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Enzo Bianchi 'La Chiesa diventata piccola minoranza'

L'interno spoglio e senza tetto dell'Abbazia di San Galgano, aperta verso il cielo azzurro. In basso, un riquadro marrone contiene il titolo dell'articolo di Enzo Bianchi "La Chiesa diventata piccola minoranza" per il blog Alzo gli Occhi verso il Cielo.

luglio 2026 

Era stato Ratzinger al Concilio a fare questa profezia di minoranze significative per il rinnovamento.

Conosciamo tutti la profezia del teologo Joseph Ratzinger che, avendo partecipato alla fatica del Concilio, inaspettatamente predisse che nei decenni a venire la chiesa sarebbe diventata una piccola minoranza. Si parlava allora di minorités agissant, minoranze significative ed efficaci, e sorgevano comunità che credevano fortemente in questa dinamica capace di rinnovamento e di mutare anche situazioni e sorti umane. Si nutriva una visione ottimistica circa questa possibilità: la chiesa diventata umile e povera sarebbe ripartita dai suoi inizi, non avrebbe conosciuto la prosperità, non avrebbe più goduto dell’appoggio dei poteri mondani e si sarebbe dovuta spogliare di molti beni… 
Per alcuni cattolici questo era un sogno, un desiderio, oggetto d’invocazione. 

Da allora sono passati alcuni decenni e di fatto qualcosa si è avverato della profezia di Ratzinger: la chiesa sta abbandonando molti luoghi di culto e molti edifici, sovente venduti per diventare o spazi destinati ad altri culti, o luoghi culturali, o commerciali. Il numero dei presbiteri è più che dimezzato e le religiose stanno per scomparire. Tra i monaci, poi, che non hanno vocazioni, si registra un invecchiamento che rende le loro comunità precarie e umanamente povere. Non è facile nutrire speranza nel futuro per una tale chiesa e un giovane fa molta fatica ad aderire a chiamate verso cammini di vita pastorale o religiosa, oggi assolutamente non attraenti. 

Per ora quella chiesa più spirituale plasmata dalla primitiva ecclesiae forma, la chiesa delle origini, non appare perché la mondanità ha cambiato forme ma regna come prima, come al tempo della cristianità. Sì, c’è chi esalta l’attuale momento di crisi e lo considera un’occasione preziosa per il Vangelo, un’ora pasquale, un tempo di riuscita, ma in questo caso mi sembra che sia un tentativo di coprire la crisi con un’ottica ottimista che rimuove ogni responsabilità, operazione tipica di chi della sua impotenza fa una virtù! 

Il Concilio – certamente non tutti i documenti del Concilio, ma le costituzioni dogmatiche – ha tracciato un cammino di riforma serio e fortemente impegnativo, ma di questa riforma che ne è dopo sessant’anni? Avvenuta in parte nella liturgia eucaristica si è arrestata a un certo punto e per quanto riguarda la vita di preghiera dei fedeli non si è fatto nulla. Di fatto la si è impoverita e si mantiene una grave contraddizione: basti sentire i canti che il popolo di Dio continua a fare, vedere le processioni sempre più dotate di bizzarre invenzioni e creazioni, per notare una contraddizione tra la liturgia voluta dal Concilio e la preghiera della comunità cristiana. So che viene chiamata “pietà popolare” e anche esaltata, ma non è in conformità con la teologia espressa dalla fede e dalla liturgia della riforma conciliare. Si disprezza il rito Vetus Ordo mantenuto dai tradizionalisti fino a volerli escludere dalla comunione cattolica e si tollerano e si promuovono processioni – vere e proprie eredità delle processioni celebrate dai fenici che portavano su carri o sulle spalle i loro dèi – con canti e invocazioni più pagane che ispirate dal Vangelo. 

Perché non c’è volontà di purificazione della liturgia? 
Ho partecipato ancora una volta a un raduno di fedeli cattolici provenienti da diverse chiese locali e con altri osservatori attenti notavamo che le domande che emergevano chiaramente vertevano proprio su tali contraddizioni: questi fedeli portavano a testimonianza liturgie celebrate nelle loro chiese per le quali avevano patito scandalo proprio a causa del misconoscimento della riforma liturgica conciliare. 

Com’è possibile permettere e favorire tale pietà popolare e poi insistere che nulla sia tralasciato e nulla mutato nella liturgia eucaristica senza tener conto dell’assemblea? Vere e proprie contraddizioni che non aiutano né la partecipazione alla liturgia né la vita di fede. 

