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Enzo Bianchi al Ducale “Le religioni e la salvezza. Salvezza da cosa?” (Paola Radif)

In una sala del Maggior Consiglio affollatissima, il priore della comunità di Bose, Enzo Bianchi, ha chiuso, con la sua relazione, il ciclo di incontri promossi dalla Fondazione per la Cultura del Ducale e dal Centro Studi A.Balletto sul tema delle religioni.
Tutte le religioni parlano di salvezza ma, si è chiesto il relatore, salvezza da cosa? Se le religioni monoteiste la individuano nella salvezza dal peccato, le altre come l’induismo o il buddismo la interpretano invece come un processo di liberazione dall’ignoranza fino a raggiungere una progressiva purificazione.
D’altra parte il termine salvezza, ha osservato, non appartiene solo al vocabolario religioso ma investe tutta la dimensione umana, perché s’identifica col concetto di libertà: essere liberati da morte, malattie, schiavitù, tutto questo è trovare salvezza.
Un testo poco citato del Concilio è illuminante su questo aspetto, là dove dice che Cristo è morto per tutti e che lo Spirito Santo dona a tutti gli uomini la possibilità di essere associati, nel modo che solo Dio conosce, al mistero pasquale. Dunque c’è un’unica salvezza, unico è il mistero pasquale, uno il destino eterno, il paradiso.
E non solo gli uomini ricercano la salvezza, a volte in maniera inconsapevole, a volte sotto forma di domanda disperata, ma “tutta la creazione la attende con impazienza” come leggiamo in S.Paolo (cfr.Rom 8,19). La salvezza assume una portata cosmica, perché oltrepassa l’orizzonte antropologico. Anche noi siamo coinvolti e ci facciamo “voce del gemito che sale dalle creature inanimate, anche dagli animali, dai vegetali sempre più malati, dall’acqua, dalle rocce, dall’aria.” Delle catastrofi ecologiche di cui siamo vittime siamo anche responsabili.
A questo dolore cosmico, ha proseguito, non può che corrispondere una salvezza cosmica. Dio infatti promette cieli nuovi e terre nuove, una terra rinnovata e salvata, che coincida con la venuta di Cristo nella gloria, che sarà tutto in tutti.
Si potrebbe dire, ha proseguito a questo punto il relatore, che qualunque uomo, lo voglia o no, è trascinato verso la salvezza.
La salvezza, che l’uomo spera, altro non è che la liberazione dalla morte e all’interno del cristianesimo non è una salvezza individuale ma riguarda tutto l’universo ed è riconoscibile come azione di Dio nella storia. Noi conosciamo Dio attraverso i suoi interventi salvifici e conoscerlo, per il cristiano, è anche sperimentare come Dio viene in contatto con la sofferenza umana, assumendola su di sé. Dio salva prendendosi cura, è compassionevole.
Come il Dio d’Israele, dice Isaia, ha visto la sofferenza dei suoi figli e ha sofferto con loro, così anche lo sguardo di Gesù non si rivolge al peccato ma alla sofferenza dell’uomo. Lungo il suo itinerario terreno Gesù ha portato la salvezza mediante la condivisione della sofferenza.
Nel mondo di oggi noi assistiamo a una ricerca di salvezza, da parte di molti, che si manifesta disordinatamente, con una certa incapacità, anche, di definire ciò che si cerca. Ci si rifugia nel terapeutico, esoterico, miracolistico, elevandoli a soluzioni dei propri problemi esistenziali e certo si cerca sempre di realizzarsi secondo i propri interessi individuali, senza gli altri, se non addirittura contro gli altri: scompare l’orizzonte comunitario.
“Ma la fede cristiana”, ha aggiunto Enzo Bianchi, “non può misconoscere il grido che sale da uomini e donne che vivono sofferenze, malattie psichiche, difficoltà”, pur nascoste da un’apparenza patinata, mascherate sotto una superficie luccicante.
La compassione è ascolto, accoglienza; è la possibilità che abbiamo a disposizione per sfuggire all’indifferenza. Inoltre, ha esortato il relatore, occorre non presentarsi mai come salvatori ma compartecipi di una sofferenza che colpisce noi e gli altri.
Secondo le parole escatologiche di Gesù: “Avevo fame e mi avete dato da mangiare”, con quel che segue, il giudizio avverrà sul rapporto con chi ha avuto bisogno, in base a ciò che Gesù ci ha insegnato lungo la sua vita terrena: una vita vissuta in perfetta coerenza, che lo stesso non credente Nietsche ha definito: “una vita spesa per gli altri”. In essa Gesù ha lottato per non rispondere con violenza alla violenza che subiva, rimanendo sino alla fine uomo di comunione.
La sua morte è sfociata nella resurrezione. E il motivo di essa possiamo trarlo dal cap.8 del Cantico dei Cantici, nel quale, più che una bella storia d’amore, troviamo una decisiva chiave di lettura del mistero della morte. “Forte come la morte è l’amore”: dunque è l’Amore, non la vita, che vince la morte. Come Gesù il cristiano entra nella morte vincendola, e questo è il messaggio della fede cristiana, questa la speranza che il cristianesimo è chiamato ad offrire.

Paola Radif

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