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Enzo Bianchi "La dignità sta anche nel brutto"

La Repubblica 
  12 agosto 2024
per gentile concessione dell’autore. 

In questi giorni roventi al cuore dell’estate sono andato a Torino e la città mi è parsa diversa: pochissime le auto, una netta diminuzione del traffico più lento del solito, e tanti spazi deserti.

Sì, sono quasi tutti in ferie, in montagna o al mare, e con questo caldo torrido anche i turisti sono diminuiti. Ma ci sono ancora alcuni che sono rimasti in città: vecchi, portatori di handicap, in carrozzella o che camminano a fatica, e sembrano molto più numerosi del solito. E guardandoli pensavo alle nostre spiagge, dove c’è un’esposizione di corpi, un’ostentazione di bellezza che tenta di adeguarsi ai canoni dei mezzi di comunicazione. Anche le olimpiadi sono un’esaltazione di corpi, giovani, belli, prestanti, nel pieno del loro vigore e della loro forza muscolare come mentali. 

 Non dobbiamo essere ipocriti: la bellezza dei corpi ci seduce, soprattutto la loro giovinezza ci può turbare e spingere all’idolatria perché ci incanta... È così che sperimentiamo il “principio piacere”, ma la realtà ci obbliga a confrontarci con la bruttezza, con il corpo deformato dalla malattia, con il volto di chi non ha volto. A volte e per alcuni la tentazione è rifuggire da questa visione del corpo sofferente, ma per un rapporto vero con il proprio corpo occorre accogliere la realtà del corpo dell’altro a partire dal suo aspetto meno piacevole, ritenuto indegno secondo i parametri dominanti. Certo, questa è un’operazione di controcultura che mira a salvare l’essenza stessa della dignità umana. 

 Anche l’uomo che ha perso la propria forma e ha assunto l’indegnità richiede che si riconosca in lui la dignità umana. Sì, è forse proprio quest’uomo “senza forma né bellezza” a conservare una dignità che richiede rispetto. Ciascuno infatti ha diritto al riconoscimento della propria dignità non per ragioni religiose né per obbligo sociale ma semplicemente perché ridotto a nulla: proprio l’essere umano sfigurato manifesta la propria dignità a chi gli sta di fronte e accetta di accoglierlo, di assumere il peso dell’umanità avvilita, sprovvista dei tratti caratteristici di quella che noi consideriamo dignità. 

 La dignità umana non è un attributo peculiare della persona nella sua singolarità, ma è di natura relazionale e come tale si manifesta nel gesto con cui ci rapportiamo all’altro per considerarlo nostro simile, ugualmente umano, anche se la forma denuncia un abbrutimento, anche se l’aspetto è disumano. 

 Di fronte all’essere umano che viene quasi identificato con il letto o la carrozzella in cui giace, che è ferito nelle facoltà fisiche, di fronte all’anziano offeso dall’obnubilamento dell’Alzheimer, siamo chiamati al rispetto della persona umana senza mai identificarla con la sua infermità. 

 Il nostro corpo rimane, nonostante tutto, il luogo dell’inscrizione nel senso della vita, un compito da realizzare. 

 In antiche regole monastiche si prescrive che un monaco, incontrando un altro monaco, lo saluti sempre con un inchino profondo, ma si aggiunge che se l’altro monaco è in condizione di demenza senile, o offeso nelle sue facoltà fisiche fino a portarne i segni nel proprio corpo, allora il monaco farà due inchini per mostrare che ha compreso che l’altro va considerato nella sua bellezza o nella sua bruttezza, nella sua forza o nella sua malattia, con uno sguardo di accoglienza e venerazione. 

 “Non distogliere lo sguardo dai corpi sofferenti è virtù eroica”, direbbe Adriano nelle Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar.





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