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Paolo Gamberini 'Il perdono che libera: oltre la ferita'

Primo piano di due persone che si stringono calorosamente le mani sopra un tavolo in legno chiaro, trasmettendo un senso di reciproco conforto, sostegno e riconciliazione. Nella parte inferiore, una banda marrone scuro riporta il titolo del post "Il perdono che libera: oltre la ferita di Paolo Gamberini" e il logo del blog AlzogliOcchiversoilCielo.
9 settembre 2026 

Nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore” (Rom 14,7-8

C’è una frase che Marta ripeteva a se stessa fin da bambina, ogni volta che qualcuno la feriva: “Non importa, va tutto bene, lasciamo perdere.” L’aveva detta anche a Luca, dopo l’ennesima battuta tagliente pronunciata davanti agli amici. Aveva sorriso, come sempre. E Luca, soddisfatto, le aveva risposto: “Ecco perché ti amo: sei così comprensiva.” Marta sentì quella frase come un peso, non come una carezza. Non era amore: era l’elogio della sua capacità di sopportare. 

La storia di Marta racconta qualcosa che riguarda tutti noi: il perdono, quando viene confuso con la rassegnazione, non guarisce nulla. Anzi, autorizza il male a continuare. Ogni volta che Marta taceva, Luca cresceva nella convinzione di poter ferire senza conseguenze. Il suo “perdono” era diventato una forma sottile di sottomissione, un modo per non disturbare, per non perdere un affetto che sentiva fragile. 

Ma un perdono che si piega su se stesso, che rinuncia alla propria dignità pur di non creare conflitto, non è più un gesto libero: è una strategia di sopravvivenza travestita da virtù. 

Il giorno in cui Marta trovò il coraggio di dire “Ti perdono, ma non resterò qui a farmi ferire ancora”, accadde qualcosa di nuovo. Non fu un atto di rabbia né di vendetta, ma di dignità. E proprio in quel momento il perdono cambiò natura: da resa passiva divenne scelta di libertà. 

Il perdono non è sottomissione, ma libertà 

Qui si tocca il cuore del malinteso più comune sul perdono. Nella sua versione superficiale, perdonare sembra significare accettare, sopportare, tollerare che la ferita si ripeta. Ma questa è una caricatura, non la verità del perdono. Perdonare non significa permettere all’altro di continuare a fare del male: significa riconoscere con lucidità ciò che è accaduto, senza negarlo, e decidere che quella ferita non avrà più il potere di determinare la mia vita. 

Per questo il perdono autentico implica sempre porre dei confini. Chi perdona non si consegna di nuovo alla vulnerabilità che l’ha ferito, ma stabilisce una soglia chiara, un limite che protegge la propria integrità. Il confine non è vendetta: è cura. È il modo in cui custodisco la mia dignità, impedendo che la ferita diventi la struttura permanente della mia esistenza. 

C’è un gesto evangelico che illumina bene questa dinamica sana di perdono: scrollarsi la polvere dai piedi. Non è disprezzo, ma libertà. Significa: “Ho fatto ciò che potevo, ho dato ciò che avevo, ma non posso restare dove la mia presenza viene ferita.” È un perdono che non si confonde con la coazione a ripetere, che non obbliga alla riconciliazione — la quale è possibile solo quando entrambe le parti desiderano e costruiscono insieme un futuro diverso. Il perdono, invece, è un atto unilaterale: nasce nel cuore di chi decide di non restare prigioniero del male ricevuto. 

Voltare pagina: interrompere il ri-sentire 

C’è un secondo movimento, altrettanto necessario. Alcune ferite non finiscono quando termina ciò che le ha causate. L’evento è passato, ma noi continuiamo ad abitarlo: ricostruiamo la scena, immaginiamo ciò che avremmo dovuto dire, attendiamo una riparazione che forse non arriverà mai. 

È il risentimento: letteralmente, ri-sentire la stessa ferita più e più volte. L’altro mi ha ferito una volta; io, attraverso la memoria risentita, rischio di continuare a ferirmi da solo cento volte. 

Rancore e ira sono cose orribili, e il peccatore le porta dentro (Sir 27,30): la Scrittura non minimizza il male subito, ma mette in guardia da ciò che il rancore fa a chi lo trattiene. Perdonare significa interrompere questo meccanismo. Non significa dire che il male non è stato grave, né giustificare chi l’ha compiuto. Significa poter dire: questo è accaduto, ma la mia vita non finisce qui. 

L’immagine più semplice è quella del voltare pagina. Voltare pagina non significa strapparla dal libro: essa rimane, fa parte della mia storia, nessuno può cambiare ciò che è accaduto. Ma una cosa è avere quella pagina alle spalle, un’altra è continuare a leggerla come se fosse l’unica pagina esistente. Dentro ciascuno di noi vive una forza che desidera ancora incontrare, amare, stupirsi: il perdono restituisce libertà a questa voglia di vita, che il risentimento aveva imprigionato. 

Vivere per il Signore: la radice del perdono 

Ed è qui che il versetto di Paolo ai Romani illumina tutto il cammino: “Nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore” (Rom 14,7-8). Questa parola costituisce il fondamento più profondo del perdono: se la mia vita non appartiene a me soltanto, se il senso ultimo della mia esistenza non dipende da ciò che l’altro mi ha fatto o non mi ha fatto, allora nessuna ferita — per quanto reale e dolorosa — può avere l’ultima parola sul mio destino. 

Chi vive per il Signore riceve da Lui, e non dall’approvazione altrui né dalla riparazione che attende, la propria identità e il proprio valore. Questo è ciò che rende possibile sia il confine di Marta sia il voltare pagina: non un atteggiamento di durezza, ma la certezza che la mia vita è custodita altrove, in Qualcuno più grande della ferita ricevuta. Per questo il perdono cristiano non è mai semplice buonismo: è un atto radicato nella fede che la vita — la mia e quella di chi mi ha ferito — appartiene a Dio, e non alle logiche del contraccambio e della vendetta. 

La risurrezione stessa non cancella le ferite: il Risorto porta ancora i segni dei chiodi. 
Ma quelle ferite non sono più luogo di morte; sono ormai dentro una vita che ha ricominciato a camminare. Forse il perdono assomiglia proprio a questo: non vivere come se non fossimo mai stati feriti, ma impedire alla ferita di avere l’ultima parola. 

Un talento da far fruttificare 

C’è infine un ultimo passaggio, spesso dimenticato: il perdono ricevuto — da Dio, prima ancora che dagli uomini — non è un possesso da custodire per sé, ma un dono da far circolare, come un talento che deve fruttificare (cfr. Mt 25,14-30). Chi ha sperimentato di essere perdonato, e ha imparato a perdonare senza piegarsi, diventa a sua volta capace di offrire agli altri quello spazio di libertà che ha ricevuto. Il perdono, allora, non si esaurisce in un evento privato tra due persone: diventa un movimento di vita che si trasmette, un modo di abitare le relazioni che testimonia che nessuno di noi vive per se stesso, e che proprio per questo nessuno è condannato a restare prigioniero del male ricevuto.

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