Vito Mancuso 'Leone XIV, il ruolo sociale prima dell’individuo'
Cosa è più importante nell’esistenza di un essere umano: la sua individualità o il suo ruolo sociale? La lingua ci insegna a distinguere le due cose denominando ognuno di noi sia “individuo” sia “persona”: individuo sottolinea la nostra singolarità irriducibile o meglio “indivisibile”, come indica l’etimologia; persona, invece, sottolinea la relazionalità, secondo l’etimologia latina che significa “maschera” esattamente nel senso di maschera teatrale, ovvero quel compito da svolgere sul palcoscenico che fa di un individuo un personaggio …
Tutti noi siamo personaggi sui diversi palcoscenici in cui ci presentiamo recitando più o meno autenticamente il nostro ruolo (di figlio, di coniuge, di genitore, di insegnante, di dipendente, di dirigente…), ma ben pochi oggi nel mondo lo sono come il Papa della Chiesa cattolica. Il cambiamento di nome compiuto da quell’individuo nel momento in cui accetta quel ruolo durante il conclave mostra nel modo più intenso la superiorità della persona-personaggio sull’individuo che da allora in poi quell’uomo è chiamato a vivere.
Agli occhi del mondo e dell’istituzione che l’ha eletto egli ora è il Papa, e da questo momento la sua individualità viene del tutto assorbita dalla sua funzione. Un Papa non può avere alcuna privacy. Ovviamente può e deve non far conoscere a tutti quello che fa, ma agli occhi della Chiesa impersonata dai suoi stretti collaboratori egli deve essere del tutto trasparente, sempre reperibile, sempre in servizio. Ma cosa succede quando una malattia colpisce l’individuo (oggi Robert Prevost) mettendo a rischio la sua funzione relazionale di papa (oggi Leone XIV)?
Nel passato il primato del personaggio sull’individuo era tale da occultare il problema: il Vicario di Cristo, “il dolce Cristo in terra”, non poteva ammalarsi come un semplice uomo e se si ammalava era come se non lo fosse, da qui i bollettini medici così ermetici e misteriosi della sala stampa vaticana di un tempo. Certo, anch’egli doveva morire, ma arrivando alla morte non a causa di una di quelle impreviste malattie che spezzano il corso naturale della vita, come per esempio un cancro ai polmoni, ma come esito naturale dell’esistenza umana. A partire dall’avvento della televisione, con il primato delle immagini, questa strategia non è stata però più possibile e Giovanni Paolo II è diventato così il primo Papa a fare della sua condizione di malato un atto di magistero, continuando a subordinare del tutto il suo essere individuo al suo essere personaggio, ovvero servitore dell’istituzione che l’aveva eletto. Le dimissioni di Benedetto XVI, invece, fecero prevalere la dimensione individuale su quella istituzionale, e ancora più marcatamente Francesco ritornò semplicemente Bergoglio quando il 10 aprile 2025 scelse di farsi condurre in carrozzella nella Basilica di San Pietro vestito di un poncho argentino senza talare bianca e senza zucchetto.
Dal modo con cui papa Leone sta vivendo la sua malattia credo si possa sostenere il ritorno del primato del personaggio sulla singolarità dell’individuo, esattamente secondo la medesima linea di Giovanni Paolo. La scelta di far sapere egli stesso da subito a tutti le sue condizioni, le foto della messa celebrata al Gemelli, la notizia della telefonata a Putin, le nomine compiute dalla sua stanza di ospedale, la presenza immediata all’angelus domenicale sono tutti segnali di come la sua funzione non sia mai venuta meno neppure un istante nel nome della salvaguardia dell’individualità. Con ciò non intendo indicare un segno di superiorità morale o spirituale, quanto piuttosto uno stile: il medesimo che porta Leone a non parlare quasi mai a braccio ma a leggere ordinatamente i fogli preparati in precedenza, mettendo in questo modo la sua individualità del tutto al servizio della carica istituzionale ed evitando ogni minimo personalismo.
Ma il punto decisivo qual è? È che ognuno, anche un Papa, deve essere se stesso. E come tra noi comuni mortali vi è chi è più portato a far prevalere la sua individualità e così a introdurre novità e dinamismo nelle strutture di cui è parte (non sempre però evitando personalismi e lacerazioni), e come invece vi è chi è più portato a far prevalere lo spirito di servizio introducendo continuità e ordine nelle medesime strutture (non sempre però evitando immobilismo e conservazione), così tra i Papi. Leone, a mio avviso, è simile a Giovanni Paolo per quanto attiene al primato della dimensione istituzionale, ma non intende per nulla rinnegare l’elettricità introdotta da Francesco, per cui penso che ne vedremo delle belle. L’esemplarità con cui sta affrontando la malattia, atto di magistero senza parole ma per questo ancor più prezioso, è un preziosissimo messaggio a ognuno di noi.
Vito Mancuso, La Stampa 18 ottobre 2026
