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Marinella Perroni "Quelle visionarie donne di Gesù"

A volte sono proprio i problemi che inducono la curiosità, spingono a porsi qualche domanda e fanno scoprire qualcosa di nuovo. Se si ha un po’ di familiarità con gli scritti del Nuovo Testamento, anche senza essere addetti ai lavori si può percepire qualcosa che lascia perplessi e fa nascere interrogativi. Per esempio: c’è un legame tra resurrezione di Cristo, donne e follia?

Un confronto illuminante


Il confronto tra i racconti delle apparizioni pasquali dei quattro vangeli e un testo particolarmente conosciuto di una lettera di Paolo è illuminante. I tre vangeli sinottici concordano nel dire che, oltre a essere state testimoni oculari della morte e della sepoltura, le discepole che avevano seguito Gesù dalla Galilea a Gerusalemme, cioè lungo tutta la sua missione, sono anche le prime testimoni dell’apparizione pasquale dell’Angelo che consegna loro l’annuncio dell’avvenuta resurrezione e le investe del compito di diffonderlo tra i discepoli. Dal canto suo Giovanni si serve di tradizioni diverse, ma la sostanza è la stessa: protagoniste dei racconti di apparizione non sono le discepole galilee, ma è colei che ne rappresenta in qualche modo la responsabile, Maria di Magdala, a cui è riservata l’unica apparizione individuale del Risorto e l’esplicita consegna del mandato apostolico nei confronti degli altri discepoli.

Invece Paolo, nella sua prima Lettera ai cristiani di Corinto, correda la dichiarazione di fede sulla morte e la risurrezione di Cristo con un elenco di diverse apparizioni del Risorto suffragate da una lista di nomi che hanno la funzione di comprovare i fatti a partire dalla testimonianza degli stessi protagonisti, rappresentano cioè la garanzia di quello che la formula dichiara: Cefa, i Dodici, cinquecento fratelli, poi Giacomo e tutti gli apostoli hanno fatto l’esperienza delle apparizioni del Risorto come, più tardi, l’ha fatta anche Paolo stesso. Tutti sono rigorosamente maschi. Paolo dice di aver ricevuto quella formula e questo significa che, quando lui scrive la lettera negli anni 50, essa doveva rappresentare già un punto fermo della prima catechesi cristiana. Quanto viene tramandato nelle comunità giudeo-cristiane dell’epoca, dunque, è che l’annuncio della fede pasquale e la testimonianza della resurrezione, sono garantite unicamente da maschi. Come mai se, come abbiamo detto, per tutti e quattro gli evangelisti sono invece solo le discepole galilee che fanno la prima esperienza della Resurrezione quando, al mattino di Pasqua, trovano il sepolcro vuoto?

Non è facile interpretare un tale strabismo della tradizione. Soprattutto in un tempo come il nostro in cui siamo presi in ostaggio dalla consapevolezza della tensione tra Fact e Fake ed è ancora più difficile ricostruire fatti avvenuti in un tempo molto lontano e il cui racconto ci è pervenuto solo grazie a una catena di interpretazioni. Un’indicazione però c’è e merita di essere presa sul serio.

Il filo rosso della “follia”


È interessante notare che al più antico dei vangeli, quello di Marco, viene aggiunta una seconda conclusione in cui si fa esplicito riferimento proprio alle apparizioni alla Maddalena e ai due sulla strada di Emmaus, ma si insiste anche sul fatto che nessuno degli altri discepoli aveva creduto alla loro testimonianza e che questo diviene addirittura motivo di rimprovero da parte del Risorto stesso, durante l’ultima decisiva sua apparizione all’intera comunità liturgicamente riunita intorno agli Undici, «perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risorto» (Marco 16,9-20). Si può capire, forse, la necessità apologetica di garantire che la tradizione sulle apparizioni non si basasse su esperienze individuali che potevano essere considerate poco verificabili, ma fosse piuttosto radicata nella realtà di un intero movimento religioso già in qualche modo strutturato e che faceva riferimento all’autorità morale dei discepoli storici di Gesù. Colpisce, comunque, che la forza della testimonianza profetica delle discepole, se da una parte risulta un elemento geneticamente irrinunciabile per la nascita dell’annuncio pasquale, deve d’altra parte essere temperata dalla consapevolezza della sua dubbia credibilità: alle donne si deve la genesi della fede nella resurrezione, ma ci si rimette in credibilità se si da troppo risalto alla loro testimonianza. Perché?