Ho già fatto notare su queste colonne l’invito della Conferenza Episcopale Italiana nel documento di attuazione del sinodo (2025) ad aprire i cantieri per una revisione del linguaggio dell’eucologia nella liturgia e c’è già qualche vescovo avveduto e intelligente che si è messo all’opera. Non sarà un lavoro né facile né breve e non si deve ripetere l’errore dell’ultimo messale, quando è stato affidato il compito di lavorare sulle collette ad alcuni, concedendo loro pochi mesi per la stesura. Occorre ricerca e studio e si ricorra a biblisti e liturgisti esperti delle fonti, non a esperti di pastorale come è successo in Italia recentemente, dove abbiamo finito per ritrovarci di fronte a una traduzione dei Salmi gravemente carente e non cantabile. Occorrono liturgisti, non antropologi! Questo rinnovamento è necessario a partire dalle “collette”, dalla “secreta” e dal “post-communio”, che risentono molto della loro origine medievale e di un linguaggio vecchio, non più capace di esprimere l’amore sempre preveniente e gratuito del nostro Dio. 

Papa Leone con la sua mitezza e il suo fermo desiderio per l’unità della chiesa può fare molto in quest’ora difficile, segnata da un accrescersi delle divisioni, delle polarizzazioni e delle contrapposizioni non solo nel mondo, tra i popoli, ma anche tra le chiese e nella chiesa cattolica stessa. Proprio in questi giorni, non possiamo tacerlo, vengono ordinati quattro vescovi nella Fraternità San Pio X, guidata da Lefebvre, senza il mandato pontificio. Significherà la scomunica e lo scisma. Papa Ratzinger aveva tolto la scomunica e Papa Francesco nella sua grande passione di unità durante l’anno della misericordia aveva dato alla Fraternità la possibilità di celebrare legittimamente i sacramenti. Nonostante questo atteggiamento di benevolenza purtroppo oggi lo scisma si consuma, e in modo irreparabile. È una ferita per la chiesa della quale non possiamo rallegrarci e ci rincresce che in tanti anni non ci sia stato un dialogo efficace fino al ristabilimento della comunione. Tutto il corpo di Cristo è lacerato, tutti ne devono soffrire. 

Anche da questa realtà di chi continua a celebrare secondo il Vetus Ordo, pur dicendo il nostro fermo disaccordo in obbedienza alla riforma liturgica conciliare, dobbiamo lasciarci interrogare. In Italia non sono molti i cristiani tradizionalisti, ma in altri paesi la loro presenza è eloquente e s’impone, come in Francia, dove assicurano un certo risveglio della vita cristiana dopo una stagione segnata da esteso secolarismo e profonda indifferenza. Il fenomeno del pellegrinaggio a Chartres, le “Sentinelle del mattino” nella chiesa di Parigi, sono una novità che raduna soprattutto giovani che non arrossiscono nel professare il Vangelo di Gesù Cristo. Purtroppo i presbiteri che sono presenti tra di loro soprattutto a livello liturgico non solo seguono il Vetus Ordo, ma lo celebrano anche nelle sue devianze che si manifestano in celebrazioni individuali e simultanee sotto le tende gli uni accanto agli altri. Ho interrogato con attenzione questi giovani sulle motivazioni della loro appartenenza a queste porzioni di chiesa tradizionaliste e sempre mi è stato risposto che dai tradizionalisti la celebrazione dell’eucaristia è seria, è curata, senza protagonismi del celebrante, e i canti gregoriani sono eloquenza della fede, non vergognose canzoni da happening…”. Sì, cercano ciò che la liturgia scaturita dalla riforma del Concilio dovrebbe dare loro, né più né meno, anzi da quest’ultima riceverebbero di più, perché è ispirata dalla parola di Dio. 

Ma attualmente le eucaristie nelle nostre chiese raramente sono ben celebrate, secondo le vere intenzioni della riforma. Lo dico da testimone, perché per due anni ho partecipato a messe domenicali parrocchiali, essendo fuori comunità, e grande è stata la mia desolazione o per la celebrazione scadente o per le miserie dell’assemblea. 

Io nutro la speranza che i vescovi italiani che hanno avuto il coraggio di aprire i cantieri di una nuova riforma liturgica riescano veramente ad attuarla, e sarà un’occasione per rinnovare la comunità cristiana che celebra il grande mistero della sua identità: essere corpo di Cristo!
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