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XVIII domenica del tempo Ordinario Anno C Enzo Bianchi 1 agosto 2010

Dalla folla che attornia Gesù si leva una richiesta: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità»; egli però risponde: «Chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?» (cf. Es 2,14). Gesù rifiuta di intervenire nello specifico della contesa, ma rinvia alle autorità che la società civile ha predisposto per risolvere controversie come questa. Egli non si attribuisce compiti estranei alla missione ricevuta dal Padre: «il mio Regno non è di questo mondo» (Gv 18,36), dirà a Pilato…
La singolarità di Gesù consiste nello sguardo «altro» che egli sa gettare sugli eventi quotidiani, nella sua lettura dei sentimenti e dei pensieri profondi che muovono l’agire dell’uomo. Qui svela un rischio presente nel nostro rapporto con i beni: la cupidigia, l’avarizia. Rivolto a quanti lo ascoltano dice: «Guardatevi da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell’abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni». È una parola che, nella sua disarmante semplicità e verità, ci mette tutti in questione. In cosa facciamo consistere la nostra vita? Su cosa la fondiamo? Spesso siamo tentati di farla dipendere dall’accumulo di ricchezze, come se queste potessero colmare la nostra sete di senso e di amore. E così ammassiamo beni per noi, senza tenere conto degli altri; anzi, finiamo per privarli di ciò che spetterebbe loro per avere di che vivere, come fa il ricco della parabola verso il povero Lazzaro (cf. Lc 16,19-31). In più, questo comportamento oggi è pure lodato dalla società, che considera tale accumulo non un vizio ma una pubblica virtù…
Gesù conosceva bene il cuore umano, luogo in cui nasce questa brama insaziabile di accumulare ricchezze (cf. Mc 7,22). Sì, il cuore può conoscere la malattia del ripiegamento sull’avere, che impedisce la capacità di donare e di ricevere; chi è preda di questa «fissazione» giunge fino a e identificarsi con ciò che possiede… Gesù sapeva che «l’avarizia è la radice di tutti i mali» (1Tm 6,10), che «è idolatria» (Col 3,5), poiché implica un’adesione fiduciosa ai beni piuttosto che a Dio; in altre parole, questa smania di possesso ci allontana dal Regno di Dio, impedisce a Dio di regnare sulle nostre vite. Ecco perché Gesù ha detto: «Nessun servo può servire a due padroni … Non potete servire a Dio e alla ricchezza» (Lc 16,13); e di fronte al rifiuto della sua chiamata da parte di un uomo che possedeva molti beni, ha commentato: «Com’è difficile per coloro che possiedono ricchezze entrare nel Regno di Dio» (Lc 18,24)… 
Con una sapienza che gli viene dall’osservazione della realtà, il salmista canta: «Se anche l’uomo si arricchisce e accresce il lusso della sua casa, quando muore non porta nulla con sé!» (cf. Sal 49,17-18). Nel narrare la parabola dell’uomo talmente ricco da non sapere dove riporre i proventi del suo lavoro, Gesù sembra riecheggiare queste parole. All’insensato che «nel benessere non comprende» (Sal 49,21) e vorrebbe addirittura disporre del futuro – «Costruirò magazzini più grandi, poi dirò a me stesso: “Hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e godi”» – Gesù contrappone la voce di Dio che rivela: «Stolto, questa notte ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà? (cf. Sal 39,7)». Ovvero: spesso accumuliamo ricchezze per difenderci dalla paura della morte, come se avere molti beni potesse impedire quell’evento che ci attende tutti al termine della nostra esistenza. E così rimuoviamo il confronto con la nostra morte; meditando con intelligenza su di essa potremmo invece riconoscere ciò che nella vita è veramente essenziale: infatti solo chi ha una ragione per cui valga la pena morire, dare la vita, ne ha anche una per vivere…
Ancora una volta siamo rimandati alla parola di Gesù: «Dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore» (Lc 12,34). Se il nostro tesoro è la comunione con il Signore Gesù, se la nostra vita è fondata su di lui, allora saremo capaci di condivisione fraterna (cf. Lc 19,1-10), quella vissuta da Gesù stesso, lui che «da ricco che era si fece povero per noi» (cf. 2Cor 8,9). Condivisione è il vero nome della povertà cristiana: chi si esercita a condividere, conosce la gioia che si sperimenta nel donare e nel vivere la comunione (cf. At 20,35), a partire da quella dei beni; e una volta gustata tale gioia, non può più farne a meno. Ecco cosa può significare per ciascuno di noi «non accumulare tesori per sé, ma arricchire davanti a Dio».
Enzo Bianchi

Fonte: MonasterodiBose

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