'La vita di fede come pioggia dopo la siccità di relazioni'
Che bello se la fede di noi cristiani fosse come pioggia attesa che restituisce vita dopo la folle siccità di relazioni, l’aggressività, la ferocia.
21 Settembre 2026
Essere come la pioggia che scende nel cuore di estati infuocate come questa che forse è finita. Pioggia che arriva dopo un lungo sfiancante periodo di sole e caldo e afa, anche inquinamento, di sicuro immobilità forzata. Se sei bambino, anziana, malato, incinta, che non è malata ma vuol dire attenta perché da te dipende un’altra vita, allora ecco devi stare dentro, niente passeggiate che sarebbero benefiche, ma non oggi, non con il clima che abbiamo ferito e chissà se sapremo curarlo. La pioggia, dopo questo tempo chiuso, sospeso, preoccupato, è la liberazione. Sì, piove e si possono aprire le finestre, si può uscire, andare al parco, a fare la spesa, torniamo liberi, purché l’acqua non sia troppa e violenta, sempre effetto del clima malato.
La fede testimoniata e vissuta di noi cristiani sarebbe bello che fosse proprio così, come la pioggia attesa che restituisce la vita. Ogni tempo storico ha una sua immagine di vita desiderabile sulla terra.
Per gli ebrei schiavi in Egitto, la vita era la liberazione dagli egiziani che li avevano resi schiavi del Faraone.
Oggi non ci percepiamo schiavi, eppure ci sono equivalenti contemporanei della schiavitù. Che cosa c’è di più terribile del non poter uscire di casa per il caldo, il traffico, l’afa, l’inquinamento? Più schiavizzante della povertà di non poter desiderare ciò che è normale? E molti faraoni vanno e trovano per sé luoghi freschi, tengono case ghiacciate, potenti auto inquinanti e refrigerate, piscine, spa. Ogni estate le persone muoiono di questa schiavitù moderna, muoiono di caldo, semplicemente. Ma non la chiamiamo schiavitù, ecco.
Il giro dei pensieri in realtà era rivolto a qualcosa che oggi potesse richiamare potentemente la liberazione che la fede nel Signore promette. La nostra vita di cristiani che cosa deve rendere visibile, luminoso? Questo è. Perché la fuga dall’Egitto è qualcosa che ha scolpito la storia degli ebrei e di mezza umanità, un’immagine assoluta: schiavi prima e liberi poi. I vangeli offrono istantanee simili: il paralitico è prima immobile e poi se ne va con il lettuccio sotto il braccio. I cinquemila hanno fame e poi sono sazi e avanzano pani e pesci. Miracoli, che però rimangono punti di luce circoscritti, contati nel tempo e nello spazio.
E quindi? Noi? Ed ecco che questa ennesima estate troppo calda appena trascorsa ha portato l’immagine della pioggia. Si può essere pioggia di gesti meravigliosamente ordinari, quotidiani. Ma, come dire, sistematici, frutto di un’attenzione che ci porta fuori di noi a vedere il mondo. In farmacia, un signore in carrozzina, del tutto compos sui (padrone di sé, ndr) che non ottiene una ricetta importante perché il vecchio telefono non riconosce il formato con cui è stata caricata (capita anche questo), e invece di dire “se la caverà in qualche modo”, dopo lunghi tentativi, cercare di risolvergli il problema: il punto di continuità assistenziale è vicino e la farmacista giovane glielo spiega con calma, esce da dietro il bancone e glielo fa vedere guidando la carrozzina fino in fondo alla lunga fila in attesa, fino alla porta. Il malumore di qualcuno che già aveva detto ad alta voce: “ma non potreste essere più veloci a servire qui?” si scioglie con un po’ di vergogna.
La vita di fede è questa pioggia dopo la folle siccità di relazioni, l’aggressività, la ferocia. E sempre c’è lo scettico che chiede ma a che cosa serve? Infine si tratta di raggiungere una o due persone. Ma si tratta di uno e due vite, questo è. E forse anche chi sta intorno si lascia contagiare da un sentire meno puntuto. Settembre inizia forse appena più mite e noi ci prepariamo a essere pioggia leggera.
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