Severino Dianich 'Tutti cerchiamo una salvezza: quale?'
24 agosto 2026
Non c’è momento di preghiera nella liturgia della Chiesa che non inizi con un’invocazione di salvezza, a cominciare dall’incipit della liturgia di tutte le diverse ore del giorno: «O Dio, vieni a salvarmi. Signore, vieni presto in mio aiuto».
I tanti nomi della “speranza”
Nel Messale Romano salvezza ricorre più di seicento volte. Nella Bibbia il sostantivo ricorre quasi duecento volte, ma le diverse declinazioni della radice salv, già solo nei libri che vanno dalla Genesi ai Profeti, ammontano a cinquecento ricorrenze e, nel solo Nuovo Testamento, a quasi duecento.
La proclamazione di Mardocheo, il deportato ebreo che a Susa era diventato un personaggio importante alla corte di Assuero, re di Persia, può essere assunta a divisa di tutto il popolo dei credenti: «La mia nazione è Israele, quelli che elevarono le loro grida a Dio e furono salvati» (Est 10,3f). La fede di Israele e dei cristiani è che Dio ci salva, che c’è salvezza.
Chi è mai che nella sua vita non ha mai sentito il bisogno di essere salvato! Da quali sciagure? Innumerevoli e le più diverse. Dal bambino che spera la mamma non si accorga delle sue dita sporche di nutella, al delinquente che sta escogitando le vie di fuga per non essere arrestato; dallo studente che si augura di cavarsela agli esami, al disoccupato che spera di raggiungere una buona posizione in classifica nel concorso per un posto di lavoro.
Soprattutto le speranze dei poveri costellano dovunque il linguaggio umano. La straordinaria efficacia espressiva di quell’intenzionale svarione di grammatica, aveva reso celebre negli anni Novanta il titolo del libro, «Io speriamo che me la cavo», nel quale Marcello D’Orta raccoglieva i temi dei bambini napoletani, suoi scolari. Con il loro linguaggio spontaneo e spesso sgrammaticato, raccontavano la propria vita quotidiana: la famiglia, la scuola, i genitori, la religione, la povertà, i litigi, la malavita, i desideri e le paure, ed esprimevano le loro speranze.
Lungo una vita, mille sono le situazioni di rischio, nelle quali si vive l’esperienza di esserne usciti salvati. Quella della malattia, di incidenti di ogni genere, che possono anche risultare mortali, delle sciagure della natura, dell’ostilità di nemici che a volte incupiscono quotidianamente il nostro orizzonte, di quelle della stoltezza degli uomini, che scatenano le guerre. Solo per grande grazia di Dio, fino ad oggi, siamo stati salvati dal pericolo, pur sempre incombente sull’umanità, di una guerra atomica.
Che oggi l’umanità si sia salvata davvero dal flagello della fame, non si può dire ancora, però è vero che oggi, per la prima volta nella storia, secondo le dichiarazioni della FAO, si è in grado di produrre pane per tutti: il problema della fame non è un problema economico, è oggi, eminentemente, un problema politico. Per cui la missione di salvezza della Chiesa comprende, come suoi elementi non preteribili, anche la lotta per la giustizia, contro la fame nel mondo, e l’opera di costruzione della pace. Lo afferma ripetutamente la Gaudium et spes.
Salvati dal dominio della morte
La speranza, però, che trascende tutte le altre, è la speranza di essere salvati dal dominio della morte, nella risurrezione, e questa speranza è il cuore del messaggio che la fede cristiana porta nel mondo.
La salvezza dalla morte ha la sua imponente e decisiva figura nel Cristo risorto: «Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti» (1Cor 15,20). Il preconio pasquale è, nella notte del sabato santo, il potente squillo di tromba che chiama le schiere degli angeli a esultare insieme al popolo cristiano, perché ormai anche il peccato brilla, felix culpa, nell’aura gloriosa del trionfo del grande re della vita.
Ma quanto resti drammatica l’esperienza della speranza cristiana della suprema salvezza, pochi testi, come quello di Agostino sul suo dolore per la morte della madre, rendono efficace testimonianza. «Le chiudevo gli occhi, e una tristezza immensa si addensava nel mio cuore e si trasformava in un fiotto di lacrime. Ma contemporaneamente i miei occhi sotto il violento imperio dello spirito ne riassorbivano il fonte sino a disseccarlo. Fu una lotta penosissima… Alla sepoltura del suo corpo andai e tornai senza piangere» (Confessioni IX, 12, 29-32).
C’è salvezza dopo la morte?
