella nostra infanzia è qualcosa che resta lì nei nostri lavorii interiori, continua ad essere sempre per noi disponibile. Sperando che non ci abbiano comunicato l’etica vittoriana indebitamente sdoganata per fede cristiana, come è accaduto spesso nel secolo scorso. Se gli angeli fedeli della fede cristiana, quella che rende liberi figli di Dio, sono stati i nostri genitori, sia benedetto Iddio: questa è una grande grazia. Ma non è detto che siano stati loro, può essere che gli angeli siano stati altri, la fede dipende comunque da qualcuno che ce la annunzi. […] 

Se vogliamo passare dal mediocre al sublime, se vogliamo avere esperienza del viaggio della fede e della sua potenza, il primo passo sarà aprirsi alla grazia, credere alla possibilità della gioia, rompere l’alleanza con il pensiero nero, con lo spirito disperato, con ciò che è in noi è affezionato al piagnisteo. Senza questa rottura di atteggiamento resteremo mediocri, e il sublime non si potrà manifestare in noi. 


Fonte: Avvenire

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