Enzo Bianchi 'VITA SPIRITUALE'
Non si dà vita cristiana senza vita spirituale! Lo stesso mandato fondamentale
che la chiesa deve adempiere nei confronti dei suoi fedeli è quello di introdurli
a un’esperienza di Dio, a una vita in relazione con Dio.
È essenziale ribadire
oggi queste verità elementari, perché viviamo in un tempo in cui la vita
ecclesiale, dominata dall’ansia pastorale, ha assunto l’idea che l’esperienza di
fede corrisponda all’impegno nel mondo piuttosto che all’accesso a una
relazione personale con Dio vissuta in un contesto comunitario, radicata
nell’ascolto della Parola di Dio contenuta nelle Scritture, plasmata
dall’eucaristia e articolata in una vita di fede, di speranza e di carità.
Questa
riduzione dell’esperienza cristiana a morale è la via più diretta per la
vanificazione della fede.
La fede, invece, ci porta a fare un’esperienza reale di
Dio, ci immette cioè nella vita spirituale, che è la vita guidata dallo Spirito santo.
Chi crede in Dio deve anche fare un’esperienza di Dio: non gli può bastare
avere idee giuste su Dio. E l’esperienza, che sempre avviene nella fede e non
nella visione (cfr. 2 Corinti 5,7: «noi camminiamo per mezzo della fede e non
ancora per mezzo della visione»), è qualcosa che ci sorprende e si impone
portandoci a ripetere con Giacobbe: «Il Signore è qui e io non lo sapevo!»
(Genesi 28,16), oppure con il Salmista: «Alle spalle e di fronte mi circondi [...].
Dove fuggire dalla tua presenza? Se salgo in cielo, tu sei là, se scendo agli inferi,
eccoti» (Salmo 139,5 e sgg.). Altre volte la nostra esperienza spirituale è segnata
dal vuoto, dal silenzio di Dio, da un’aridità che ci porta a ridire le parole di
Giobbe: «Se vado in avanti, egli non c’è, se vado indietro, non lo sento; a sinistra
lo cerco e non lo scorgo, mi volgo a destra e non lo vedo» (Giobbe 23,8-9).
Eppure anche attraverso il silenzio del quotidiano Dio ci può parlare. Dio infatti
agisce su di noi attraverso la vita, attraverso l’esperienza che la vita ci fa fare,
dunque anche attraverso le «crisi», i momenti di buio e di oscurità in cui la vita
può portarci.
L’esperienza spirituale è anzitutto esperienza di essere preceduti: è
Dio che ci precede, ci cerca, ci chiama, ci previene. Noi non inventiamo il Dio
con cui vogliamo entrare in relazione: Egli è già là! E l’esperienza di Dio è
necessariamente mediata dal Cristo: «nessuno viene al Padre se non per mezzo
di me» dice Gesù (Giovanni 14,6). Cioè l’esperienza spirituale è anche esperienza
filiale.
Lo Spirito santo è la luce con cui Dio ci previene e orienta il nostro
cammino verso la santificazione, cammino che è sequela del Figlio: l’esperienza
spirituale diviene così null’altro che la risposta di fede, speranza e carità al Dio
Padre che nel battesimo rivolge all’uomo la parola costitutiva: «Tu sei mio
figlio!». Sì, figli nel Figlio Gesù Cristo: questa la promessa e questo il cammino
dischiusi dal battesimo!
Come diceva Ireneo di Lione, lo Spirito e il Figlio sono
come le due mani con cui Dio plasma le nostre esistenze in vite di libertà
nell’obbedienza, in eventi di relazione e di comunione con Lui stesso e con gli
altri.
Alcuni elementi sono essenziali per l’autenticità del cammino spirituale.
Anzitutto la crisi dell’immagine che abbiamo di noi stessi: questo è il doloroso, ma
necessario inizio della conversione, il momento in cui si frantuma l’«io» non
reale ma ideale che ci siamo forgiati e che volevamo perseguire come doverosa
realizzazione di noi stessi. Senza questa «crisi» non si accede alla vera vita
secondo lo Spirito. Se non c’è questa morte a se stessi non ci sarà neppure la
rinascita a vita nuova implicata nel battesimo (cir. Romani 6,4).
Occorrono poi
l’onestà verso la realtà e la fedeltà alla realtà, cioè l’adesione alla realtà, perché è
nella storia e nel quotidiano, con gli altri e non senza di essi, che avviene la
nostra conoscenza di Dio e cresce la nostra relazione con Dio. È a quel punto
che la nostra vita spirituale può armonizzare obbedienza a Dio e fedeltà alla
terra in una vita di fede, di speranza e di carità.
È a quel punto che noi
possiamo dire il nostro «sì» al Dio che ci chiama con quei doni e con quei limiti
che caratterizzano la nostra creaturalità. Si tratterà dunque di immettersi in un
cammino di fede che è sequela del Cristo per giungere all’esperienza
dell’inabitazione del Cristo in noi. Scrive Paolo ai cristiani di Corinto:
«Esaminate voi stessi se siete nella fede: riconoscete che Gesù Cristo abita in
voi?» (2 Corinti 13,5).
La vita spirituale si svolge nel «cuore», nell’intimo
dell’uomo, nella sede del volere e del decidere, nell’interiorità. È lì che va
riconosciuta l’autenticità del nostro essere cristiani. La vita cristiana infatti non
è un «andare oltre», sempre alla ricerca di novità, ma un «andare in
profondità», uno scendere nel cuore per scoprire che è il Santo dei Santi di quel
tempio di Dio che è il nostro corpo!
Si tratta infatti di «adorare il Signore nel
cuore» (cfr. I Pietro 3, I 5). Quello è il luogo dove avviene la nostra
santificazione, cioè l’accoglienza in noi della vita divina trinitaria: «Se uno mi
ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e
prenderemo dimora presso di lui» (Giovanni 14,23).
Fine della vita spirituale è
la nostra partecipazione alla vita divina, è quella che i Padri della chiesa
chiamavano «divinizzazione». «Dio, infatti, si è fatto uomo affinché l’uomo
diventi Dio», scrive Gregorio di Nazianzo, e Massimo il Confessore sintetizza in
modo sublime: «La divinizzazione si realizza per innesto in noi della carità
divina, fino al perdono dei nemici come Cristo in croce. Quand’è che tu diventi
Dio? Quando sarai capace, come Cristo in croce, di dire: “Padre, perdona loro”,
anzi: “Padre, per loro io do la vita”».
A questo ci trascina la vita spirituale, cioè
la vita radicata nella fede del Dio Padre creatore, mossa e orientata dallo Spirito
santificatore, innestata nel Figlio redentore che ci insegna ad amare come lui
stesso ha amato noi. Ed è lì che noi misuriamo la nostra crescita alla statura di
Cristo.
tratto da
Lessico della vita interiore. Le parole della spiritualità
di Enzo Bianchi
edito da Rizzoli nella collana Bur 2004
