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Enzo Bianchi "La potenza del vangelo"

Intervento al sinodo dei vescovi
10 ottobre 2018
dal sito del Monastero di Bose

Santità, venerabili padri,
fratelli e sorelle,

intervengo a partire dall’assiduo ascolto dei giovani dell’Europa occidentale manifestandovi congiunture e urgenze.


Per la grande maggioranza dei giovani che non vivono la vita cristiana ed ecclesiale e che non sono rappresentati in questa assemblea, “Dio” è una parola che cade nell’indifferenza, che è estranea alla loro esperienza, e per alcuni appare addirittura una parola “ambigua”, di cui avere diffidenza perché legata a fanatismo religioso, intolleranza, violenza. Non solo le immagini di Dio ricevute dalla tradizione sono contestate e incapaci di interessare i giovani, ma questi pensano di poter vivere bene senza Dio. Ciò non significa che questi giovani non abbiano sete di vita interiore e di spiritualità. Restano in ricerca. Ma l’offerta che viene fatta loro anche da parte nostra è sovente un teismo etico e terapeutico, cioè un’affermazione nebulosa di Dio accompagnata da una vita etica che ha come scopo lo stare bene con se stessi, il benessere individuale, esteriore e psichico.

Dunque il vero problema che riguarda le nuove generazioni è la crisi della fede, la mancata trasmissione della fede da parte delle nostre generazioni.

Ma in questa situazione dobbiamo constatare che i giovani restano sensibili all’umanità di Gesù Cristo che è il Vangelo e al Vangelo che è Gesù Cristo! I giovani di fatto ci dicono: “Vogliamo vedere Gesù” (Gv 12,21), come quei pagani presenti a Gerusalemme in occasione della sua ultima Pasqua. Gesù e il Vangelo intrigano i giovani; questi possono sentirsi estranei a Dio ma non a Gesù, che è il Dio fatto uomo, carne come noi tutti (cf. Gv 1,14). Ecco dunque la via che dobbiamo percorrere: far vedere Gesù, permettere l’incontro tra i giovani e Gesù, consegnare loro la buona notizia del Vangelo che può dare senso e significato alla loro vita. Ma noi abbiamo fede nella potenza del Vangelo, nella presenza viva di Gesù Cristo che con la sua vita ha raccontato l’amore e ha vinto la morte?

I giovani hanno domande che li abitano: come vivere una vita buona, una vita bella, una vita piena di senso e perciò felice. Solo Gesù Cristo dà la possibilità a un giovane di sentirsi giustificato, di esistere come esiste, mettendo vita nella sua vita. La mia esperienza di ascolto, incontro e cammino con tanti giovani mi convince, sempre di più, che quando approdano a conoscere Gesù ne restano affascinati e toccati. La vita di Gesù come vita buona, nella quale egli “ha fatto il bene” (cf. At 10,38), cioè ha scelto l’amore, la vicinanza, la relazione mai escludente, la cura dell’altro e soprattutto dei bisognosi, è vita non solo esemplare ma capace di affascinare e di rivelare la possibilità di una “bontà” che i giovani vorrebbero ispiratrice per la propria vita. Ma vi è anche un’attrazione nei confronti della vita bella vissuta da Gesù. Il suo non essere mai isolato, il suo vivere in una comunità, in una rete di affetti, il suo vivere l’amicizia, il suo rapporto con la natura: tutto ciò resta molto eloquente. Infine, vi è grande interesse per la sua vita beata, non nel senso di esente da fatiche, crisi e contraddizioni, ma beata in quanto Gesù aveva una ragione per cui valeva la pena spendere e dare la vita, fino alla morte: questa la sua gioia, la sua beatitudine. I giovani attendono di vedere Gesù, non sono una generazione malvagia, sono assetati di vita autentica, sono quelli che Gesù guarda e ama perché ha sete di averli come amici e fratelli. Dio è per loro oggi una parola ingombrante, la chiesa a volte è un ostacolo alla fede – come diceva il cardinale Joseph Ratzinger – ma Gesù resta la via! Incontrando Gesù i giovani possono andare a Dio, e quindi scoprire anche il suo corpo che è la chiesa.

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