Enzo Bianchi 'Dopo lo scisma, bisogna andare avanti'
Lo strappo è avvenuto nonostante gli appelli di papa Leone XIV a «non lacerare la tunica di Cristo»
agosto-settembre 2026
Ormai lo scisma è avvenuto. Com’era stato annunciato – e noi su queste colonne avevamo sottolineato che sarebbe stata una grave ferita al corpo di Cristo – il 2 luglio scorso la Fraternità sacerdotale San Pio X, fondata da monsignor Lefebvre, ha ordinato senza mandato pontificio quattro nuovi vescovi incorrendo così nella scomunica prevista dalla tradizione e dal diritto canonico. Papa Leone, alla vigilia di questo atto scismatico ha indirizzato una lettera al capo della Fraternità, don Davide Pagliarani, chiedendogli umilmente e fraternamente di “non lacerare la tunica inconsutile di Cristo”, di non spezzare la rete ecclesiale riconoscendo i meriti di questa porzione di chiesa nella fedeltà alla tradizione. Questo avveniva in continuità con gli atteggiamenti molto benevoli di Benedetto XVI e quelli misericordiosi di Papa Francesco, ma tale sforzo è risultato inutile con grande dolore non solo del Papa ma della chiesa tutta. Io come monaco ho imparato dal monachesimo antico che se qualcuno se ne va dalla comunione tutta la comunità ne soffre e da quell’ora la comunità deve farsi domande sulle ragioni di tale uscita.
Analogamente credo che la chiesa debba fare innanzitutto un esame di coscienza sincero e penitenziale su quei “vissuti” che sono contestati da coloro che rifiutano la realizzazione avvenuta nel post-concilio. Quando osservo la sciatteria con cui spesso sono celebrate molte messe, la trasformazione in happening delle cosiddette messe per i giovani e, mi si permetta, le liturgie (ma liturgie non sono e non sono neanche degne di essere chiamate devozioni) nelle feste popolari, numerosissime in Italia, allora anch’io provo disagio grande, non riesco a rimanere a tutta la liturgia e me ne esco di chiesa intristito e amareggiato.
Quando ormai alcuni “addetti al dialogo interreligioso” che si definiscono teologi improvvisano preghiere con credenti di altre religioni o affermano che tutte le religioni portano a Dio, allora anch’io mi irrigidisco e giudico queste posizioni non più cattoliche! E che dire dei canti che si fanno nelle nostre chiese? Talvolta più mondani che cristiani, allora decisamente meglio il gregoriano!
Sì, molti sono gli interrogativi che la chiesa deve farsi. Ma ce ne sono altri: perché non biasimare anche le ordinazioni fatte da cardinali che si presentano con uno strascico lungo sette metri? Queste sì che sono messe in scena, non liturgie evangeliche ma teatri faraonici con profili assiri in chiese trasformate in passerelle. E perché poi si permette ad alcuni istituti presbiterali o religiosi non solo di praticare il Vetus Ordo ma di praticarlo in un modo che certamente i benedettini di Barroux e di Solesmes mai approverebbero. E infine occorrerà interrogarci anche sulle molte ambiguità che in passato ci sono state nelle trattative tra lefebvriani e Santa Sede, dicendo la verità e confessando che si è giunti talora “al doppio gioco”, non favorendo la sincerità, la parresia, la libertà.
Ma fatto l’esame di coscienza, e quello che abbiamo indicato non è certo esaustivo, “bisogna andare avanti”, come ha detto Papa Leone, ma con intelligenza, discernimento e sapienza. Questi fratelli che se ne sono andati sono e restano nostri fratelli; “fratelli separati” ma fratelli nei confronti dei quali deve esserci sempre attenzione, dialogo, confronto e mai disprezzo o condanna definitiva. Il Signore che ci ha fatto comprendere di più il Vangelo e ci ha indotto con il Concilio Vaticano II a contraddire i concili lateranensi, che condannavano per l’eternità i cristiani fuori dalla chiesa, ci spinge al dialogo, all’ospitalità reciproca, alla fraternità assoluta per una chiesa che sia una comunione plurale secondo la preghiera di Gesù nel suo esodo pasquale. Dunque dobbiamo sentirci debitori di dialogo e ospitalità verso tutti, tutti ma mai rinunciando alla differenza cristiana.