Da questo punto di vista l’evangelista Luca è quello che consente di chiarire almeno un po’ i termini della questione. Per lui, quando Maria Maddalena, Giovanna e Maria madre di Giacomo, nonché le altre che erano con loro, hanno raccontato agli apostoli la loro esperienza di apparizione «quelle parole parvero a loro come un vaneggiamento e non credevano ad esse» (24,11). Secondo il terzo evangelista, anche alla testimonianza dei due discepoli di Emmaus non viene prestata fede, ma costituisce, di fatto, un’esperienza comunicabile e credibile (24,35) come quella a Simone va considerata un evento autorevole (24,34), mentre solo quella alle donne rappresenta un vaneggiamento: le donne annunciano un kerigma incredibile (24,9-11) e trasmettono un’esperienza estatica che risulta incomunicabile (24,22). Il legame tra visione profetica e allucinazione, tra esperienza estatica e follia comincia a farsi strada.

C’è poi un episodio narrato nel libro degli Atti degli Apostoli che ancora una volta mette in rapporto resurrezione, donne e pazzia. Quando Pietro, dopo essere stato liberato dal carcere da un angelo, bussa alla porta della casa di Maria «dove molti erano riuniti e pregavano», la giovane domestica di nome Rode che gli apre, e che corre ad annunciare che lui è alla porta, è giudicata pazza. Si tratterà pure di uno stratagemma letterario per far crescere la tensione narrativa, ma ancora una volta è un vaneggiamento femminile che è motivo di incredulità. Anche Paolo, quando parla di risurrezione di fronte a filosofi epicurei o stoici e all’Aeropago di Atene, viene trattato da ciarlatano o deriso (Atti 17,16-34), ma la sua visione del Risorto sulla via di Damasco non è mai stata tacciata di follia.

I commentatori sono concordi nel riconoscere che la tradizione sulle apparizioni pasquali alle donne e, con essa, l’accusa di fondare la nuova fede su un’allucinazione, deve essere stata molto radicata e diffusa nei primi tempi cristiani. Ancora nella prima metà del iii secolo il dottore della Chiesa Origene reagisce polemicamente contro un filosofo di nome Celso che accusava i cristiani di fondare la loro fede sulla testimonianza di una «donna pazza» dicendo, però, di non conoscere Maria Maddalena e portando come esempi alternativi Pietro e Paolo. Misoginia da entrambe le parti? Possibile. Si tratta però di una spiegazione ancora insufficiente.

È del tutto ragionevole che una nuova religione che voleva farsi spazio all’interno di un mondo culturalmente e religiosamente complesso come quello dell’impero dovesse assumere il principio patriarcale di autorità e perseguire quindi la propria legittimazione sull’esclusione delle donne non soltanto da ruoli e uffici, ma perfino dalla costruzione della memoria collettiva. Questa logica ha presieduto all’edificazione della “grande Chiesa” e alla sua progressiva istituzionalizzazione. La questione seria però è un’altra. Infatti, la fede nella resurrezione di Cristo poteva nascere solo al di fuori di questa logica, poteva essere indotta solo sulla base di fenomeni mistici, visionari e di profetici slanci in avanti. Solo una fede visionaria che salta i confini della stretta ragione ma è in grado di coinvolgere tutti i sensi nell’esperienza di una dimensione del sacro accessibile unicamente in termini mistici poteva far saltare tutte le regole. E per questo forse, solo le donne, da sempre sentinelle alle porte di ingresso nella vita e di uscita dalla vita, sentinelle del segreto della nascita e della morte, potevano arrivare per prime a percepire come possibile un modo altro di incontrare il Maestro, di tenerne viva la memoria, di non cercare tra i morti colui che è vivo.

Per questo i Vangeli, nonostante l’ostilità diffusa nei confronti delle testimonianze delle donne in tutti gli ambiti pubblici, non possono fare a meno di riconoscere che solo il loro protagonismo ha reso possibile il passaggio dal discepolato nei confronti di un rabbi e di un messia a un altro discepolato, quello nei confronti di colui che «non è qui, è risorto» (Luca 24,6). La loro fede visionaria sconfina in quella che, secondo la logica del mondo, va chiamata “follia”? È del tutto possibile, e non è un caso se ben presto è stato necessario attivare processi in grado di garantire alla nuova fede la legittimazione di autorevoli figure maschili. Per Marco, Matteo, Luca e Giovanni, però, è proprio dalla loro “follia” che è nato il vangelo della resurrezione.



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