'Così si travisa il cristianesimo, basta con gli strafalcioni'
Quando una citazione sbagliata cambia il senso della fede.
venerdì 24 luglio 2026
Dopo aver corretto pubblicamente il filosofo Umberto Galimberti su alcune affermazioni attribuite a Gesù, invitandolo a una maggiore accuratezza nell'affrontare temi biblici, il vescovo e teologo Antonio Staglianò torna a intervenire contro un altro protagonista della divulgazione italiana. Questa volta nel mirino finisce lo storico Alessandro Barbero, reo, secondo il presidente della Pontificia Accademia di Teologia, di avere attribuito a sant'Agostino una delle frasi più celebri – e più frequentemente travisate – della storia del pensiero cristiano.
Staglianò sembra ormai aver assunto un ruolo preciso nel dibattito pubblico: quello del "correttore" delle semplificazioni con cui, a suo giudizio, filosofi, storici e intellettuali raccontano il cristianesimo a un pubblico vastissimo.
Non si tratta, nelle sue intenzioni, di difendere un'ortodossia accademica fine a sé stessa, ma di evitare che errori ripetuti da figure autorevoli finiscano per trasformarsi in verità condivise.
Lo scontro nasce da un video diffuso sui social nel quale Barbero, spiegando le ragioni del proprio ateismo, osserva che la fede appartiene a una dimensione che va «al di là di ogni dimostrazione» e richiama quella che attribuisce a sant'Agostino: «Credo perché è assurdo». È proprio questo passaggio a provocare la reazione del teologo.
«Dinanzi a questa affermazione c'è da sobbalzare», scrive Staglianò in una lunga riflessione. «Come può uno storico del calibro di Barbero, e per di più uno dei maggiori esperti del Medioevo, attribuire a sant'Agostino la celebre massima Credo quia absurdum?». Per il presidente della Pontificia Accademia di Teologia l'errore non è marginale. Quella formula, ricorda, non appartiene infatti al vescovo di Ippona, ma deriva da Tertulliano e, già nella sua formulazione originaria, è molto diversa dalla versione entrata nell'immaginario collettivo.
Secondo Staglianò, attribuire quella frase ad Agostino significa rovesciare il pensiero del grande Padre della Chiesa, che dedicò l'intera esistenza a mostrare come fede e ragione non siano mondi contrapposti, ma percorsi destinati a incontrarsi. Per questo il teologo parla di un «gigantesco equivoco teologico e filosofico», ben più grave di un semplice lapsus.
Ma la replica va oltre la questione filologica. Staglianò contesta anche l'idea, espressa da Barbero, che la fede cristiana si collochi semplicemente «al di là di ogni dimostrazione». È qui che il confronto si sposta dal terreno della storia a quello della teologia.
«Il cristianesimo – osserva – possiede una sua razionalità, anche se non è quella dei laboratori o delle equazioni matematiche». La prova della verità cristiana, sostiene, non consiste nell'assurdo, bensì nella testimonianza concreta della carità. Richiamando Hans Urs von Balthasar, ricorda che «solo l'amore è credibile»: il logos della fede si manifesta nella capacità di donare la propria vita, perfino per il nemico, e non nell'adesione irrazionale a ciò che appare impossibile.
Da qui l'affondo finale rivolto allo storico: «Non le chiediamo di tollerarci come simpatici sognatori dell'assurdo». Una frase che sintetizza il senso dell'intervento: contestare una rappresentazione del cristianesimo ridotto a fede cieca e irrazionale.
Al di là della polemica contingente, il confronto tra Staglianò e Barbero mette in luce una questione destinata a tornare sempre più spesso nel dibattito pubblico: fino a che punto la divulgazione può semplificare senza deformare? Quando a parlare sono studiosi seguiti da milioni di persone, una citazione inesatta o un riferimento approssimativo rischiano infatti di trasformarsi rapidamente in conoscenza condivisa. È su questo terreno, prima ancora che su quello confessionale, che il presidente della Pontificia Accademia di Teologia sembra aver scelto di combattere la sua battaglia.