E infine che dire dei nostri fratelli che continuano a praticare il Vetus Ordo? La situazione oggi è chiara ma non esente da problemi: è chiara perché Papa Francesco nel 2021 ha emanato Traditionis custodes, una lettera apostolica che stabilisce che nella chiesa ci sia un unico rito, quello scaturito dalla riforma conciliare e promulgato da Paolo VI e Giovanni Paolo II. L’unica lex orandi stabilisce l’unica lex credendi, e solo al vescovo spetta autorizzare messe secondo il Vetus Ordo all’interno di qualche chiesa.
E tuttavia Papa Francesco, nei giorni immediatamente successivi dava la facoltà di celebrare nel Vetus Ordo (prima del 1962) ai monaci di Fontgombault, e di conseguenza a quelli della Congregazione di Solesmes, che praticano questo venerabile rito (Barroux, Randol, Triors, etc). Conosco sufficientemente bene questi monasteri per attestarne la qualità evangelica, la radicalità della vita: non sono preoccupati di avere “la griffe monastic” ma di fare un’umile sequela Christi lavorando la vigna, facendo pane, aiutando i poveri della regione e accogliendo gli scarti della società. Tunc veri monachi sunt, dice la regola di Benedetto. Chi va a visitarli si ritrova in un’abbaziale di Cluny, con la liturgia delle ore cantata in gregoriano ed eseguita creando un clima che invita alla preghiera quanto la liturgia della chiesa ortodossa. E resto convinto che conservino un tipo prezioso di eucologia e di canto della chiesa latina che non deve andare perduto.
All’abate di Solesmes che chiedeva a Papa Francesco: “Cosa devo fare? Posso continuare con il Vetus Ordo?”, il Papa rispondeva: “Discerni tu! E decidi tu che sai cosa è necessario!”.
E accanto a queste abbazie c’è la galassia di gruppi e comunità “amanti il vecchio rito”, “osservanti la liturgia nel Vetus Ordo”. Ce ne sono anche in Italia, poche, ma sono invece molte all’estero, specie in Nord America. Questi fedeli si calcola siano circa 500.000 e i presbiteri che assicurano loro i sacramenti sono più di 500.
Per ora sono realtà in comunione con Roma ma questa comunione è fragile e su di essa occorre vegliare perché è facile scivolare da queste realtà alle posizioni dei lefebvriani e di fatto vivono la condizione scismatica anche se non dichiarata e visibile. A questi occorre chiedere con molta forza il riconoscimento della legittimità e della validità della liturgia di Paolo VI, il riconoscimento delle tre costituzioni dogmatiche del Vaticano II, e del ministero di Pietro esercitato nella sinodalità. Non si deve chiedere di accogliere altro del Concilio Vaticano II, perché di questo Concilio non va fatto un idolo. Noi non accogliamo e non osserviamo le ingiunzioni dei concili lateranensi e quindi questo limite può essere riconosciuto anche al Vaticano II.
La costituzione Gaudium et spes soprattutto, un testo frutto dell’ottimismo del tempo, non dei segni dei tempi, sociologico più che ispirato dalla parola di Dio, non può essere normativo. Già fin da quando fu emanato ricevette le critiche di Giuseppe Dossetti, Giuseppe Alberigo, Divo Barsotti e le mie, memori delle parole di Giovanni tralasciate nella costituzione: “Questo mondo è tutto sotto il maligno” (1Gv 5,19).
Sì, non è un cammino facile quello della comunione nella verità e vorremmo che fosse un cammino sul quale esercitano la loro responsabilità tutti i battezzati, non solo il Papa. È vero che compete a Pietro e ai suoi successori essere servo della comunione, è vero che spetta a lui per dovere cercare l’unità nella chiesa e con le altre chiese, ma il Papa non è il sacramento della chiesa, non è tutta la chiesa, né la sua sintesi: si trova al fondo della piramide rovesciata, come ha insegnato Papa Francesco, per aprire la chiesa alla sinodalità.
Purtroppo, anche in questa rottura scismatica l’accento ripetuto solo sull’obbedienza al sommo pontefice come condizione di comunione non è coerente con un’ecclesiologia che può aiutare il cammino verso l’unità. Il Papa è amato dai cattolici perché credono al ministero di Pietro, ma un ministero voluto da Cristo in mezzo a quello dei Dodici, non senza i Dodici e non contro i Dodici! È il servo dei servi di Dio ed è chiamato ad esserlo non solo simbolicamente.
