Massimo Recalcati 'Come rispondere alla paura'
Prima ancora di essere politica, l’esigenza di sicurezza è psichica. Per questa ragione non può essere liquidata come un comportamento regressivo o il frutto di un’azione di propaganda a fini elettorali. È un errore clamoroso che spesso coinvolge anche la sinistra.
28 agosto 2026
In un tempo traumatizzato dalle guerre e dall’incertezza per il nostro avvenire il tema
della sicurezza si è caricato di una valenza che non è più solo politica, ma assume anche
una connotazione mentale. Ridurre l’esigenza di sicurezza alla manifestazione di un
rudimentale analfabetismo politico non solo è un errore strategico che spalanca praterie
per una predicazione “alla” Vannacci, ma segnala soprattutto l’incapacità di
comprendere il carattere inaggirabile della pulsione securitaria.
L’essere umano non è, infatti, solamente un «animale sociale» — come riteneva
classicamente Aristotele — ma è anche animato da una spinta (antisociale) a rifiutare
l’estraneo, lo straniero, a identificarlo, come direbbe Freud, con l’ostile in quanto
fattore di perturbazione del suo equilibrio interno.
La pulsione a chiudersi anziché ad aprirsi non è, dunque, una patologia mentale, ma
una attitudine fondamentale dell’essere umano destinata ad accentuarsi di fronte a
situazioni di incertezza e di disordine. La pulsione securitaria nasce dalla necessità di
tracciare confini identitari che possano proteggere la vita individuale e collettiva
dall’irruzione dell’estraneo.
Prima ancora di essere politica, l’esigenza di sicurezza è dunque una esigenza psichica.
Se la figura di Ulisse mette in luce il carattere avventuroso della nostra vita, la fame di
conoscenza che la conduce a varcare i confini, a sentirsi attratta dall’ignoto, non
bisognerebbe mai dimenticare che esiste nell’essere umano anche una spinta altrettanto
intensa a preservare e a difendere i propri confini: chiudere una porta, recintare una
proprietà, edificare una frontiera rispondono all’esigenza psichicamente elementare di
distinguere il famigliare dall’estraneo. Il confine non è dunque soltanto una astratta
linea geografica, ma una forma essenziale della nostra organizzazione mentale.
Per questa ragione la richiesta di sicurezza non può essere liquidata come un
comportamento politicamente regressivo o come il frutto di un’azione di mera
propaganda organizzata a fini elettorali. È un errore clamoroso che spesso coinvolge
anche esponenti illustri della sinistra.
Dovremmo ricordare loro che non esiste solo il fascino irresistibile di Ulisse, ma anche
l’acuta osservazione di Elias Canetti che mette in rilievo la particolare sensazione che
ci investe quando, camminando lungo un grande viale cittadino o salendo su di un tram,
urtiamo accidentalmente uno sconosciuto. Per un istante i nostri confini personali
vengono violati. Qualcuno che non conosciamo è entrato abusivamente nel nostro
spazio fisico interrompendo una distanza che ci protegge.
Per un verso, dunque, l’umanità non sarebbe mai uscita dai propri confini se l’ignoto
avesse prodotto soltanto paura, ma, per un altro verso, l’ignoto può suscitare un brivido
capace di trasformare la curiosità per lo straniero in una minaccia di violazione.
L’esasperazione ideologica della pulsione securitaria è ovviamente sempre possibile.
Nel corso del Novecento ha provocato drammi senza precedenti. Il rischio della sua
trasformazione in xenofobia, in culto della razza e della salute o, addirittura, nella
fantasia delirante di un mondo finalmente liberato da ogni forma di alterità, si è
avverato tragicamente.
Tuttavia, chiudere i confini, alzare barricate, difendere il proprio territorio non sono
soltanto gesti ideologici, ma rispondono a un fantasma fondamentale: costruire un
luogo protetto dall’irruzione dell’esterno. Freud faceva l’esempio del guscio che
assicura protezione di fronte agli stimoli imprevedibili provenienti dall’esterno: un
dentro senza fuori, uno spazio finalmente sottratto all’imprevisto.
Il compito di una politica all’altezza della sfida della democrazia dovrebbe essere
quello di riconoscere l’esistenza della pulsione securitaria. Senza irridere la chiamata
alle armi di cui si fa portavoce il generale Vannacci, bisognerebbe avere il coraggio di
sostenere che l’inclusione non comporta la cancellazione della propria identità
nazionale, che l’accoglienza non comporta la negazione della propria memoria storica,
che il confine come luogo di scambio non comporta la sua soppressione come soglia
che definisce un’appartenenza.
Nondimeno, la domanda di sicurezza è inesauribile perché non può mai essere
pienamente soddisfatta: più il mondo appare precario, disordinato, imprevedibile, più
cresce il desiderio di stabilire confini sempre più netti; più le identità si mescolano, più
può emergere la tentazione a solidificarle. Ma il problema è che la sicurezza assoluta
coincide solo con la morte. Un mondo completamente sicuro sarebbe un mondo senza
sorpresa, senza alterità e senza rischio.
È questa la contraddizione che bisognerebbe riuscire a rendere feconda: non si
dovrebbe semplicemente opporre apertura a chiusura, libertà a sicurezza. Se, come
sappiamo, una società che organizza la propria identità intorno alla paura è destinata a
trasformare la protezione in una forma di segregazione, non dovremmo nemmeno
dimenticare che una società che nega l’esistenza della paura finisce per consegnarsi ai
peggiori propagandisti della reazione.
Il compito della politica non è quello di sopprimere la pulsione securitaria, ma di
tenerne conto dandole una forma che non distrugga ciò che pretende di proteggere. Non
abbiamo paura soltanto perché qualcuno ci ha insegnato ad averne. Abbiamo paura
perché siamo esseri vulnerabili, esposti alle insidie del mondo. La civiltà non comincia
quando eliminiamo la paura, ma quando impariamo a non trasformarla in una spinta
aggressiva. La paura non è l’esito di un deficit cognitivo ma ci appartiene. Cosa ne
possiamo fare? La brace che alimenta la follia di una società chiusa su se stessa che
trasforma i suoi confini in muraglie o una domanda di sicurezza da tenere in seria
considerazione, non negata e non schernita snobisticamente come se fosse solo il
prodotto pregiudiziale di una cattiva educazione o di una manipolazione
propagandistica?