La fede nella risurrezione e la speranza di una nuova vita non cancellano il dolore e lo sconcerto del cuore di fronte alla morte: «Fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato» (1Gv 3,2). Pur sempre tra cristiani non possiamo rinunciare a comunicarci la speranza: «Non vogliamo, fratelli, lasciarvi nell’ignoranza a proposito di quelli che sono morti, perché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza» (1Tess 4,13).
La questione è drastica: c’è o non c’è salvezza dalla morte? C’è o non c’è risurrezione? Per Paolo su questo punto stat vel cadit la fede cristiana: «Se non vi è risurrezione dei morti, neanche Cristo è risorto! Ma se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede… Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto; ma se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati».
Ed è dalla fede nella risurrezione che la speranza si irradia, nelle sue più diverse declinazioni, su tante altre situazioni che il cristiano si ritrova a dover affrontare nella sua vita. L’apostolo ne vede radicalmente condizionata la felicità dell’esistenza cristiana: «Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini» (1Cor 15,13-17).
La tradizione cristiana si è creata una formula che sintetizza tutto il suo senso della salvezza: Salvezza dal peccato e dalla morte. L’ha derivata da Paolo che scriveva ai Romani: «La legge dello Spirito che dà vita in Cristo Gesù ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte».
La liberazione dal peccato
La liberazione dalla morte è oggetto di speranza: «Nella speranza infatti siamo stati salvati» (Rom 8,2.24).
La liberazione dal peccato, invece, ci aspetteremmo di sperimentarla come una realtà presente. Ma, se ci guardiamo d’intorno, lo spettacolo del mondo non ci dà l’impressione che siamo stati salvati dal peccato. La verità, infatti, è più austera, è quella che professiamo nel Credo: «Credo… la remissione dei peccati»: il conforto decisivo è solo quello del perdono di Dio.
Quando, però, il Battista presentava Gesù al mondo, attribuiva alla sua missione un’incidenza più profonda di quella che sarebbe stata la riconciliazione con Dio e il suo perdono, poiché egli lo definiva come «colui che toglie il peccato del mondo!» (Gv 1,29). Grazia di Dio c’è dovunque e, là dove è accolta, il peccato scompare dal mondo o, almeno, si dirada nel mondo.
Non si dimentichi, però, che, se la liberazione dalla morte è un futuro che si attende e si spera, la liberazione dal peccato è un dono, che esige di essere accolto e attuato. Gabe und Auf-gabe, ha lasciato scritto la teologia tedesca: è grazia e compito. Su questo piano la salvezza non è un dato acquisito, ma una dinamica che parte dal cuore dell’uomo, raggiunto dalla grazia, e si sviluppa nelle più diverse azioni della vita. Sua condizione è, ovviamente, la convinzione che l’eliminazione del peccato dal mondo è possibile, se non per opera dell’uomo, certamente per opera di Dio, se non nel corso della storia, sì nel suo finale compimento.
Si oscillerà fra il pessimismo di Lutero, che, a volte, sembra ritenere impossibile per l’uomo fare qualcosa senza peccare, e l’ottimismo cattolico che la pensa diversamente, ma c’è sempre, nella coscienza cristiana, un dato iscritto nel suo DNA, un ideale imprescindibile, l’aspirazione a realizzare nella propria vita personale la giustizia e ad operare perché essa si compia nella società.
Dal Battista Gesù non era presentato come uno che veniva a perdonare i peccati degli uomini, ma piuttosto come il potente, colui che sarà l’«aíron del peccato». Aíro significa togliere: il Cristo viene con potenza a eliminare il peccato dal mondo.
La fede nella risurrezione
Ciò che contrassegna in maniera netta l’identità cristiana, che crea la differenza fra il cristiano, gli uomini non religiosi e quelli che godono di altre esperienze religiose, è la fede nella risurrezione e quindi la speranza di una suprema salvezza.
Papa Francesco ha scritto tutta un’Esortazione apostolica sulla gioia del vangelo, nella quale egli, con rara efficacia, deplora l’emarginazione della speranza nell’esperienza cristiana: «Ci sono cristiani la cui vita sembra una Quaresima senza Pasqua. … Capisco le persone che inclinano alla tristezza per le gravi difficoltà che devono patire, però lentamente bisogna permettere che la gioia della fede cominci a destarsi come una segreta ma ferma fiducia, anche in mezzo alle peggiori angustie» (EG 6).
Non è una superficiale attesa che tutto vada bene, del tipo «Io speriamo che me la cavo», ma la certezza che «la risurrezione di Cristo produce in ogni luogo germi di questo mondo nuovo; e, anche se vengono tagliati, ritornano a spuntare, perché la risurrezione del Signore ha già penetrato la trama nascosta di questa storia» (EG 278).
