Vito Mancuso 'L’anarchia è la madre della fede'
«Pavel Florenskij subì la persecuzione sovietica senza smettere di insegnare ai figli la bellezza e l’amore».
Iniziò a scrivere il suo testamento spirituale per la moglie e i figli nel 1917, l’anno della rivoluzione comunista, perché presagiva la minaccia che incombeva e che poi in effetti lo porterà alla morte. Il 14 agosto 1922 integrò il testo così: «Osservate più spesso le stelle.
Quando avrete un peso sull’animo, guardate le stelle o l’azzurro del cielo. Quando vi sentirete tristi, quando vi offenderanno, quando qualcosa non vi riuscirà, quando la tempesta si scatenerà nel vostro animo, uscite all’aria aperta e intrattenetevi da soli col cielo. Allora la vostra anima troverà la quiete» …
Pavel Florenskij venne eliminato l’8 dicembre 1937 nei pressi di Leningrado nella prima di quelle sanguinose esecuzioni di massa dette “purghe staliniane”. Del corpo, gettato in una fossa comune, non rimane traccia. A volte si parla di lui come della versione russa di Leonardo o di Pascal per la grande competenza tecnico-scientifica e insieme umanistica.
Laureato a 22 anni in matematica, rifiutò l’offerta della carriera universitaria e si iscrisse all’Accademia Teologica dove si laureò e divenne docente. Nel 1909, a 27 anni, sposò Anna Giacintova, dal matrimonio nasceranno cinque figli. Nel 1911 venne ordinato sacerdote e tre anni dopo pubblicò La colonna e il fondamento della verità, capolavoro che lo colloca tra i teologi più significativi della nostra epoca.
Ma scoppia la rivoluzione comunista, il regime chiude l’Accademia Teologica e Florenskij è dapprima assegnato a uno stabilimento plastico, poi nominato professore di un istituto tecnico e coinvolto nei lavori per l’elettrificazione della Russia. In quegli anni pubblica numerosi contributi scientifici ed è tra i principali redattori della grande Enciclopedia tecnica, però non abbandona la fede e così diviene una minaccia per l’ideologia comunista secondo cui la religione era solo ignoranza, fino a quando, il 26 febbraio 1933, è arrestato e condannato a dieci anni di prigionia. Al quinto anno, l’ordine di eliminarlo.
La sua personalità traspare da questa lettera a Sergej Bulgakov del 15 agosto 1917: «Nello spazio ampio della mia anima non vi sono leggi. Io non voglio la legalità, non riesco ad apprezzarla, perché so di essere un brigante. Infatti non dovrei essere qui, seduto nel mio studio, ma dovrei andare a briglia sciolta nel cuore della notte, dovrei galoppare senza meta e gareggiare con il vento su un cavallo del Karabach. E questa corsa non conosce ostacoli! La mia steppa rispecchia la sconfinata libertà dell’Azzurro-celeste… Non mi turba nessun ostacolo costruito da mani d’uomo: lo brucio, lo spacco, diventando di nuovo libero, lasciandomi portare dal soffio del vento».
La vera spiritualità nasce anzitutto come contestazione, ribellione, desiderio di libertà. «Una vera anarchia è l’elemento generatore della religione», diceva Novalis. Se il mondo fenomenico appagasse l’anelito dell’interiorità, gli uomini non avrebbero mai posto il divino nella loro coscienza parlando di un “regno di Dio” diverso dal regno delle terra, come fece Gesù; di un “mondo delle idee” quale il vero essere, come Platone; di un “regno dei fini” contrapposto al regno delle cause, come Kant; di un «al di là dello spazio e del tempo», come Wittgenstein. Il desiderio di libertà dai legacci del mondo è decisivo, il che esistenzialmente significa: la verità di te stesso non te la consegna il pensiero comune con il suo conformismo sociale, ma una sfera più alta dell’essere. Senza questo strappo la spiritualità è solo un fenomeno mondano come altri, qualcosa di politico e di sociologico, ed essere credenti coincide con l’appartenere a una delle tante lobby mondane.
Ma se si vuole salire verso la pienezza, dopo questo primo momento di ribellione ne deve seguire un altro. Quale sia emerge dalle lettere di Florenskij ai suoi dal gulag in cui venne imprigionato. Così alla moglie: «Vorrei tanto che tu accumulassi più impressioni dell’arte e della natura, e spendessi meno forze nelle faccende domestiche. Cerca di cogliere da ciò che hai tutte le occasioni per gioire».
Florenskij invitava i suoi a intrattenersi da soli con il cielo osservando le stelle: non intendeva ovviamente quel modo di osservare compiuto negli osservatori astronomici per il quale le stelle non sono altro che un fenomeno da comprendere, bensì un’esposizione di sé stessi al mistero, un viaggio nella più profonda interiorità, una risalita alle sorgenti del proprio essere.
Qualche anno prima aveva spiegato così ai suoi figli l’intenzione fondamentale che lo guidava, tesa da un lato all’attenzione per la concretezza, dall’altro alla ricerca dell’universalità: «Per tutta la vita ho pensato a una sola cosa: al rinvenimento della verità nei fenomeni. Cercavo il fenomeno in cui la penetrabilità della carne del mondo era maggiore, in cui la scorza delle cose era più sottile, e più chiara traluceva l’unità spirituale… Tanto salda era la mia convinzione che la carne non fosse solo materia inerte, solo esteriore, quanto lo era la convinzione opposta, cioè che fosse impossibile, inutile e presuntuoso pensare di vedere quest’anima incorporea spogliata del suo velo simbolico…
Io volevo vedere l’anima, ma volevo vederla incarnata. Qualcuno vorrà chiamarlo materialismo, tutto sta però nel come interpretare la materia». È di questa filosofia di vita, amica della natura e generatrice di spiritualità, che oggi il nostro tempo ha bisogno.
Vito Mancuso, La Stampa 13 ottobre 2026
