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Un grido contro la porta chiusa: la Chiesa e la negazione della vocazione femminile

Nel libro intervista Ciudadano del mundo, misionero del siglo XXI, uscito da pochi giorni in Perù, l'autrice, la vaticanista di Crux Elise Ann Allen, pone a Leone XIV una domanda sul diaconato femminile. Papa Leone risponde: «Al momento, non ho intenzione di cambiare l’insegnamento della Chiesa sull’argomento. Credo che ci siano alcune domande precedenti che devono essere poste. Ci sono parti del mondo che non hanno mai veramente promosso il diaconato permanente, e questo di per sé è diventato una domanda: perché dovremmo parlare di ordinare donne al diaconato se il diaconato stesso non è ancora adeguatamente compreso, sviluppato e promosso all’interno della Chiesa?». Da qui parte Merche Saiz per il commento sul ruolo delle donne nella Chiesa che ha pubblicato nella sua pagina Facebook.

La recente dichiarazione del papa, che riafferma l’esclusione delle donne dal diaconato e dal presbiterato, non è un tuono inaspettato, ma un’eco dolorosamente prevedibile di un’istituzione che, nella sua ostinata adesione a un diritto canonico anacronistico, insiste nel perpetuare l’emarginazione della metà dell’umanità.
Questo pronunciamento non è solo un’offesa alla dignità delle donne, ma anche un affronto all’essenza stessa del messaggio evangelico che la Chiesa dice di custodire. Con un misto di tristezza, indignazione e stanchezza constatiamo che la gerarchia ecclesiastica, nel suo immobilismo, non solo tradisce i principi di giustizia e inclusività che afferma di difendere, ma si barrica in una roccaforte di potere patriarcale che ignora il grido di una società che nel XXI secolo richiede uguaglianza e riconoscimento.
Il rifiuto di aprire le porte degli ordini sacri alle donne non è un mero disaccordo teologico; è una flagrante violazione dei diritti umani, un atto di esclusione sistematica che relega le donne a un ruolo subordinato, confinandole a compiti secondari, mentre viene loro negato il diritto di vivere pienamente la propria vocazione.
Non cerchiamo di clericalizzarci, come alcuni potrebbero argomentare con disprezzo, ma di rispondere alla chiamata di annunciare il Regno di Dio, di servire con la stessa dignità e responsabilità che vengono concesse ai maschi.
La Chiesa nella sua cecità non solo ignora la capacità delle donne di guidare, predicare e santificare, ma perpetua una narrazione che le riduce a tentatrici, a peccatrici originarie, come se la Genesi, scritta da mani umane e patriarcali, fosse un comandamento divino immutabile.
Chi, se non gli uomini che hanno monopolizzato la penna e il pulpito, ha deciso che le figlie di Dio sono meno degne di rappresentare Cristo?
Il papa, con la sua inclinazione per le forme liturgiche arcaiche — permettendo messe tridentine, — sembra rimpiangere una Chiesa che non sia più in consonanza con il mondo contemporaneo.
La sua visione, ancorata ad una tradizione che confonde il sacro con l’obsoleto, ci riporta a un’epoca di tonache e mantelli, di tonsure e tegole dove l’autorità si esercita a partire da un trono che vacilla sotto il peso della sua stessa irrilevanza.
Nel frattempo, le donne, che sostengono le parrocchie con il loro lavoro silenzioso — pulendo altari, decorando con fiori, preparando liturgie — sono relegate all’invisibilità, a una sottomissione che si aspetta da loro come un atto di virtù.
Ma che sia chiaro: questa sottomissione non è virtù, è oppressione.
E finché ci saranno donne disposte ad accettare questo ruolo subordinato, la gerarchia rimarrà comodamente cieca di fronte all’ingiustizia che perpetua.
Ci viene suggerito, con una condiscendenza che sfiora l’insulto da parte di persone che non vedono al di là dei loro occhi, di cercare altre confessioni che ordinino donne o di fondare una nostra propria Chiesa.
Ma non vogliamo abbandonare la nostra fede, né rompere la comunità che ci ha formati.
Vogliamo vivere la nostra vocazione nella Chiesa che ci appartiene per diritto battesimale, senza essere punite, minacciate o messe a tacere per aspirare a ciò che è giusto.
Non vogliamo fondare nulla di nuovo; vogliamo essere riconosciute come ciò che siamo: figlie di Dio, chiamate a servire, a predicare, a guidare.
La gerarchia deve chiedere perdono per i danni inflitti, per le vite schiacciate sotto il peso di una tradizione che, in nome di Cristo, contraddice il suo messaggio di inclusione e di misericordia.
Gesù non ha escluso nessuno.
Ha perdonato la donna adultera, ha dialogato con la samaritana, ha accolto Maria Magdalena come discepola.
Dov’è il maschio che condivideva il peccato dell’adultera?
Perché solo lei è stata indicata?
La risposta si trova in una struttura che, fin dalle sue origini, ha privilegiato il potere maschile, ignorando che lo stesso Gesù ha infranto le barriere del suo tempo includendo le donne nel suo ministero.
La scusa che Gesù ha scelto dodici maschi come apostoli è un argomento fallace, che ignora il contesto culturale della sua epoca e la radicalità del suo messaggio.
Se la Chiesa pretende di essere fedele a Cristo, deve imitare la sua apertura, non perpetuare i limiti di un mondo che non esiste più.
Il Vaticano con la sua pompa e il suo assolutismo rischia di trasformarsi in un mausoleo, un reliquiario di dogmi che, lungi dall’ispirare, allontanano i fedeli.
Il papa, dal suo trono, sembra dimenticare che l’autorità non si regge nell’oppressione, ma nel servizio.
Finché la Chiesa continuerà a chiudere porte e ad aggiungere lucchetti alla vocazione delle donne, la sua credibilità crollerà.
Non ci sposteranno dal nostro posto.
Non ci metteranno a tacere.
Continueremo ad alzare la voce, non per ribellione, ma per fedeltà a un Vangelo che proclama l’uguaglianza di tutti davanti a Dio.
Che la gerarchia ascolti, perché il tempo delle scuse è finito.
La porta deve aprirsi, e non sarà con le suppliche, ma con la forza della giustizia che noi donne verremo a rivendicare ciò che ci appartiene.
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Articolo pubblicato il 19.09.2025 nella pagina Facebook di Merche saiz .
Traduzione a cura di Lorenzo Tommaselli
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